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La delusione ucraina: “Wagner non è morta e attaccherà da Nord”

Tra i militari impegnati nel Donbass, dopo la ritirata dei golpisti: “Speravamo nella sconfitta di Prigozhin, invece quel diavolo è sempre lì”
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RUZHKIVKA — Il sorriso del soldato ucraino si è fatto ghigno. Trasmette insieme amarezza, delusione e fastidio, come a dire: mai una buona notizia quando ci sono di mezzo i russi. Sul fronte orientale l’entusiasmo per il caos generato dalla ribellione di Prigozhin è svanito. Si è capito che è stata una ribellione a metà, «forse una messinscena» azzardano i più scettici. Putin è rimasto al comando e, oltretutto, la Brigata Wagner appare persino più solida di prima. «Siamo fottuti, proprio fottuti…», mormora il sergente Pavlo, 35 anni, che comanda un’unità d’assalto impegnata nella complicata riconquista di Bakhmut. «Le truppe nemiche non se ne andranno per sedare in Russia una guerra civile che non è scoppiata, mi pare evidente. Il che significa che il numero di quelli da uccidere per noi non diminuisce…». Ecco la smorfia sul suo volto, provocata dal rimorso per averci creduto anche solo per un giorno. «...e la Wagner tornerà».
 

Pavlo ha ragione. Per ora, e salvo cambi …

RUZHKIVKA — Il sorriso del soldato ucraino si è fatto ghigno. Trasmette insieme amarezza, delusione e fastidio, come a dire: mai una buona notizia quando ci sono di mezzo i russi. Sul fronte orientale l’entusiasmo per il caos generato dalla ribellione di Prigozhin è svanito. Si è capito che è stata una ribellione a metà, «forse una messinscena» azzardano i più scettici. Putin è rimasto al comando e, oltretutto, la Brigata Wagner appare persino più solida di prima. «Siamo fottuti, proprio fottuti…», mormora il sergente Pavlo, 35 anni, che comanda un’unità d’assalto impegnata nella complicata riconquista di Bakhmut. «Le truppe nemiche non se ne andranno per sedare in Russia una guerra civile che non è scoppiata, mi pare evidente. Il che significa che il numero di quelli da uccidere per noi non diminuisce…». Ecco la smorfia sul suo volto, provocata dal rimorso per averci creduto anche solo per un giorno. «...e la Wagner tornerà».
 

Pavlo ha ragione. Per ora, e salvo cambi di strategia che al momento non si vedono, la consistenza delle forze armate russe in Ucraina rimane sostanzialmente quella della settimana scorsa, quando, in una serie di incontri con le diplomazie dei Paesi alleati, alti ufficiali del governo di Kiev hanno fornito le cifre degli schieramenti in campo. Un modo, forse, per spiegare perché la controffensiva stia procedendo più lentamente di quanto si aspettavano. Dunque, stando a quanto risulta al ministero della Difesa ucraino sulla base delle informazioni raccolte dal servizio segreto militare (Gur), nelle zone occupate (le regioni di Kherson e Zaporizhzhia, il Donbass e la Crimea) il Cremlino ha 350 mila soldati. Quasi il doppio delle unità servite a Putin per cominciare l’invasione su larga scala il 24 febbraio 2022, quando furono stimate in 200 mila. Contando anche le truppe oggi acquartierate lungo i confini, quindi nelle regioni di Belgorod, Rostov, Kursk, Brjansk, il numero sale ma il dato diventa meno affidabile: si parla di poco più di 400 mila in tutto, dentro l’Ucraina e a ridosso della frontiera. Da prendere con le molle.
 


 

«Pare che non finiscano mai, ecco cosa ho da dire sull’argomento», taglia il sergente Pavlo, che si innervosisce a sentire discorsi sull’entità numerica di coloro che lo separano dall’obiettivo della sua missione. Uno o un milione, per lui domani c’è in ogni caso l’assalto ai fianchi di Bakhmut, dove nelle ultime ore gli ucraini hanno riconquistato un altro chilometro di terra attorno ai ruderi della città.


Sabato Pavlo faceva il tifo per Putin. «Pensavo sarebbe riuscito a fottere definitivamente Prigozhin. Invece quel diavolo è sempre vivo, è Putin che ha perso. Prigozhin ha aumentato il suo status. È uno che sa gestire gli uomini sul campo meglio di tutti i generali di Mosca, perché pensa fuori dagli schemi e non ha l’obbligo di sottostare a ordini stupidi. Lo devo ammettere, in battaglia i Wagner sono i migliori a usare le tecnologie militari e anche da feriti riescono a essere letali».
 

Nessuno si illude che l’impegno in questa guerra dei 25 mila mercenari a disposizione di Prigozhin (cifra che ha diffuso lui stesso durante la marcia verso Mosca) sia terminato. Non certo con un golpe che si è arenato a metà strada e con la Brigata che potrebbe essere ospitata in Bielorussia senza processo o accuse di tradimento.


«Se vanno lì, allora ci dobbiamo aspettare un attacco da nord». Questo invece è Anton, un 28 enne di Zaporizhzhia, artigliere addetto al caricamento dell’obice nella boscaglia di Chasiv Yar, a pochi chilometri da Bakhmut. «Non ho creduto neanche per un attimo al golpe. Se davvero Prigozhin voleva farlo, l’intero show non sarebbe finito a Rostov. Sì, uno show, una finta. Ciò che accade in Russia sono fatti loro, noi possiamo fidarci solo delle nostre forze». Che, stando al briefing tenuto dagli ufficiali di Kiev, in termini meramente numerici sono superiori a quelle russe. Ma con un’osservazione da fare, di non poco conto.
 

Gli ucraini attualmente in zona di combattimento sono 350 mila, migliaio più migliaio meno, però sono dispiegati non solo lungo i 1.800 chilometri del fronte, che attraversa da Sud a Nord-Est il Paese, ma anche a protezione delle frontiere. Questo significa che ci sono degli ampi tratti della linea della controffensiva dove dall’altra parte le unità russe sono più consistenti. «Però dallo Stato Maggiore ci informano che abbiamo brigate fresche pronte ad entrare in battaglia», ragionano, più che altro si augurano, il sergente Pavlo e l’artigliere Anton. Vero. A giudicare da quanto è stato riferito nei briefing coi partner occidentali, è di almeno mezzo milione il contingente ucraino definito “combat ready”, cioè già in teatro operativo o pronto a entrare in azione.


Il tentato golpe, tuttavia, lascia delle incognite che possono incidere alla lunga sulla contabilità bellica di quanti uomini e donne indossano la divisa e imbracciano il fucile. Intanto i ceceni di Kadyrov. Sono usciti d’urgenza dal Donetsk per rincorrere Prigozhin che puntava verso nord. Rientreranno in Ucraina? E quando? Quale sorte, poi, attende i “musicisti” di Prigozhin? «Vuoi sapere cosa penso?». Certo, Pavlo. «Se si spostano in Bielorussia, si raggrupperanno e recupereranno forze, risorse e mezzi. Me li ritroverò davanti, già lo so».

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