KRAMATORSK – Per l’Ucraina affamata di simboli e patriottismo sono già eroi nazionali. Eroi bambini, il volto imberbe, gli occhi ribelli, un ansimante «Slava ukraini!» pronunciato nell’ultimo video postato su Telegram. Sedici anni Tihran Ohannisian, sedici anni Mykyta Khanhanov. Amici di scuola, amici fino alla fine. Gli hanno sparato sabato a Berdyansk, la città occupata nella regione di Zaporizhzhia. Hanno mirato al petto e alla testa di due minorenni perché li accusano di avere ucciso un poliziotto collaborazionista e un militare russo. Sono morti nel giorno in cui il mondo osservava attonito un esercito di mercenari marciare su Mosca.
Quella di Tihran e Mykyta è una storia che per gli ucraini è già definita a sufficienza, ma che in realtà è ancora una cronaca imperfetta. Mancano dei passaggi, dei fatti, si sa troppo poco e quel poco da fonti indirette. Di certo c’è che i due sono cadaveri. Ieri la madre di Mykyta è andata all’obitorio di Berdyansk per l’identificazione. Di certo c…
KRAMATORSK – Per l’Ucraina affamata di simboli e patriottismo sono già eroi nazionali. Eroi bambini, il volto imberbe, gli occhi ribelli, un ansimante «Slava ukraini!» pronunciato nell’ultimo video postato su Telegram. Sedici anni Tihran Ohannisian, sedici anni Mykyta Khanhanov. Amici di scuola, amici fino alla fine. Gli hanno sparato sabato a Berdyansk, la città occupata nella regione di Zaporizhzhia. Hanno mirato al petto e alla testa di due minorenni perché li accusano di avere ucciso un poliziotto collaborazionista e un militare russo. Sono morti nel giorno in cui il mondo osservava attonito un esercito di mercenari marciare su Mosca.
Quella di Tihran e Mykyta è una storia che per gli ucraini è già definita a sufficienza, ma che in realtà è ancora una cronaca imperfetta. Mancano dei passaggi, dei fatti, si sa troppo poco e quel poco da fonti indirette. Di certo c’è che i due sono cadaveri. Ieri la madre di Mykyta è andata all’obitorio di Berdyansk per l’identificazione. Di certo c’è che quello nel video, spaventato come un ragazzo ma deciso come un adulto, è Tihran.
Il mistero del video
Sono appena quattro secondi di filmato girato col telefonino, raccontano tutto. Tihran ha il fiatone, indossa dei guanti da tiratore, imbraccia un kalashinkov, la mano destra insanguinata. Si trova in una casa con i detriti sul pavimento, probabilmente bombardata. In lontananza si sente una voce, forse è uno degli uomini che lo sta braccando. Parla, Tihran. Nove secondi, nove parole: «Tutto questo è morte, ragazzi. Addio! Gloria all’Ucraina!». Ciò che è accaduto dopo resta un mistero. Dei testimoni dicono di aver visto i due sedicenni fuggire da un palazzo all’altro e di aver sentito gli spari. C’è chi ha detto che a premere il grilletto sono stati i cecchini. Tutto da verificare, tutto da chiarire. Però due adolescenti sono stati ammazzati.
Tihran e Mykyta non sono due nomi spuntati dal nulla in un pomeriggio da cani. È da settembre che sono all’attenzione della ong ucraina Media Initiative for Human Rights (Mihr), cioè da quando si è saputo che Tihran era stato prelevato a casa della nonna (la sua famiglia è in Germania), era stato rapito per cinque giorni e per cinque giorni era stato torturato. «Gli occupanti russi lo hanno picchiato, seviziato con l’elettroshock e hanno finto la sua esecuzione», spiega a Repubblica Olga Reshetylova, coordinatrice di Mihr.
Tihran e Mykyta erano due ucraini fieri di esserlo. Trovando il coraggio l’uno nell’altro, giravano per strada con le patch dei battaglioni di Kiev sulla maglia, a casa nascondevano la bandiera e libri patriottici. Quando hanno preso Tihran la prima volta, i russi gli urlavano a due centimetri dalla faccia che sapevano che lui e il suo amico stavano preparando un attentato alla ferrovia di Melitopol per interrompere i rifornimenti all’esercito. Un’azione da partigiani. Il comitato investigativo russo li ha quindi messi sotto inchiesta. Non si potevano più muovere da Berdyansk.
«Per sei mesi hanno subito ogni genere di pressione». Interrogati, portati alla ferrovia per ottenere la confessione, con l’obbligo di presentarsi ogni giorno alla polizia russa. Il caso è finito al Parlamento europeo che ha adottato una risoluzione per chiederne il loro rilascio e la possibilità di lasciare la regione occupata. I russi non ne hanno voluto sapere niente, il 24 maggio i due minorenni sono stati accusati ufficialmente di reati che prevedono venti anni di carcere. «Qualche giorno fa - racconta ancora Olga Reshetylova, che da quasi un anno è in contatto con le famiglie - gli investigatori russi sono piombati a casa dei ragazzi con una scorta armata. Tihran e Mykyta sono scappati appena li hanno visti».
La telefonata di Tihran alla madre
Tihran ha chiamato sua madre in Germania, non sapevano dove rifugiarsi. Siamo a sabato mattina. Prigozhin ha appena lasciato Rostov coi suoi della Wagner quando i due adolescenti fanno ritorno a casa. Trovano gli investigatori russi ad aspettarli, con cui hanno «una lunga conversazione». Cosa si siano detti non si sa. Nel tardo pomeriggio i due ragazzi sono di nuovo per strada. Tihran telefona alla madre in Germania, la voce è calma, sta pensando a come festeggiare l’indomani il 17 esimo compleanno di Mykyta. “Torno a casa alle nove, stai tranquilla, ti voglio bene”. Mezz’ora dopo, un russo chiama la madre di Mykyta: «Suo figlio e il suo amico sono stati uccisi».
Gli occupanti rivendicano. «Grazie alle azioni coordinate delle forze di sicurezza, i terroristi responsabili delle uccisioni sono eliminati», scrive in una nota Vladimir Rogov, della amministrazione civile-militare di Zaporizhzhia. «Uno di loro era già detenuto per azioni anti-russe. Si chiamava Tihran Ohannisian».