Putin studia la vendetta: per Prigozhin è pronto il “metodo Navalny”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA — «È soltanto l’inizio», dicono esponenti delle forze dell’ordine. Non sono i soli. In Russia sono in pochi a credere che il confronto tra il presidente tradito Vladimir Putin e il suo “macellaio” ribelle Evgenij Prigozhin sia finito qui. Entrambi hanno appreso, ciascuno a modo suo, il “codice della strada” nei bassifondi di Leningrado, oggi San Pietroburgo.
Ufficialmente, dopo giorni di stallo, il negoziato sarebbe giunto a una conclusione. Nello stesso momento in cui il jet privato di Prigozhin atterrava a Minsk e i suoi uomini si apprestavano a consegnare i mezzi di combattimento pesanti alle forze armate regolari, l’Fsb annunciava che l’inchiesta per incitamento alla rivolta armata era stata ritirata. Segno che i patti erano stati rispettati: l’esilio in Bielorussia per il capo di Wagner e i mercenari che sabato hanno preso parte alla ribellione in cambio dell’amnistia. Ma sono tanti i conti in sospeso.
Poco dopo Putin ha sceso le scale tappezzate per l…
MOSCA — «È soltanto l’inizio», dicono esponenti delle forze dell’ordine. Non sono i soli. In Russia sono in pochi a credere che il confronto tra il presidente tradito Vladimir Putin e il suo “macellaio” ribelle Evgenij Prigozhin sia finito qui. Entrambi hanno appreso, ciascuno a modo suo, il “codice della strada” nei bassifondi di Leningrado, oggi San Pietroburgo.
Ufficialmente, dopo giorni di stallo, il negoziato sarebbe giunto a una conclusione. Nello stesso momento in cui il jet privato di Prigozhin atterrava a Minsk e i suoi uomini si apprestavano a consegnare i mezzi di combattimento pesanti alle forze armate regolari, l’Fsb annunciava che l’inchiesta per incitamento alla rivolta armata era stata ritirata. Segno che i patti erano stati rispettati: l’esilio in Bielorussia per il capo di Wagner e i mercenari che sabato hanno preso parte alla ribellione in cambio dell’amnistia. Ma sono tanti i conti in sospeso.
Poco dopo Putin ha sceso le scale tappezzate per l’occasione di moquette rossa del Palazzo delle Faccette per incontrare circa 2.500 uomini di esercito e forze di sicurezza radunati nella Piazza delle Cattedrali dalle cupole dorate e dalle candide mura del Cremlino. «Vi siete opposti a questi disordini, il cui risultato sarebbe stato inevitabilmente il caos», ha detto ringraziandoli di aver «impedito una guerra civile». Ad ascoltarlo c’era anche il ministro della Difesa Sergej Shojgu, ennesimo segnale che la richiesta di rimuoverlo avanzata dagli ammutinati non è stata accolta. Putin ha poi osservato un minuto di silenzio per i piloti uccisi dai ribelli mentre «adempievano con onore il loro dovere militare».
Scenografia, cerimonia e parole accuratamente studiate per smentire di essere uscito indebolito dalla peggiore crisi attraversata in oltre un ventennio al potere e per presentarsi ancora una volta come garante dell’ordine e della stabilità. Messaggio ribadito anche dal suo portavoce Dmitrij Peskov che ha definito le voci di debolezza del regime una «follia»: «Questi eventi hanno mostrato quanto la società si consolidi intorno al presidente. I rivoltosi hanno scoperto che esercito e popolo non erano dalla loro parte». Stesso ritornello dei propagandisti in tv. «La Russia ancora una volta ha superato la prova della maturità», ha detto Dmitrij Kiseliov.
Un messaggio che nella popolazione fa presa: un Putin al potere resta al momento una prospettiva migliore rispetto alle alternative anche per i più giovani meno proni alla sua propaganda. Dopo un anno e mezzo di conflitto, la gente non presta quasi più attenzione alle notizie. Vuole soltanto vivere la propria vita. Come Anna: «Prigozhin? Pericolo scampato. Possiamo voltare pagina». Ma le autorità sono consapevoli che ci siano delle falle tanto che presto la Guardia nazionale verrà dotata di tank e altre armi pesanti.
