Il giudice canadese: “L’emoji con il pollice vale come una firma”
di Natasha CaragnanoUna faccina che ride, una che piange, un cuore rosso. Le emoji che ci scambiamo ogni giorno sono ormai diventate un linguaggio universale e chiaro, tanto da poter diventare legalmente vincolante in alcuni casi. È quello che è successo a Chris Achter, un agricoltore canadese al quale l’emoji del pollice in su è costata oltre 61mila dollari canadesi (42mila euro) per non aver rispettato un contratto che aveva “firmato”.
Per il giudice della provincia canadese di Saskatchewan, T.J. Keen, è bastato infatti rispondere con questa emoji al contratto ricevuto via chat da una cooperativa cerealicola per esserne vincolato. «La Corte riconosce che non è un modo tradizionale di firmare, ma in queste circostanze resta valido», si legge nella sentenza (disseminata di pollicioni, perché ogni volta che lo cita, a corredo, compare anche la sua emoji).
Una faccina che ride, una che piange, un cuore rosso. Le emoji che ci scambiamo ogni giorno sono ormai diventate un linguaggio universale e chiaro, tanto da poter diventare legalmente vincolante in alcuni casi. È quello che è successo a Chris Achter, un agricoltore canadese al quale l’emoji del pollice in su è costata oltre 61mila dollari canadesi (42mila euro) per non aver rispettato un contratto che aveva “firmato”.
Per il giudice della provincia canadese di Saskatchewan, T.J. Keen, è bastato infatti rispondere con questa emoji al contratto ricevuto via chat da una cooperativa cerealicola per esserne vincolato. «La Corte riconosce che non è un modo tradizionale di firmare, ma in queste circostanze resta valido», si legge nella sentenza (disseminata di pollicioni, perché ogni volta che lo cita, a corredo, compare anche la sua emoji).
Quando nel 2021 Achter ha ricevuto il contratto per 87 tonnellate di cereali da consegnare a novembre, sul messaggio c’era scritto: «Si prega di confermare». A questo l’agricoltore ha risposto con la più classica e innocua delle emoji. Dopo tutto, ha spiegato a Repubblica Francesca Chiusaroli, docente di Glottologia e Linguistica all’Università di Macerata, «la velocità della comunicazione digitale informale rende naturale, invece di dilungarsi in lunghe risposte, replicare con l’icona di un pollice in su».
Il prodotto richiesto però non è mai arrivato, spingendo la cooperativa a citare in giudizio Achter per violazione del contratto e insistere sul fatto che l’emoji costituisse un accordo. L’imputato, ha notato il giudice, ha spesso risposto con un amichevole «yup», rispettando poi la consegna. Segno che tra le parti le risposte concise dovevano essere l’equivalente di una conferma, come l’emoji usata questa volta. Per il giudice, «la Corte non può, né dovrebbe, tentare di arginare la tecnologia». Anche perché questa è «la nuova realtà» con cui la società e i tribunali dovranno imparare a confrontarsi.
«In realtà il sistema giudiziario si occupa abitualmente di comunicazione non testuale e i tribunali sanno come gestire questi casi», ha detto a Repubblica Eric Goldman, professore della facoltà di legge della Santa Clara University in California. Secondo un suo studio, tra il 2004 e il 2019 in oltre 50 casi legali le emoji hanno avuto un ruolo fondamentale per definire le cause, soprattutto in caso di molestie sessuali.
Resta però il problema dell’interpretazione, spesso soggettiva. «Quando le parti non sono d’accordo, i tribunali analizzano il contesto o il significato culturale dell’emoji e, talvolta, ricorrono alla consultazione di esperti», ha detto Goldman. Ma è utopia immaginare che i parlanti si adeguino a significati universali. «In fondo la comunicazione digitale è la più spontanea e viva tra le forme comunicative del nostro tempo. Come tale va usata con consapevolezza, ma anche accettando la sua natura creativa e istintiva», ha concluso Chiusaroli.
L’agricoltore canadese ha continuato a sostenere la sua tesi: per lui il pollice in su era solo una conferma di ricezione. La sentenza, secondo il suo avvocato, potrebbe creare un precedente e «inondare» i tribunali di casi simili in cui al posto del pollice in su potrebbe esserci il pugno chiuso o la stretta di mano.