Russia, la trattativa sui capi delle forze armate è la partita che decide il futuro di Putin
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA — Sembrava la vigilia di un conflitto civile, di un golpe, peggio, dell’Apocalisse nucleare. La colonna di mercenari del gruppo Wagner aveva avanzato indisturbata per dieci ore dal confine ucraino fino alla regione di Mosca. Il Cremlino aveva iniziato a prepararsi allo scontro. Era fiducioso che sarebbe riuscito a fermare il convoglio, ma non escludeva la possibilità che alcuni mercenari riuscissero a «sfondare». Dalla capitale si era levato l’aereo presidenziale. Un depistaggio. Ma gli ucraini avevano provato ad approfittarne. Sostenevano che la situazione al Cremlino fosse precipitata. Volevano spingere l’Occidente a intervenire. Gli alleati però avevano opposto una risposta unanime: «La rivolta è un affare interno russo». Avevano subodorato il tranello, ma soprattutto temevano che un loro coinvolgimento potesse fare sentire Putin ulteriormente alle strette e spingerlo a soluzioni finali. Poi alle otto di sera la svolta. Il capo di Wagner Evgenij Prigozhin ferma i suoi uomini …
MOSCA — Sembrava la vigilia di un conflitto civile, di un golpe, peggio, dell’Apocalisse nucleare. La colonna di mercenari del gruppo Wagner aveva avanzato indisturbata per dieci ore dal confine ucraino fino alla regione di Mosca. Il Cremlino aveva iniziato a prepararsi allo scontro. Era fiducioso che sarebbe riuscito a fermare il convoglio, ma non escludeva la possibilità che alcuni mercenari riuscissero a «sfondare». Dalla capitale si era levato l’aereo presidenziale. Un depistaggio. Ma gli ucraini avevano provato ad approfittarne. Sostenevano che la situazione al Cremlino fosse precipitata. Volevano spingere l’Occidente a intervenire. Gli alleati però avevano opposto una risposta unanime: «La rivolta è un affare interno russo». Avevano subodorato il tranello, ma soprattutto temevano che un loro coinvolgimento potesse fare sentire Putin ulteriormente alle strette e spingerlo a soluzioni finali. Poi alle otto di sera la svolta. Il capo di Wagner Evgenij Prigozhin ferma i suoi uomini a 200 chilometri da Mosca. C’è un accordo. Che cos’è successo? Repubblica lo ha ricostruito incrociando fonti russe, bielorusse e occidentali.
Le prime avvisaglie dell’ammutinamento
I segnali che Prigozhin stesse preparando un colpo di mano erano iniziati circa due settimane prima. Dopo che Putin aveva platealmente preso le parti del ministro Sergej Shojgu intimando a tutte le compagnie di “volontari” di firmare entro il primo luglio il contratto che le avrebbe irregimentate sotto il ministero della Difesa, il capo di Wagner aveva iniziato a scalpitare. C’era una brutta sensazione nell’aria. Che di lì a poco sarebbe successo «qualcosa». Ma le forze di sicurezza hanno soprasseduto, convinte che non ci fosse alcun rischio di ammutinamento. Si sbagliavano.
Le intercettazioni del venerdì
La situazione precipita la mattina di venerdì 23 giugno. Le intelligence occidentali intercettano le telefonate di alti ufficiali di Wagner. Avvertono i familiari che sta per iniziare un’operazione militare speciale che li trasformerà in nemici del popolo. All’ascolto c’è anche Mosca che già mercoledì ha intercettato le ingenti spese organizzative di Wagner e sospettato che stesse organizzando “qualcosa”. Ma continua a temporeggiare. Quando la sera Prigozhin lancia l’anatema contro il ministro della Difesa Sergej Shojgu e il capo di Stato maggiore Valerij Gerasimov, i vertici del Paese continuano a pensare che sia il solito bluff. Capiscono che «la situazione è seria» soltanto quando, la mattina di sabato 24 giugno, Wagner prende il controllo di Rostov-sul-Don. Continuano però ancora a pensare di poter risolvere la situazione «più o meno pacificamente». Le trattative sono in corso già da diverse ore. Sono in tanti a mobilitarsi: la leadership militare, l’amministrazione presidenziale, i vertici della Guardia Nazionale. Ma Prigozhin non vuole cedere nulla neppure a fronte di garanzie per la sua sopravvivenza e di Wagner.