La clemenza nei confronti degli assassini di un numero imprecisato di piloti in un Paese dove oppositori e cittadini finiscono in carcere per decenni solo per aver denunciato l’offensiva militare in Ucraina sta però creando malumori persino tra blogger e deputati nazionalisti. Contrasta anche con la fama di vendicativo di Putin. Tanto che molti sospettano che l’esilio in Bielorussia per Prigozhin e i suoi possa essere una trappola. Putin potrebbe riservare a Prigozhin il “metodo Navalny”: non solo non nominandolo, ma perseguendolo per reati finanziari.
A questo è sembrato alludere quando ha detto che il Gruppo Concord di Prigozhin avrebbe guadagnato 80 miliardi di rubli (854 milioni di euro) da contratti statali per rifornire di cibo ai militari e che Wagner ne avrebbe ricevuti oltre 86 miliardi (quasi un miliardo di euro) solo in un anno per poi aggiungere: «Spero che nel farlo nessuno abbia rubato niente o almeno abbia rubato il meno possibile, ma ovviamente indagheremo». Un’ammissione dopo anni di smentite dei legami tra Wagner e lo Stato. Ma soprattutto un tacito avvertimento.
Si teme anche un’altra resa dei conti. Quando i mercenari avanzavano su Mosca, molti “patrioti” invece di denunciare il “traditore” sono rimasti in silenzio, come Margarita Simonjan, direttrice di Rt, che poi si è scusata dicendo di trovarsi in crociera sul Volga. Altri sono fuggiti. Si dice che tutti, in particolare quanti hanno lasciato Mosca o sono volati all’estero, verranno «segnati a matita»: Vzjat’ na karandash, espressione usata già sotto Stalin per le liste di proscrizione.
D’altro canto non è ancora chiaro quale sarà il destino di Wagner.
Secondo Sergej Markov, ex consigliere di Putin, «ci saranno due compagnie: una all’interno dell’esercito e una che opera all’estero». Resta da capire se a comandare la seconda sarà sempre Prigozhin da Minsk. Peskov ha detto che l’accordo è ancora in fase di attuazione e di non sapere quanti combattenti si uniranno alla Difesa. Non molti, secondo Markov. «Innanzitutto perché Prigozhin è considerato “contro la Russia”, mentre i wagneriti sono “per la Russia”. E poi perché lo abbandoneranno anche quelli che erano con lui “per denaro” perché non ha più soldi: arrivavano tutti dal budget statale», dice al telefono a Repubblica. Tutto da vedere.
C’è chi teme che Prigozhin possa usare la Bielorussia come rampa di lancio per un nuovo assalto. «Prigozhin tenterà sicuramente un nuovo golpe», ha detto ad esempio l’ex “ministro” della Difesa di Donetsk Igor “Strelkov” Girkin.
Il dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko ha cercato di rassicurare che non c’è motivo di temere la presenza delle truppe di Wagner nel suo Paese. Anzi, si è detto certo che le loro «inestimabili» conoscenze militari potranno essere utili per Minsk.
Godendosi il suo momento di gloria, ieri ha anche dato la sua versione della crisi. «La situazione ci è sfuggita, poi abbiamo pensato che si sarebbe risolta, ma non si è risolta», ha detto descrivendo la rivolta come il risultato di una cattiva gestione della faida tra Wagner e Difesa in quella che è sembrata una critica implicita a Putin.
Ha poi detto di aver messo le sue forze armate in stato di allerta, ma soprattutto si è vantato di aver parlato sette volte con Putin durante le trattative di sabato esortandolo a non uccidere Prigozhin e di aver convinto il leader di Wagner alla ritirata e a rinunciare alle dimissioni di Shojgu e Gerasimov in telefonate che contenevano «dieci volte» più parolacce del normale. «Gli ho detto: “A metà strada verrai semplicemente schiacciato come una cimice”». Sulla tenuta dell’accordo però nutre dubbi anche Markov. «Potrà essere violato». Da chi? «Da Putin. L’inchiesta in un modo o nell’altro continuerà».