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Ucraina, gli incursori del Dnepr: “Attraversiamo il fiume tra le bombe di Mosca”

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Andriy Pidlisny, a capo del team ucraino: “Nonostante i ponti distrutti, abbiamo preso il controllo di cinque punti sulla riva Est”
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KIEV – È una sporca missione ma qualcuno la deve pur fare. Sporca e ardita, forse la più ardita al momento per le forze armate ucraine: attraversare il grande fiume. Aprire un varco in terra occupata per lanciare la controffensiva anche nella regione di Kherson. Con i due ponti inutilizzabili (l’Antonovskiy è stato fatto saltare in aria, quello a Nova Kakhovka risulta danneggiato) e il grosso dell’artiglieria russa puntata sulle sponde del fiume, non è esattamente una gita in barca.

Un gruppo di incursori, però, è in azione da due mesi. E a giudicare dal nervosismo dei blogger militari filorussi, gli unici che in questo momento stanno riportando realisticamente la situazione sul campo perché Kiev tace e Mosca nega, sta ottenendo dei risultati.

«Abbiamo preso il controllo di cinque punti sulla riva orientale», sostiene a Repubblica il giovane uomo che guida gli incursori. Si chiama Andriy Pidlisny, ventinove anni, occhi chiari, barba fulva, comandante di unità, provato. Molto p…

KIEV – È una sporca missione ma qualcuno la deve pur fare. Sporca e ardita, forse la più ardita al momento per le forze armate ucraine: attraversare il grande fiume. Aprire un varco in terra occupata per lanciare la controffensiva anche nella regione di Kherson. Con i due ponti inutilizzabili (l’Antonovskiy è stato fatto saltare in aria, quello a Nova Kakhovka risulta danneggiato) e il grosso dell’artiglieria russa puntata sulle sponde del fiume, non è esattamente una gita in barca.

Un gruppo di incursori, però, è in azione da due mesi. E a giudicare dal nervosismo dei blogger militari filorussi, gli unici che in questo momento stanno riportando realisticamente la situazione sul campo perché Kiev tace e Mosca nega, sta ottenendo dei risultati.

«Abbiamo preso il controllo di cinque punti sulla riva orientale», sostiene a Repubblica il giovane uomo che guida gli incursori. Si chiama Andriy Pidlisny, ventinove anni, occhi chiari, barba fulva, comandante di unità, provato. Molto provato. Eppure ha attraversato.

Quanti siano i soldati impegnati nell’operazione non è chiaro. I blogger filorussi parlano di settanta, ottanta uomini al massimo. «Un numero che è assai lontano da quello reale, ma non posso rivelare se è sbagliato in eccesso o in difetto», si limita a osservare Pidlisny. Che aggiunge: «Abbiamo approfittato di una delle loro follie, cioè la distruzione della diga di Nova Kakhovka del 6 giugno. Quando il livello del Dnepr è sceso, siamo avanzati e abbiamo conquistato le posizioni dove prima si trovavano loro. Da allora hanno mandato i carcerati. Due settimane fa c’è stata una rotazione nelle loro file, sono arrivati i paracadutisti insieme al gruppo di ex detenuti che hanno firmato contratti col ministero della Difesa russo».

Se è vero vorrebbe dire che il Cremlino ha adottato il metodo Prigozhin, il fondatore della Wagner. «Se catturiamo qualcuno, adesso, è sempre un ex carcerato addestrato a operazioni di combattimento dai paracadutisti», ribadisce.

Subito sotto Zaporizhzhia, e fino all’estuario di Kherson, il Dnepr diventa il fronte di battaglia. Sulla sponda orientale i russi, sulla sponda occidentale gli ucraini. L’acqua è il principale degli ostacoli per la controffensiva di Kiev, poderosa difesa naturale: ci sono tratti dove il letto del grande fiume sembra un mare e quasi non si vede la costa opposta, ma quando giunge a Nova Kakhovka si restringe a un chilometro circa. Da lì in avanti ogni riva è buona per gli incursori di Pidlisny.

Il primo obiettivo è aprire quella che in gergo militare si chiama testa di ponte, ossia un’enclave controllata in zona nemica. «Non è che stiamo provando, già ci siamo stabiliti sulla sponda orientale», puntualizza il comandante. «Se consideriamo i confini amministrativi di Kherson, almeno la metà della sponda di fronte alla città è controllata dalle forze armate ucraine. Non significa che i nostri soldati siano seduti lì nelle trincee, ma che non ci sono più russi, perché la fascia di territorio è sotto il tiro dei nostri cannoni».

Gli incursori lavorano soprattutto nei pressi del ponte Antonovskiy, attraversano il fiume coi gommoni a tutta velocità, sbarcano e si ritrovano sotto una pioggia di bombe contando solo sui fucili e qualche lanciarazzi, perché una volta lì non hanno né carri armati né blindati né elicotteri. «Se il gommone viene individuato dai droni prima dell’approdo, ci affondano. I russi hanno i visori termici, ci vedono anche di notte, quindi la nostra unica arma è la rapidità».

Saltati giù dai barchini, si nascondono tra i piloni del viadotto distrutto e nei ruderi delle case del molo di Dachi, che i mortai russi non a caso martellano giorno e notte. Anche gli ucraini hanno il fuoco di copertura e sfruttano la morfologia. «La riva destra del Dnepr è più alta della sinistra, pertanto con obici, lanciamissili e proiettili lanciati dai droni possono proteggere i miei uomini. È così che abbiamo distrutto una compagnia russa di corazzati leggeri».

I filmati che circolano dei combattimenti al ponte di Kherson dimostrano che la zona è calda. In uno girato la scorsa settimana si vede un blindato russo (un Btr-82 A) lanciato verso l’Antonovskiy che spara decine di colpi verso Dachi, si ferma a circa duecento metri dal fiume, compie una frettolosa inversione a u e raggiunge un gruppo di soldati che trasportano un ferito in barella per procedere all’esfiltrazione.

Quale sia lo scopo finale delle pericolose scorribande sulla sponda orientale del Dnepr non è cosa che il comandante Pidlisny può e vuole rivelare. Presumibilmente aprire la strada per puntare alla Crimea. E non solo. «Le nostre azioni hanno anche un obiettivo civile, distolgono l’attenzione dell’artiglieria nemica su Kherson. Quindi, più ci bombardano sulla sponda orientale, meno bombardano la città e i villaggi circostanti». Semplice aritmetica bellica.

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