Le istruzioni ai politici
Secondo la dettagliata ricostruzione sul media di base a Riga Meduza di Andrej Pertsev, analista politico di Carnegie Politika, Aleksandr Kharichiov, stretto collaboratore di Sergej Kirienko e Andrej Jarin, responsabili per la politica interna all’interno dell’amministrazione presidenziale, chiama governatori e politici di primo piano chiedendo loro di commentare la situazione «in modo cauto, senza fare riferimenti diretti alla personalità di Prigozhin». Si spera ancora nelle trattative. Ma non ne viene fuori nulla. Dopo un’ora e mezza, le «raccomandazioni» cambiano: bisogna denunciare Prigozhin come «traditore». Di lì a poco, alle 10 del mattino, Vladimir Putin tiene il suo breve discorso alla nazione trasmesso in tv e accusa Prigozhin di «pugnalata alle spalle». Non c’è più speranza di una soluzione pacifica.
I tentennamenti di Prigozhin e la trattativa
Prigozhin dapprima risponde con tono di sfida. Muove la “marcia della giustizia” su Mosca. Ma cerca allo stesso tempo di mettersi in contatto con il Cremlino e con lo stesso Putin. Il suo piano era attirarne l’attenzione e ottenere condizioni migliori per lui e la sua compagnia militare. Come osserva la politologa Tatiana Stanovaja, non era pronto alla reazione di Putin e a indossare i panni del “rivoluzionario”. «Né era preparato al fatto che sarebbe stato così facile avvicinarsi a Mosca, dove non avrebbe avuto altra scelta che "prendere il Cremlino" con la prospettiva garantita di essere fermato nei pressi di Mosca insieme ai suoi combattenti». Si è reso conto di aver «superato il limite» e che la vittoria non è certa. Dichiara che «mezzo esercito» è con lui, ma non riceve alcun sostegno dai militari se non quella che un blogger su Telegram definisce “neutralità dimostrativa” anche in nome delle battaglie fianco a fianco con Wagner in Ucraina. Le autorità russe inoltre vogliono guadagnare tempo e scongiurare il bagno di sangue. Il presidente però non vuole parlare con Prigozhin. Soprattutto non può negoziare direttamente con uno che ha appena chiamato «traditore».
Il team di negoziatori e Lukashenko mediatore
La colonna di Wagner si avvicina al fiume Oka dove esercito e Guardia nazionale hanno costruito la prima linea di difesa. Notando le incertezze di Prigozhin, il Cremlino decide però di non andare allo scontro e affida l’ultima coda dei negoziati a un gruppo di funzionari di alto rango. Ne fanno parte due “padrini” di Prigozhin, il governatore di Tula nonché ex guardia presidenziale di Putin Aleksej Djumin e il capo dell’amministrazione presidenziale Anton Vajno; l’ambasciatore russo in Bielorussia Boris Gryzlov; ma soprattutto il segretario dal Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev. È lui l’uomo forte che coordina le trattative. A mediare direttamente con Prigozhin è però il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, in costante contatto telefonico con Putin. Franak Viacorka, capo consigliere politico di Svetlana Tikhanovskaja, la leader dell’opposizione bielorussa in esilio, lo chiama il «messaggero di Putin». Prigozhin pretendeva un interlocutore di alto rango per salvare la faccia. «Lukashenko si offre per accreditarsi come salvatore della Russia, rivendicare più legittimità e riposizionarsi nel futuro riassetto di potere».
È l’ultima chance. La colonna di Wagner è oramai alle porte di Mosca. Il presidente russo che al mattino era al Cremlino si è ritirato nella sua dacia di Novo Ogariovo. Dietro le quinte però continua l’incessante trattativa. E a un certo punto Prigozhin accetta di fermare la colonna di mercenari. È Minsk a dare la notizia. Vuole da subito intestarsene i meriti. Poi arriva la conferma del portavoce del Cremlino Peskov. C’è un accordo. Prigozhin andrà in Bielorussia e il procedimento penale per “incitamento alla lotta armata” verrà ritirato.
