Ai funerali di Nahel la rabbia dell’altra Francia: “Massacrati senza motivo”. Macron non va a Berlino
dalla nostra inviata Benedetta PerilliNANTERRE – «L’ho visto poco prima che chiudessero la bara. Aveva il viso disteso, pacificato». Hamila si allontana con il chador colorato che si muove nel vento, prendendo la discesa che dall’obitorio di Nanterre va verso il centro della città. Si muove rapida lontano dagli sguardi di gruppi di ragazzini in tuta che seduti sui motorini vigilano affinché nessuno — in particolare la stampa — entri nell’intimità del lutto della famiglia di Nahel. Un foro nel petto, ora nascosto sotto le bende bianche, ha ucciso il 17enne diventato un simbolo delle violenze della polizia che ha gli ha sparato.
Dopo quattro giorni di fiamme, rabbia e distruzione in tutta la Francia, nella mattina a Nanterre si sente solo il rumore delle marmitte rotte degli scooter sui quali a tre a tre, e senza casco, i giovani amici di Nahel raggiungono la moschea Ibn Badis.
Qui una fila composta si è formata già prima della cerimonia funebre. Decine di uomini dalle pettorine fosforescenti controllano che nessuno riprend…
NANTERRE – «L’ho visto poco prima che chiudessero la bara. Aveva il viso disteso, pacificato». Hamila si allontana con il chador colorato che si muove nel vento, prendendo la discesa che dall’obitorio di Nanterre va verso il centro della città. Si muove rapida lontano dagli sguardi di gruppi di ragazzini in tuta che seduti sui motorini vigilano affinché nessuno — in particolare la stampa — entri nell’intimità del lutto della famiglia di Nahel. Un foro nel petto, ora nascosto sotto le bende bianche, ha ucciso il 17enne diventato un simbolo delle violenze della polizia che ha gli ha sparato.
Dopo quattro giorni di fiamme, rabbia e distruzione in tutta la Francia, nella mattina a Nanterre si sente solo il rumore delle marmitte rotte degli scooter sui quali a tre a tre, e senza casco, i giovani amici di Nahel raggiungono la moschea Ibn Badis.
Qui una fila composta si è formata già prima della cerimonia funebre. Decine di uomini dalle pettorine fosforescenti controllano che nessuno riprenda in video o fotografi quello che sta succedendo. «Rispettiamo la famiglia», ripetono questi volontari di associazioni locali arrivando persino a sequestrare il cellulare a un passante ignaro.
Sono gli unici sceriffi presenti su tutta avenue Georges Clémenceau, così sospesa e calma tra le carcasse delle automobili date a fuoco nelle notti precedenti, da sembrare quasi una contea, però ultra urbana.
Per tutta la giornata dei funerali di Nahel non si vedrà neanche un poliziotto. «Sono tutti qui dietro, sotto casa mia. Per evitare gli scontri hanno accettato di non farsi vedere», spiega Rita, una signora portoghese che da anni vive a Nanterre. «Conosco la nonna di Nahel, è una brava persona così come lo era lui. Sono qui perché non posso accettare che un ragazzo di 17 anni muoia senza motivo. Poteva essere mio figlio».
L’amica di origine marocchina ribatte che è una fortuna che non ci siano gli agenti perché lei ne è terrorizzata. «Un giorno in macchina con mio marito, che aveva la patente appena scaduta, ho visto un posto di blocco e ho iniziato a tremare. Lo vedevo già morto. L’ho costretto a tornare a casa subito». I poliziotti, dice, se la prendono con quelli come loro, intendendo gli “arabi”, e in particolare con gli indifesi. «Non lo avrebbero mai ucciso Nahel se fosse stato grande e grosso».
Intanto arriva la bara bianca del 17enne, che era cittadino francese di discendenza algerina e marocchina, ma la moschea è ormai piena. Fuori ci sono ancora centinaia di persone arrivate per dargli l’ultimo saluto che decidono di improvvisare la Salat al-Janazah, la preghiera funebre del rito islamico, lì nel mezzo della strada. Si schierano in file composte uno accanto all’altro, con le braccia conserte, e partecipano alla cerimonia che si sta svolgendo all’interno seguendo il rito da una cassa acustica sistemata sull’aiuola.
L’imam invoca la pacificazione — come hanno fatto tra gli altri anche la nazionale di calcio francese e Mbappé, l’idolo di tanti di questi ragazzi — invitando a fermare la protesta. Poi il feretro di Nahel lascia la moschea per entrare nel carro funebre, decine di ragazzi circondano l’auto e la scortano in corteo fino al cimitero di Mont Valérien, dove viene sepolto.
Intanto, dall’altro lato dell’avenue, due operai stanno montando dei pannelli di legno per proteggere le vetrine di un centro medico. «Se non piove ci sarà un’altra notte di battaglia», dice sconsolato il proprietario di una formaggeria poco più avanti. «Sono nato e cresciuto qui per sessanta anni ma non ce la faccio più. Non voglio che i miei nipoti diventino dei delinquenti come Nahel. A Nanterrenon c’è futuro perché noi e loro non riusciremo mai a convivere».
In una periferia che si racconta spezzata in due si rispecchia il clima di un Paese smarrito. Nella notte tra venerdì e sabato in tutta la Francia sono state fermate 1.300 persone coinvolte negli scontri e tra gli arrestati il 30% era minorenne.
In tutto si parla di danni e furti in una dozzina di centri commerciali, 200 catene di supermercati, 250 rivenditori di tabacco, 250 filiali bancarie e molti negozi di moda, sport e fast food per i quali il ministro dell’Economia e delle Finanze, Bruno Le Maire, ha chiesto agli assicuratori di abbassare la franchigia e pagare presto i risarcimenti. «La Repubblica vincerà non i rivoltosi», ha cercato di rassicurare il ministro dell’Interno Gérard Darmanin mentre Emmanuel Macron ha rinviato la visita di Stato in Germania che sarebbe dovuta iniziare oggi.
Sepolto Nahel e nonostante gli inviti alla calma il clima resta teso. Nella regione di Parigi per la seconda sera autobus e tram si sono fermati alle 21 e tra i tanti eventi annullati la città della moda ha dovuto rinunciare anche all’attesa sfilata del marchio Céline. «Un evento fuori luogo mentre la Francia è in lutto, ferita», ha scritto lo stilista Hedi Slimane.
Ieri notte il governo ha mobilitato nuovamente 45mila agenti per cercare di arginare le rivolte. Ma a Marsiglia, che insieme a Lione è diventata il centro delle violenze, neanche l’arrivo delle unità specializzate in guerriglia urbana è riuscito a evitare gli scontri.