Brasile, Bolsonaro condannato. Non potrà candidarsi alle elezioni del 2026
di Daniele MastrogiacomoJair Bolsonaro
Il futuro politico di Jair Bolsonaro è segnato. Non potrà più ricoprire incarichi pubblici per i prossimi otto anni.
Tramontano le sue aspirazioni a ricandidarsi alle elezioni del 2026, restano in bilico le possibilità di tentare la scalata persino in quelle del 2030. Avrà 75 anni. Una vera batosta.
Con il voto decisivo della consigliera Carmen Lucia si sono matematicamente chiuse le possibilità di un’assoluzione che appariva incerta sin dall’inizio di questo processo istituzionale.
Si chiude nel peggiore dei modi la parabola dell’ex capitano espulso per ribellione dall’esercito e adesso, per abuso di potere e uso illecito di comunicazione pubblica, anche dal consesso politico. Chiamato a pronunciarsi suIla denuncia del Partito Laburista Democratico (contrario a infliggere solo una multa come era stato fatto a suo tempo) il Tribunale Superiore Elettorale ha deciso di condannare l’ex leader …
Il futuro politico di Jair Bolsonaro è segnato. Non potrà più ricoprire incarichi pubblici per i prossimi otto anni.
Tramontano le sue aspirazioni a ricandidarsi alle elezioni del 2026, restano in bilico le possibilità di tentare la scalata persino in quelle del 2030. Avrà 75 anni. Una vera batosta.
Con il voto decisivo della consigliera Carmen Lucia si sono matematicamente chiuse le possibilità di un’assoluzione che appariva incerta sin dall’inizio di questo processo istituzionale.
Si chiude nel peggiore dei modi la parabola dell’ex capitano espulso per ribellione dall’esercito e adesso, per abuso di potere e uso illecito di comunicazione pubblica, anche dal consesso politico. Chiamato a pronunciarsi suIla denuncia del Partito Laburista Democratico (contrario a infliggere solo una multa come era stato fatto a suo tempo) il Tribunale Superiore Elettorale ha deciso di condannare l’ex leader dell’estrema destra con una maggioranza qualificata.
Sui sette membri del Tribunale, quattro, al momento in cui scriviamo, si sono pronunciati a favore della richiesta della pubblica accusa, mentre solo uno ha proposto una condanna più lieve: una semplice multa che non avrebbe compromesso l’agibilità politica dell’ex presidente. Se anche gli ultimi due consiglieri dovessero proporre l’assoluzione, Jair Bolsonaro esce comunque di scena.
Ma è molto probabile, quasi scontato, che alla fine il verdetto sarà quasi all’unanimità: 6 voti a favore e 1 contro. Il caso esaminato dal Tribunale superiore elettorale è uno dei 16 che pendono sul capo di Jair Bolsonaro. Forse il meno rilevante da un punto di vista penale ma con una forte valenza istituzionale.
Riguarda la convocazione di tutti gli ambasciatori accreditati in Brasile per un incontro ufficiale al Palazzo de l’Alvorada. La riunione si tenne il 18 luglio del 2022 e venne trasmessa da Tv Brasil e sul canale Youtube del presidente.
Mancavano tre mesi alle elezioni che avrebbero poi sancito la vittoria, di misura, di Lula. Bolsonaro si scagliò sul sistema elettorale elettronico in vigore da 26 anni. Sostenne che era impreciso, con forti possibilità di frodi; attaccò il sistema giudiziario che lo difendeva, quello elettorale che lo promuoveva. Non si risparmiò nelle accuse, avallando la sua nota teoria del complotto che puntava a sottrargli lo scettro del comando.
Gli ambasciatori restarono in silenzio, a disagio. Si limitarono ad ascoltare questo lungo monologo che tra l’altro non prevedeva delle domande né un confronto su un tema così delicato. Metteva in discussione la linearità di uno strumento che da quasi un quarto di secolo esprimeva, senza mai un guasto o difetto, il parere di 210 milioni di brasiliani. Persino i militari, chiamati a verificare in tempo reale le operazioni di spoglio, non ravvisarono alcuna anomalia o disfunzione. Jair Bolsonaro, anche su questo, continuava ad emulare il suo idolo: Donald Trump.
L’unico voto contrario è stato quello del consigliere Raul Araujo, a suo tempo indicato dallo stesso leader della destra estrema come membro del Tribunale superiore. Ha riconosciuto che l’incontro con gli ambasciatori aveva una connotazione elettorale ma ha sostenuto che nel suo insieme non era stato un episodio grave tale da configurare un abuso di potere.
Spiegando il senso del loro voto, tutti i consiglieri si sono soffermati sulla perniciosità di due aspetti dell’intero show di Bolsonaro. Quello qualitativo, cioè la disapprovazione di un comportamento; e quello quantitativo, quindi la portata e le ripercussioni che poteva avere sull’esito delle elezioni.
Arauio ha cercato di minimizzare. Ha sostenuto che si trattava di una delle tante manifestazioni eccentriche dell’ex capitano e che non andava presa sul serio. Insomma, quasi una boutade che non avrebbe influito minimamente sul voto di fine ottobre. La bassa astensione al ballottaggio, ha aggiunto, lo dimostrava.
Ma è stato l’unico a banalizzare la portata dell’iniziativa dell’ex presidente. Il consigliere Floriano de Azevedo Marques lo ha considerato invece grave, soprattutto sul piano qualitativo. “Ha prodotto”, ha sostenuto, “un effetto antagonista. Cosa c’è di più grave nelle azioni di un Capo di Stato che, puntando a obiettivi elettorali, mobilita tutto l’apparato della Repubblica per far passare a livello internazionale l’idea che le elezioni brasiliane non sono pulite”.
Stessa tesi sostenuta dal consigliere Andre Ramos Tavares. “Il fatto stesso che a mettere in dubbio la correttezza del sistema elettorale fosse il presidente in persona”, ha spiegato, “davanti ai rappresentanti di tutto il mondo rendeva il suo discorso estremamente serio, non certo una battuta”.
Carmen Lucia ha voluto motivare bene e a lungo la sua decisione “perché”, ha ricordato, “l’allora presidente ha comunque ottenuto 50 milioni di voti alle ultime elezioni. La gente che lo ha indicato merita rispetto e deve sapere il senso della nostra scelta”. Non è un caso se l’intera seduta è stata trasmessa i diretta sui canali istituzionali e sui social.
L’impatto di questo verdetto non avrà forti ripercussioni. Il Brasile, e i brasiliani, hanno ormai voltato pagina. Si sono lasciati alle spalle i quattro anni, tragici per molti versi, della presidenza Bolsonaro. Persino i suoi fans sono più freddi. Non gli perdonano la fuga negli Usa alla fine dell’anno scorso. Proprio il giorno prima dell’insediamento di Lula e a una settimana dall’assalto ai Tre Poteri, con le immagini della devastazione viste da tutto il mondo. Il suo consenso è crollato al 16 per cento.
Orfana del suo leader, la destra cerca un nuovo padre da lanciare nella sfida del 2026. Circola con insistenza il nome di Tarcisio de Freitas, attuale governatore di San Paolo, già fedelissimo del suo mentore. Ha maggiori possibilità di battere Lula.
Ma è ancora presto per ogni pronostico. Resta l’ennesimo primato della gestione Bolsonaro. Mai, in 99 anni, un presidente era stato interdetto da incarichi pubblici. Ci è riuscito lui: l’uomo venuto dal nulla e sparito nel nulla.