Francia, a Clichy 18 anni dopo. L’odio viaggia sui social: “Qui non c’è futuro”
dal nostro inviato Antonello GuerreraCLICHY-SOUS-BOIS (PARIGI) - «Sono ancora sotto shock», ci dice Emmanuel mentre in macchina con i suoi amici diciottenni o quasi, David e Kevin, fissa il portone bruciato del municipio di Clichy-Sous-Bois. Due uomini bianchi della sicurezza ci sciabolano di occhiatacce. Temono l’insorgere di una nuova violenza. Ma Emmanuel, David e Kevin sono tre gentilissimi giovani neri di questa ruvida banlieue, e hanno parcheggiato proprio di fronte alla mairie. «È spaventoso quanto sta accadendo», continua Emmanuel, «il mio fratellino va a scuola dove ieri hanno bruciato tutto, e pure nella mediateca oramai arsa. Di questo passo, ci scapperà il morto. Sono terrorizzato».
Benvenuti a Clichy-Sous-Bois, periferia a Nord-Est di Parigi, dopo lo Stade De France e una infinita terra desolata di capannoni e cantieri. Qui alla fine dell’ottobre 2005 è partita la scintilla dei riots dopo la morte di altri due giovanissimi, Zyed Benna …!-->!-->
CLICHY-SOUS-BOIS (PARIGI) - «Sono ancora sotto shock», ci dice Emmanuel mentre in macchina con i suoi amici diciottenni o quasi, David e Kevin, fissa il portone bruciato del municipio di Clichy-Sous-Bois. Due uomini bianchi della sicurezza ci sciabolano di occhiatacce. Temono l’insorgere di una nuova violenza. Ma Emmanuel, David e Kevin sono tre gentilissimi giovani neri di questa ruvida banlieue, e hanno parcheggiato proprio di fronte alla mairie. «È spaventoso quanto sta accadendo», continua Emmanuel, «il mio fratellino va a scuola dove ieri hanno bruciato tutto, e pure nella mediateca oramai arsa. Di questo passo, ci scapperà il morto. Sono terrorizzato».
Benvenuti a Clichy-Sous-Bois, periferia a Nord-Est di Parigi, dopo lo Stade De France e una infinita terra desolata di capannoni e cantieri. Qui alla fine dell’ottobre 2005 è partita la scintilla dei riots dopo la morte di altri due giovanissimi, Zyed Benna e Bouna Traoré, folgorati da una centralina elettrica mentre come Nahel, nella vicina Nanterre, scappavano da un controllo della polizia. Qui è riesplosa la furia di giovani e adolescenti, istintiva o fomentata da social come Snapchat, i cui messaggi “invisibili” dei rivoltosi aggregano e fanno circolare la rabbia, come avvenuto in queste sere per mano della racaille, della “feccia”, come l’aveva chiamata sprezzante l’ex presidente Nicolas Sarkozy, allora ministro degli Interni. Oggi l’età media degli arrestati è di 17 anni, secondo il governo, e il 30% è minorenne.
Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio, narrava il film cult delle banlieue parigine, il devastante Odio di Mathieu Kassovitz. Qui a Clichy-sous-Bois, 18 anni dopo, ci si è schiantati di nuovo, in una realtà cruda e nera, come le finestre di questi sbriccati palazzoni post-sovietici e le mani di un gelataio che passa un ghiacciolo a due bimbe, a pochi metri da macchine e centraline elettriche arse dal fuoco.
«Questo non è un quartiere qualunque, c’est la Cité», ci dice Bacary, un ragazzone di origine africana, altro cortese caronte ed ennesimo ossimoro di questa irrealtà che al centro di Parigi nessuno vuole vedere e sentire. «Sì, ogni tanto gli animi si infiammano». Per la povertà? «Povertà è un termine offensivo», ci ammonisce mentre camminiamo tra monoliti di finestre arrugginite, balconi che sembrano reti di un letto usato, immondizia, paraurti in strada, e il clangore di macchine con la musica a cannone, «questa è gente svantaggiata». Non vediamo nemmeno un bianco, a parte qualche immigrato dall’Est Europa. Qui sono quasi tutti neri, come i veli di molte donne. Al massimo qualche ispanico.
«I poliziotti sono razzisti con noi, ma anche con altre minoranze etniche», accusano Emmanuel e David in macchina, «ci odiano, eppure io e i miei amici non gli abbiamo mai fatto niente. Ma lo senti, l’odio. Lo senti ogni giorno. Qui non abbiamo futuro e di certo non ce lo avranno neanche i nostri figli: non c’è lavoro, fuori ci evitano. Anche il ministro delle città e della casa, Olivier Klein, ex sindaco di Clichy, parla a vuoto, così come Macron. Qui non è mai cambiato nulla».
E se alcuni loro amici e coetanei fanno la guerra di notte, loro dicono di non volersi neanche azzardare. Anzi, neanche sanno cosa accadde qui 18 anni fa. Se David «neanche lo ricordava», Emmanuel trasecola: «Non ero nemmeno nato!».
«Ils veulent pas que ça brûle comme en 2005», canta il rapper francese Ninho. Non vogliono che bruci come 18 anni fa. Eppure il legno storto e nichilista di questi boschi (bois) è cresciuto. E in pochi, persino le autorità, hanno voglia di parlare.
Samira Tayebi è la sindaca che ha sostituito a Clichy proprio Klein. Socialista, eletta lo scorso dicembre, prima sindaca franco-marocchina della Francia, Tayebi era una ragazza quando sono scoppiati gli scontri del 2005 e quell’esperienza l’ha segnata al punto che sul caso Nahel ha scelto il silenzio stampa, anche per non incendiare una situazione già accesa.
Però ha scritto su Instagram: «Cari clichos, alcuni nostri giovani hanno devastato la Cité, aiutatemi: restate a casa, e state vicino ai vostri figli. Facciamo tornare la pace nel nostro quartiere. Continuiamo a essere forti insieme, ed orgogliosi di vivere a Clichy-Sous-Bois». Ma qui, in questo quartiere sconvolgente, più che l’orgoglio, oggi ribolle soprattutto la rabbia.