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Il destino di Prigozhin nella Russia che non ama i generali al potere

Wagner mercenary chief Yevgeny Prigozhin leaves the headquarters of the Southern Military District amid the group's pullout from the city of Rostov-on-Don, Russia, June 24, 2023. REUTERS/Alexander Ermochenko (reuters)
Oggi come nel passato dell’Unione Sovietica, nel Paese le forze armate non fanno i golpe ma arbitrano nell’ombra i momenti critici
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Nessun militare è mai arrivato al vertice del potere in Russia. Neppure il maresciallo Zukhov, il trionfatore di Berlino, ha tentato di farlo, pur avendone l’occasione alla morte di Stalin. Figuriamoci se poteva osarlo Prigozhin, più modestamente vincitore di Bakhmut: il padre padrone della Wagner conosceva bene questa lezione di Storia quando ha lanciato la sua sfida. Nei suoi piani non c’era l’assalto al Cremlino, ma la volontà di salvare se stesso e dare la spallata al trono di Vladimir Putin: obiettivi entrambi raggiunti in meno di ventiquattr’ore, aprendo ad altri la porta della stanza dei bottoni.

Ieri come oggi, a Mosca i generali non fanno il golpe ma arbitrano nell’ombra i momenti critici. Fu il comandante delle forze aerotrasportate Pavel Grachev a salvare Boris Eltsin dal putsch sovietico del 1991, garantendosi la prima poltrona di ministro della Difesa della Russia indipendente: una carriera chiusa nell’infamia per la disastrosa guerra in Cecenia, che ha diretto tra…

Nessun militare è mai arrivato al vertice del potere in Russia. Neppure il maresciallo Zukhov, il trionfatore di Berlino, ha tentato di farlo, pur avendone l’occasione alla morte di Stalin. Figuriamoci se poteva osarlo Prigozhin, più modestamente vincitore di Bakhmut: il padre padrone della Wagner conosceva bene questa lezione di Storia quando ha lanciato la sua sfida. Nei suoi piani non c’era l’assalto al Cremlino, ma la volontà di salvare se stesso e dare la spallata al trono di Vladimir Putin: obiettivi entrambi raggiunti in meno di ventiquattr’ore, aprendo ad altri la porta della stanza dei bottoni.

Ieri come oggi, a Mosca i generali non fanno il golpe ma arbitrano nell’ombra i momenti critici. Fu il comandante delle forze aerotrasportate Pavel Grachev a salvare Boris Eltsin dal putsch sovietico del 1991, garantendosi la prima poltrona di ministro della Difesa della Russia indipendente: una carriera chiusa nell’infamia per la disastrosa guerra in Cecenia, che ha diretto tra i fumi dell’alcool. Ben più luminosa la parabola del suo vice, Aleksandr Lebed: un veterano dell’Afghanistan e di tutti i conflitti caucasici, che nell’agosto 1991 si unì con i suoi parà ai manifestanti per la democrazia. La sua popolarità spinse Grachev a relegarlo in Moldavia. Lì, quando l’anno dopo l’Urss si è dissolta, Lebed ha schierato la sua XIV armata con la comunità russofona: è stato lui di fatto a creare la Transnistria, diventando un eroe nazionale.



Nel 1996 si è candidato alla presidenza, arrivando terzo dopo Eltsin e Zyuganov: in cambio del suo sostegno il vecchio leader gli concesse il consiglio di sicurezza, ossia la supervisione su servizi segreti e forze armate. Due anni dopo Lebed preferì la carica di governatore di Krasnoyarsk Krai, la seconda regione della Russia ricchissima di materie prime. Carismatico, simbolo di “legge e ordine” in un Paese dove dilagavano caos e corruzione, il futuro sembrava suo. Ma a Mosca era arrivato un nuovo protagonista, Vladimir Putin appunto, che vince le elezioni del 2000 dove Lebed rinuncia a presentarsi: due anni dopo l’ex generale muore nello schianto del suo elicottero e tanti hanno parlato di un sabotaggio. Nessuno ha indicato esplicitamente il possibile mandante…



 

