Sulla Via della Seta la cooperazione Italia-Cina è ancora in bilico. E Pechino preme
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - “Ritengo che l'Italia sia in linea generale d'accordo con il concetto dell'iniziativa Belt and Road, con i possibili risultati che potrebbe portare e con la promozione della cooperazione lungo la Via della Seta”. Parola di Liu Jianchao, capo del dipartimento per le relazioni internazionali del Partito comunista cinese, fidatissimo di Xi Jinping, appena tornato a Pechino dopo la visita in Italia della settimana scorsa proprio per far sentire la pressione della Cina nei confronti del governo di Roma sul dossier.
"Stanno ancora valutando se rinnovare l’accordo. Naturalmente speriamo che l’Italia lo rinnovi”. Anche se Liu, intercettato dall’agenzia Bloomberg a margine di un forum all’Università Tsinghua, sottolinea che “allo stesso tempo la cooper…
PECHINO - “Ritengo che l'Italia sia in linea generale d'accordo con il concetto dell'iniziativa Belt and Road, con i possibili risultati che potrebbe portare e con la promozione della cooperazione lungo la Via della Seta”. Parola di Liu Jianchao, capo del dipartimento per le relazioni internazionali del Partito comunista cinese, fidatissimo di Xi Jinping, appena tornato a Pechino dopo la visita in Italia della settimana scorsa proprio per far sentire la pressione della Cina nei confronti del governo di Roma sul dossier.
"Stanno ancora valutando se rinnovare l’accordo. Naturalmente speriamo che l’Italia lo rinnovi”. Anche se Liu, intercettato dall’agenzia Bloomberg a margine di un forum all’Università Tsinghua, sottolinea che “allo stesso tempo la cooperazione penso possa essere portata avanti anche attraverso vari mezzi”.
Pechino fa i suoi interessi e continua con il suo pressing diplomatico per mantenere viva la Belt&Road - un "percorso di felicità a beneficio del mondo intero”, come ha detto Xi al vertice dello Sco in India - ma ha capito che ormai la discussione sembra essere non tanto sul “se” uscire, ma sul “come” da quel Memorandum che il nostro Paese firmò - primo e unico tra quelli del G7 - nel 2019 durante il primo governo Conte giallo-verde. Un’intesa che scade nel marzo 2024 ma che si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno, se nel frattempo il governo italiano non deciderà di revocarla: una firma che quattro anni fa irritò non poco gli altri partner europei e gli Stati Uniti.
In Italia Liu Jianchao ha avuto un’agenda molto fitta. Incontri con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il presidente del Senato Ignazio La Russa, l’ex primo ministro Massimo D’Alema, la segretaria del Pd Elly Schlein.
Era stata la premier Giorgia Meloni la settimana scorsa a chiarire però che l'Italia può avere ottimi rapporti con la Cina, anche senza far parte del piano strategico di Xi. "Ci sono valutazioni in corso. La questione va trattata con attenzione e rispetto, coinvolgendo anche il Parlamento".
Commenti, quelli di Liu, che sembrano più misurati rispetto a quelli dell'ambasciatore cinese a Roma, che in un'intervista a Fanpage lo scorso 23 giugno aveva avvertito che uscire dalla Via della Seta “avrebbe una ripercussione negativa sull'immagine del Paese, sulla sua credibilità e sulle prospettive di cooperazione. Decidere incautamente di ritirarsi significherebbe smorzare l'entusiasmo della cooperazione in molti ambiti, tra cui quello politico, economico-commerciale e culturale”.
"Speriamo che l’Italia non abbandoni il progetto, e che non lo faccia su pressioni di terze parti”, aveva detto a Repubblica, da Londra qualche giorno fa, Wu Hongbo, rappresentante del governo per gli affari europei.
Anche la stampa statale non manca occasione di ricordare che ritirarsi dall’accordo per l’Italia sarebbe un errore. Il nazionalista Global Times critica il governo Meloni che sembra deciso a non rinnovare l’intesa: un esecutivo che “ha difficoltà a resistere all’influenza di Washington”. "Tuttavia, l'Italia tiene in grande considerazione i suoi legami con la Cina e Roma non vuole irritarla e offenderla, perché questo potrebbe farle perdere importanti vantaggi dalla cooperazione con la Cina. Ora Meloni vuole gestire e minimizzare i costi del ritiro dal patto”, sottolinea sul giornale di Partito Cui Hongjian, direttore del Dipartimento di Studi Europei dell'Istituto Cinese di Studi Internazionali.
Parole che fanno trasparire come il governo di Pechino sembra essersi in qualche modo “arreso” alla probabile decisione italiana di non rinnovare il memorandum. E ora si cerchino di evitare ripercussioni, per entrambi i Paesi. Lo stesso analista dell’istituto sotto il controllo del Ministero degli Esteri prova a minimizzare: “Sarebbe un peccato se l’Italia decidesse di ritirarsi, ma non sarebbe un grosso problema per l’intero programma della Belt&Road. La Cina rispetterà la decisione dell'Italia e si terrà in contatto con Roma per trovare una soluzione accettabile”.
Per la Cina rilanciare la Via della Seta che oramai conta 147 Paesi nei quali ha sborsato 923 miliardi di dollari, tra costruzione di infrastrutture e investimenti, è strategico. In questo 2023 Xi ha in programma un terzo forum per ravvivare il suo progetto oggi un po’ zoppicante. “Occorre impegnarsi per promuovere ulteriormente la facilitazione del commercio e degli investimenti, accelerare lo sviluppo delle infrastrutture portuali e dei corridoi logistici regionali e internazionali e garantire un funzionamento stabile e regolare delle catene industriali e di approvvigionamento regionali”, dice il leader.