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Ucraina, joystick e bombe: la guerra fai-da-te dei giovani “dronisti”

La resistenza spontanea di un gruppo di ragazzi a pochi chilometri da Donetsk occupata
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Krasnohrivka (Donetsk) — I dronisti senza gloria attaccano a lavorare alle 7 di mattina e fino alle sette di sera rimangono nascosti in un edificio diroccato di Krasnohrivka, a un chilometro e mezzo dai mortai russi. Un orario da impiegati, ma di guerra. La routine quotidiana è: aspettare nello scantinato la chiamata del comandante di unità, correre al terzo piano salendo una scala di calcinacci e vetri infranti, lanciare un piccolo quadricottero sulle zone occupate in cerca di cannoni nemici e sperare di vederlo tornare indietro. I voli durano dai venti ai cinquanta minuti. Se individuano obiettivi interessanti inviano le coordinate all’artiglieria. A volte devono solo aiutare a correggere il tiro. Saranno altri a fare il lavoro sporco e a prendersi i meriti dei superiori. «Non sempre, però», sorride il 27enne Denis Kravets, nome di battaglia: Krava, soldato semplice della 59esima brigata e capo dei quattro del turno diurno. Al moschettone agganciato al suo giubbotto antiproiettili p…

Krasnohrivka (Donetsk) — I dronisti senza gloria attaccano a lavorare alle 7 di mattina e fino alle sette di sera rimangono nascosti in un edificio diroccato di Krasnohrivka, a un chilometro e mezzo dai mortai russi. Un orario da impiegati, ma di guerra. La routine quotidiana è: aspettare nello scantinato la chiamata del comandante di unità, correre al terzo piano salendo una scala di calcinacci e vetri infranti, lanciare un piccolo quadricottero sulle zone occupate in cerca di cannoni nemici e sperare di vederlo tornare indietro. I voli durano dai venti ai cinquanta minuti. Se individuano obiettivi interessanti inviano le coordinate all’artiglieria. A volte devono solo aiutare a correggere il tiro. Saranno altri a fare il lavoro sporco e a prendersi i meriti dei superiori. «Non sempre, però», sorride il 27enne Denis Kravets, nome di battaglia: Krava, soldato semplice della 59esima brigata e capo dei quattro del turno diurno. Al moschettone agganciato al suo giubbotto antiproiettili penzolano tredici anelli di acciaio.

Già le 11 e mezzo e la chiamata del comandante tarda ad arrivare. «Problemi col sistema satellitare Starlink». È l’unica fonte di collegamento Internet in un luogo dove non c’è più rete, acqua, elettricità. Krava, il suo compare Herman che nella vita di prima faceva il pizzaiolo a Odessa, gli altri due dronisti Dima e Sasha, scaldano il caffè su un vecchio bollitore, fumano sigarette e mangiano caramelle alla frutta. Il tempo non passa, Herman impreca perché quelli del turno precedente hanno lasciato sul telecomando i settaggi per il volo in notturna.

Armeggiando con la mappa tattica sul telefonino, Krava mostra dove si trova Krasnohrivka, lungo la linea del fronte della controffensiva ucraina. Dà punti di riferimento inaspettati. «Siamo a 20 km e 200 metri dallo stadio Donbass Arena di Donetsk e a 14 km dall’aeroporto». Oltre il palazzo alto che spunta da una delle finestre spaccate, oltre la foresta che lo circonda, c’è Staromykhailivka, villaggio in mano ai russi. È un segmento di fronte da 9 mesi quasi immobile, ma dove si tentano assalti di fanteria e i lanciarazzi sparano grad a ripetizione. Lo fanno anche questa mattina, il solito tappeto sonoro della prima linea.

Ora Starlink funziona di nuovo, ma il comandante ha chiamato e ha avvertito che per almeno 30 minuti il drone non potrà alzarsi in volo. «I nostri hanno attivato il camion-jammer, il sistema che blocca la frequenza dei radiocomandi in una vasta area», spiega Herman il pizzaiolo di Odessa. «Significa che o ci sono droni nemici in volo, oppure vogliono una copertura per evacuare dei feriti». Krava sbuffa, si alza da un letto lercio e va al tavolaccio dove riposa inerme il Mavik 3 Dji, drone che si compra nei negozi di modellismo: un’autonomia in volo fino a 50 minuti, raggio di azione di dieci km e telecomando con joystick e monitor. È l’ultimo rimasto, da quando 9 mesi fa sono stati spostati a Krasnohirivka ne hanno persi 14. Ma non è il drone che Krava intende mostrare.

«In questo scatolone teniamo piccoli razzi artigianali, in questa le bombe, in quest’altra gli ordigni con dentro la polvere e frammenti di metallo. Possono uccidere un uomo all’istante se gli cadono vicino. Qui invece», e punta un contenitore a scomparti tipo quelli dove i pescatori tengono gli ami, «gli inneschi per farli espolodere sgancianoli dall’alto col drone». È il loro secondo lavoro, un lavoro non ufficiale. Per armare il drone applicano sul velivolo dei ganci di plastica che si aprono con impulso fotoelettrico. Ne hanno singoli e per due bombe. «Li abbiamo fabbricati con una stampante 3D. Per essere sicuri che l’innesco attivi l’esplosivo, lo sgancio deve avvenire da un’altezza di settanta metri». 

Lo decide Krav quando passare dalla ricognizione all’azione. «Ai nostri superiori sta bene se eliminiamo i russi così, basta che non perdiamo il drone. Sono operazioni non ufficiali, ma quando facciamo centro inviamo il filmato al quartier generale». Il loro drone, per poter effettuare un volo stabile, non può trasportare più di 200 grammi. Le bombe fatte a mano non a caso sono di plastica, più o meno di quel peso. Hanno anche proiettili Vog di fabbricazione russa, bottino che Krav è andato a comprare dalle parti di Mikolaiv da uno che li aveva trovati in un capannone occupato dai russi. Quante bombe hai sganciato col tuo drone, Krav? Il soldato semplice rimane in silenzio. La risposta è appesa al moschettone del suo giubbotto antiproiettili.

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