Il silenzio di Putin e Prigozhin
Da allora hanno taciuto tutti. Putin è rientrato al Cremlino, ma non ha più parlato. La tv Rossija 1 ha mandato in onda un’intervista che era stata registrata il 21, prima del tentato golpe, dove il presidente spiegava che “i piani relativi alla operazione militare speciale in Ucraina non sono cambiati”. È un messaggio a Kiev che sperava di cavalcare il caos interno in Russia.
Del leader di Wagner non si hanno notizie. Da quando il Cremlino ha annunciato l’accordo, non ha più rilasciato dichiarazioni. L’ultimo video lo ritrae sorridente mentre, ritirandosi da Rostov-sul-Don su un Suv, saluta la folle festante che gli si accalca intorno per stringergli la mano. Stando a fonti occidentali e bielorusse, non sarebbe ancora arrivato a Minsk. La trattativa non è finita.
Il rimpasto ai vertici della Difesa
In cambio della resa, Prigozhin avrebbe ottenuto un rimpasto ai vertici del ministero della Difesa. Ma non sarà una rimozione, perché non sembri che la sua richiesta è stata accolta. Arriveranno delle dimissioni. Ma non nell’immediato. Diversi canali Telegram in lingua russa ipotizzano che Djumin, già viceministro della Difesa, prenderà il posto di Shojgu che nessuno ha visto e sa dove sia. Ma secondo fonti occidentali il compagno di scorribande di Putin nella taiga dovrebbe resistere al suo posto. La vittima sacrificale potrebbe essere Gerasimov perché è visto come il punto di riferimento della rete di oligarchi che ha fornito materiale bellico scadente alle truppe in Ucraina. Ad avvantaggiarsi della sua rimozione potrebbe essere il generale Sergej Surovikin, vicino ai wagneriti. Un buon compromesso per Prigozhin. Restano però da chiarire i contorni del suo esilio, se sarà accompagnato o meno da qualche suo luogotenente e quale sarà il suo ruolo in Bielorussia.
Il futuro di Prigozhin e di Wagner
L’ipotesi in discussione è che i suoi uomini impegnati in Ucraina passino da contratto sotto il controllo della Difesa, mentre i combattenti sparsi nel mondo restino sotto il suo comando, ma da Minsk. Prigozhin non dovrebbe più avere la stessa influenza, né le stesse risorse. Ma difficilmente un uomo che ha accarezzato il favore del popolo si sottometterà. Ha guadagnato popolarità e consensi e ne vorrà approfittare. Ed è diventato un cavallo di Troia su cui puntare sia per alcuni occidentali che per l’opposizione russa in esilio. «Potrebbe usare la Bielorussia come campo di addestramento per i suoi uomini o come base per lanciare un nuovo assalto. Conosciamo la sua ambizione. Non abbiamo garanzie che non ci riproverà», sostiene Viacorka. «Né lui ha garanzie di sopravvivere. Putin è un ex uomo del Kgb e prima o poi troverà il modo di vendicarsi. Prigozhin lo sa e farà di tutto per restare in vita. La guerra civile in Russia è solo rinviata. E non è escluso che cercherà di trascinare Lukashenko, e con lui anche i bielorussi, nella sua lotta. È uno scenario da scongiurare».
Putin più debole
Su una cosa concordano tutti: Putin ne esce più debole. «Per una dittatura costruita sull'idea di un potere incontrastato, questa è stata un'estrema umiliazione», dice all’Associated Press Phillips O'Brien, professore di Studi strategici presso l'Università di St. Andrews in Scozia. «Quindi, se Prigozhin potrebbe aver perso a breve termine, è probabile che Putin sia il perdente a lungo termine». Il presidente può rivendicare di aver scongiurato sanguinosi lotte fratricide, ma ha lasciato che il leader di Wagner si spingesse troppo più in là. Ha chiamato Prigozhin “traditore”, ma poi gli ha concesso la libertà che nega per molto meno a tanti suoi concittadini. Ha dimostrato di essere vulnerabile e i vari clan di potere che in Russia vengono chiamati “torri del Cremlino” potrebbero voler perseguire i loro interessi senza più coordinarsi o chiedere l’approvazione del Cremlino. Per Putin d’ora in poi sarà sempre più difficile tenere insieme la “verticale del potere”. C’è persino chi si spinge a dire che egli stesso ne sia consapevole e che potrebbe decidere di non candidarsi più alle prossime presidenziali del marzo 2024, ma designare un successore.