L’avvocato della famiglia di Nahel: “Un poliziotto che uccide deve essere condannato, in Francia non accade”
dalla nostra inviata Benedetta PerilliPARIGI – “Senza giustizia non c’è pace”. A parlare è Yassine Bouzrou, l’avvocato che difende la famiglia di Nahel, il 17enne ucciso a colpi di pistola da un poliziotto durante un controllo stradale a Nanterre. Penalista, classe 1979, Bouzrou è nato a Bezons, pochi chilometri più in là della periferia di Nahel che ora brucia, da una famiglia di lavoratori marocchini, cresciuto professionalmente in un minuscolo studio sugli Champs-Élysées, è diventato negli anni un nome noto – e discusso – in Francia per aver lavorato in alcuni casi molto seguiti come quello della morte di Adama Traoré, il 24enne deceduto nel 2016 mentre si trovava in custodia in caserma e diventato simbolo della violenza della polizia francese.
Il caso di Nahel a molti ri…
PARIGI – “Senza giustizia non c’è pace”. A parlare è Yassine Bouzrou, l’avvocato che difende la famiglia di Nahel, il 17enne ucciso a colpi di pistola da un poliziotto durante un controllo stradale a Nanterre. Penalista, classe 1979, Bouzrou è nato a Bezons, pochi chilometri più in là della periferia di Nahel che ora brucia, da una famiglia di lavoratori marocchini, cresciuto professionalmente in un minuscolo studio sugli Champs-Élysées, è diventato negli anni un nome noto – e discusso – in Francia per aver lavorato in alcuni casi molto seguiti come quello della morte di Adama Traoré, il 24enne deceduto nel 2016 mentre si trovava in custodia in caserma e diventato simbolo della violenza della polizia francese.
Il caso di Nahel a molti ricorda quello che è successo negli Stati Uniti con l’uccisione di George Floyd. È giusto parlare di un’americanizzazione della polizia francese?
“Come negli Stati Uniti la polizia francese è diventata ogni giorno più violenta. Il numero di persone uccise dalle forze dell’ordine in Francia negli ultimi tempi è cresciuto e la percezione è che non esista più alcuna regola rispettata dalle forze dell’ordine. Gli agenti decidono di sparare su chi vogliono e lo fanno impunemente”.
Ieri l’Onu ha richiamato la Francia invitandola a vigilare sul grave problema di razzismo presente tra le forze dell’ordine. È d’accordo?
“Il razzismo c’è, va combattuto e ben venga l’intervento dell’Onu ma il vero problema in Francia è la giustizia. Anche in un caso come la morte di Nahel, dove esiste un video che dimostra quello che è successo, la tendenza della giustizia è quella di proteggere i poliziotti”.
Crede che la legge del 2017, che ha ampliato i casi in cui gli agenti possono utilizzate le armi, abbia peggiorato la situazione?
“Certamente ha favorito l’utilizzo delle armi ma episodi così gravi si sono verificati anche prima del 2017. Il problema è che la popolazione francese non crede più nel ruolo della giustizia e percepisce la polizia come una forza immune da qualsiasi procedimento penale”.
Nel 2005 la morte di due adolescenti che, fuggendo dalla polizia a Clichy-sous -Bois, rimasero folgorati in una cabina di trasformazione, diede il via a un autunno violento di rivolte. Sta succedendo la stessa cosa?
“Sono due casi diversi che hanno un importante tratto in comune, ovvero la volontà immediata della giustizia di criminalizzare le vittime. Per i due ragazzi si parlò subito di due delinquenti così come è successo stavolta. La prima reazione è stata dire che Nahel aveva dei precedenti con la giustizia. Questo significa gettare benzina sul fuoco, creare tensione nella popolazione, la stessa che poi vediamo riversata nelle strade”.
E rispetto alla morte di Adama Traoré, anche in virtù del percorso mediatico di quel caso e del popolare attivismo della sorella Assa, è cambiato qualcosa?
“Assolutamente no. Malgrado il grande numero di perizie mediche e di prove contro i poliziotti prodotte, nessun agente è stato condannato”.
Il poliziotto che ha sparato a Nahel ora è in carcerazione preventiva con l’accusa di omicidio volontario. Quali sono le vostre richieste?
Chiediamo semplicemente che la giustizia rispetti la legge come sta facendo in queste fasi iniziali. Temo però che man mano che i riflettori si spegneranno, i giudici troveranno un modo per proteggere gli agenti.
Crede che ci sia spazio per una soluzione pacifica?
“Solo se si rispetta la legge. Se non c’è giustizia però, non c’è pace”.
Lei utilizza molto la parola giustizia ma cosa intende?
“Intendo il rispetto della legge, ovvero che un poliziotto che uccide in maniera illegale venga condannato. In Francia non è mai successo”.
Non ci sono precedenti?
“Ci sono pochissime condanne e quelle poche sono irrisorie. Quasi mai le pene sono all’altezza della gravità dei fatti e ai pochi agenti che vengono condannati al massimo viene data la condizionale”.
Come giudica la risposta dell’Eliseo?
“Mi concentro solo sull’aspetto giudiziario, sono un avvocato”.