Intervista a Frans Timmermans: “Il Ppe voti il Green Deal senza cedere ai sovranisti”
dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES - «C’è una proposta di Renew che è al 90% la posizione del Consiglio. Spero di trovare la maggioranza al Parlamento così possiamo iniziare almeno a negoziare». Il voto di mercoledì al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della Commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto. E il vicepresidente dell’esecutivo europeo, il socialista olandese Frans Timmermans, lancia un avvertimento: «Da quando la destra italiana è al governo», il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un «colpo» a Ursula von der Leyen. Sarebbe una «sconfitta» per la sua Commissione. E ricorda: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi».
BRUXELLES - «C’è una proposta di Renew che è al 90% la posizione del Consiglio. Spero di trovare la maggioranza al Parlamento così possiamo iniziare almeno a negoziare». Il voto di mercoledì al Parlamento europeo sul provvedimento per il ripristino degli habitat naturali rischia di far saltare uno dei progetti fondamentali della Commissione europea: il Green deal sulla transizione ecologica. Il Partito popolare europeo si sta spaccando su questo punto. E il vicepresidente dell’esecutivo europeo, il socialista olandese Frans Timmermans, lancia un avvertimento: «Da quando la destra italiana è al governo», il Ppe ha smesso di trattare. Ma così assestano un «colpo» a Ursula von der Leyen. Sarebbe una «sconfitta» per la sua Commissione. E ricorda: «Se il Ppe pensa di governare in futuro con l’estrema destra pur di stare al governo, si ricordino che i partiti radicali vogliono fermare il progetto europeo. Con la destra radicale non si risolvono i problemi».
Ma lei cosa si aspetta dopodomani?
«Riprendere l’abitudine di negoziare, anche se non siamo d’accordo al 100 per cento. Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto».
La responsabilità quindi ricade tutta sui popolari?
«Sì, perché abbiamo sempre saputo che la destra più radicale era contro, ma dal 2020 il Ppe ci ha sempre detto che loro erano essenzialmente d’accordo. Anzi ci hanno ringraziato per la nostra proposta sulla “natura”. Non so se per motivi elettorali, ma a un certo punto c’è stato un cambiamento netto perché rifiutano totalmente il confronto».
In che senso?
«Ho chiesto quali fossero i punti di disaccordo. Mi hanno parlato di una decina di punti. Ho risposto: ok, discutiamone. E loro hanno semplicemente detto che non vogliono parlarne e pretendono che la Commissione ritiri questa proposta. E io ripeto loro: perché allora non avanzate voi una proposta?».
Vede un disegno politico? Il presidente del Ppe Weber contro Ursula von der Leyen?
«Ma questa è una cosa interna dei Popolari. Io devo battermi per una proposta della Commissione essenziale per mantenere l’obiettivo di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030. Dobbiamo mettere in grado la “natura” di aiutarci. Quello che mi dà pena e che trovo molto difficile da capire è la linea del centrodestra, che non capisce che la crisi climatica e della biodiversità è più importante delle differenze politiche. Dobbiamo trovare dei compromessi. Negli ultimi tre anni lo abbiamo fatto e a un certo punto tutto è saltato, forse per quel che è accaduto nelle elezioni in Finlandia e soprattutto in Italia, dove il centrodestra adesso vede un’alleanza soprattutto con la destra più radicale. Il Ppe pensa che per il futuro europeo si deve alleare con la destra più radicale».
Ma è un obiettivo realistico?
«Non lo vedo, la destra non è in grado di costruire l’Europa. Anzi vuole fermarne la costruzione».
Anche la destra italiana di Fratelli d’Italia?
«Prima delle elezioni avrei detto sì, senza dubbio, ma con questo governo, con il quale abbiamo delle differenze, finora abbiamo lavorato e poi vedremo. Alle prossime europee tutti i partiti hanno il dovere di dire chiaramente dove stanno sull’integrazione europea e sull’ambiente. Anche in Cina, ad esempio, sanno che serve un accordo Usa-Cina-Ue sul clima. Ma solo se l’Unione è unita. I nazionalisti non capiscono che la sovranità si raggiunge insieme».
Vede il rischio di un arretramento del progetto europeo se la destra vince le prossime europee?
«Di certo il nazionalismo non può risolvere i problemi del cambiamento climatico o della siccità».
E se invece mercoledì prossimo ci fosse un voto negativo cosa accadrebbe?
«Questo vuol dire che non ci sarà una condizione migliore della nostra natura. Perderemmo almeno un anno perché dopo il voto non ci sarà più tempo per riprendere il discorso».
Verrebbe meno un segno distintivo della Commissione? Sarebbe un no anche a von der Leyen?
«Assolutamente. Per essere votata in Parlamento nel 2019, la Presidente ha accolto questa linea, soprattutto sulla biodiversità. Lei ci crede davvero, non è soltanto una logica politica. Sarebbe una sconfitta per tutta la Commissione, anche per lei. Questo provvedimento fa parte di quel che vogliamo lasciare ai nostri figli e ai nostri nipoti».
Lei ne aveva mai parlato in passato anche con l’ex cancelliera tedesca Merkel?
«Certo, anche in Germania c’era sempre un consenso politico da sinistra a destra sulla necessità di proteggere l’ambiente, anche per gli agricoltori e per il futuro dell’agricoltura, ma le cose sono cambiate dal momento che i popolari hanno perso il governo in Germania. La loro logica è stare sempre al governo e quando non è così, fanno di tutto per indebolire l’esecutivo e per tornare al potere. Ma non esiste solo il potere, c’è anche il senso di responsabilità per la società. Per questo si cercano compromessi. Se si alleano con la destra più radicale, non la vedo più questa responsabilità».
Ha in mente una proposta in extremis per mercoledì?
«Ho bisogno di un voto positivo per andare in questa direzione, mediando e discutendo. E so bene che molti popolari sono pronti a discutere».
Si può rinviare il voto a settembre?
«È un’idea che viene dal gruppo popolare. Ma abbiamo bisogno in primo luogo di chiarezza».
Ne ha parlato anche con le associazioni degli agricoltori e degli industriali?
«Sì sì, ci sono delle differenze ma quando parli con i giovani agricoltori capiscono. Con la grande industria le distanze restano. In Italia anche con la Coldiretti. Ma quello che stiamo facendo è essenziale per il futuro dell’agricoltura. Non possiamo soltanto pensare all’anno prossimo, bensì ai prossimi 10 anni. Se non facciamo qualcosa con la siccità, se non diamo la possibilità alla natura di riprendersi, cosa accadrà? Ci sono più di 3.000 scienziati che ci hanno scritto a sostegno della nostra proposta. Se non creiamo dei Paesi più verdi, che temperature avremo nelle città italiane?».
Tornando all’Italia, che differenze sta trovando tra il governo Draghi e il governo Meloni?
«Questo governo è chiaramente più di destra ma finora i contatti sono positivi, non vuol dire che troveremo sempre delle soluzioni ma stiamo parlando».