Chi siede al Cremlino ha sempre impedito che i capi militari diventassero troppo influenti. Nell’Unione Sovietica l’esercito era l’unica organizzazione in grado di fare ombra al partito. L’Armata Rossa era stata forgiata da Lev Trockij e tutti conoscono la sua sorte di esiliato, inseguito fino alla morte dai sicari di Stalin. Il suo successore Michail Frunze è stato avvelenato dall’anestesia nel 1925 durante un banale intervento chirurgico, subito rimpiazzato da Kliment Vorosilov, incapace ma così fedele e scaltro da essere sopravvissuto anche al suo padrino. Fu Vorosilov a scavare la tomba al maresciallo Mikhail Tukhačevskij, l’uomo che ha trasformato gli antiquati manipoli bolscevichi in una macchina bellica moderna, giustiziato assieme ad altri 35 mila ufficiali nelle purghe del “terrore rosso”.


 

Ci sono volute l’invasione nazista e la sanguinosa guerra patriottica per riportare sugli altari un altro comandante: Georgij Zukhov, il condottiero che ha sconfitto la Germania e firmato la capitolazione del Terzo Reich. Stalin ha poi cercato di relegarlo in provincia, senza incrinarne la fama. E quando il dittatore si è spento, Zukhov ha condotto l’operazione per neutralizzare la polizia segreta e arrestare il feroce Lavrentij Berija: ha messo il Cremlino nelle mani di Nikita Krusciov, con un golpe indolore raccontato nel 2017 dall’esilarante film “Morto Stalin se ne fa un altro”. Ovviamente, il nuovo leader se n’è liberato nel giro di un paio d’anni: come Cincinnato, Zukhov si è ritirato in Crimea a fare il pescatore.
 

Memore della tradizione sovietica, Putin non ha mai permesso alla gloria di un militare di fargli ombra. Pur non avendo esperienze belliche, si è accreditato come capo in battaglia sui campi della Crimea, scendendo dagli elicotteri sulla linea del fronte e pilotando cacciabombardieri. L’attuale ministro della Difesa Sergej Shojgu non è un ufficiale di carriera: è un politico nato alla scuola sovietica, rappresentante delle opulente regioni siberiane. Il capo di Stato maggiore Valerj Gerasimov è un’eccezione perché mantiene il posto da dieci anni, ma allo stesso tempo non ha un significativo seguito personale tra le truppe. Viene ricordata la sua determinazione nel punire un colonnello che aveva stuprato e ucciso una ragazza cecena, vicenda che gli valse l’elogio di Anna Politkovskaja, l’oppositrice di Putin poi assassinata.
 

Pochi sono i comandanti adorati dagli uomini. La leggenda è Junus-Bek Evkurov: nel 1999 ha guidato in diretta tv la cavalcata dei blindati russi dalla Bosnia all’aeroporto Pristina, nel Kosovo, beffando la Nato che aveva appena umiliato la Serbia. Una vita tutta in trincea, pure quando è diventato governatore della turbolenta Inguscezia nel Caucaso, legandosi al ceceno Kadyrov: adesso è viceministro della Difesa. C’è poi Vladimir Alekseev, incursore dell’intelligence militare Gru e vice di Gerasimov, attivo nelle azioni segrete nel Donbass e in Siria: viene ritenuto l’inventore della Wagner. Guarda caso, sono i due che hanno fatto accomodare Prigozhin nel quartiere generale di Rostov, comparendo al suo fianco nel video mentre lo invitavano blandamente a fermarsi. L’altro astro nascente è lo spietato Sergej Surovikin, più temuto che amato: nel golpe del 1991 è stato l’unico a fare fuoco sui manifestanti pro Eltsin. Nel messaggio diffuso venerdì notte per dissuadere i mercenari, Surovikin è stato l’unico a mostrare un’arma al suo fianco: aveva però la canna in direzione opposta allo schermo.

Ora i complottisti interpretano questo particolare come un via libera alla rivolta: “Non vi spareremo contro”. Sabato mentre i tank marciavano su Mosca, lui e altri papaveri hanno tenuto a freno l’esercito, imponendo le loro condizioni a Putin. Tutti li accreditano come i veri vincitori, uniti da un’esperienza comune: il pugno di ferro usato in Siria per spegnere la rivolta con qualsiasi arma, gas inclusi. Un modello che potrebbero volere replicare in Ucraina. 

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