“L’intervento tardivo, la barca trainata e la manomissione delle testimonianze”: un’inchiesta ricostruisce la responsabilità della guardia costiera greca nel naufragio di Pylos
di Paolo BreraL’intervento volutamente tardivo e inefficace, il traino sconsiderato fino a provocare il naufragio e poi la “manomissione” dei verbali dei sopravvissuti: non tornano a galla i corpi, sepolti nello Ionio e nel ventre del peschereccio affondato il 14 giugno al largo di Pylos, in Grecia; ma affiorano sempre più chiaramente gli indizi di responsabilità gravissime della Guardia costiera greca.
Un’inchiesta del britannico Guardian insieme alla tv pubblica tedesca Ard, al media investigativo greco Solomon e al gruppo di ricerca tedesco Forensis - che difende i diritti umani violati - ha raccolto e coordinato le testimonianze di venti sopravvissuti e del comandante della vedetta della guardia costiera greca intervenuta, le carte processuali, i video e le fotografie scattate da aerei e mercantili, i dati di navigazione e tutti gli altri elementi disponibili. Il risultato, accompagnato da una ricostruzione in 3D, è un atto di accusa drammatico che smentisce radicalmente la tesi ufficiale dell…
L’intervento volutamente tardivo e inefficace, il traino sconsiderato fino a provocare il naufragio e poi la “manomissione” dei verbali dei sopravvissuti: non tornano a galla i corpi, sepolti nello Ionio e nel ventre del peschereccio affondato il 14 giugno al largo di Pylos, in Grecia; ma affiorano sempre più chiaramente gli indizi di responsabilità gravissime della Guardia costiera greca.
Un’inchiesta del britannico Guardian insieme alla tv pubblica tedesca Ard, al media investigativo greco Solomon e al gruppo di ricerca tedesco Forensis - che difende i diritti umani violati - ha raccolto e coordinato le testimonianze di venti sopravvissuti e del comandante della vedetta della guardia costiera greca intervenuta, le carte processuali, i video e le fotografie scattate da aerei e mercantili, i dati di navigazione e tutti gli altri elementi disponibili. Il risultato, accompagnato da una ricostruzione in 3D, è un atto di accusa drammatico che smentisce radicalmente la tesi ufficiale delle autorità marittime greche.
La ricostruzione che ne deriva mostra gli uomini dei corpi speciali greci che legano il peschereccio alla barca della guardia costiera, e lo strattone fatale provocato dal traino. Racconta la mancata risposta a tre offerte di intervento da parte di Frontex, e l’ordine di intervenire impartito a una barca lontanissima mentre ce n’erano altre più vicine disponibili.
Contesta la strana decisione di non accendere le telecamere per filmare il soccorso, nonostante la barca fosse nuova e le avesse in dotazione proprio per questi interventi. Infine, raccoglie lo sconcerto dei sopravvissuti i cui cellulari, che contenevano video girati a bordo, sono stati sequestrati; e mostra le incongruenze tra le testimonianze rese da alcuni sopravvissuti alla guardia costiera e quelle che gli stessi hanno poi dato pochi giorni dopo alla procura greca, lasciando sospettare – secondo gli autori dell’inchiesta – una possibile “manomissione” dei primi verbali in cui non si parla del tentativo di trainare la barca, provocandone il naufragio.
La barca trainata e lo “strattone” fatale
Le versioni dei sopravvissuti sono univoche: chi era sul ponte parla apertamente del primo aggancio del peschereccio con l’indicazione che “ci avrebbero portato in Italia”, una versione che coincide con il lento spostamento verso Ovest registrato attraverso il monitoraggio dei radar. E racconta del nuovo aggancio e dello “strattone” fatale, mentre il peschereccio era fermo a motore spento.
A legare il peschereccio alla vedetta sarebbero stati uomini a volto coperto del Kea, il corpo speciale che si occupa di traffici di armi e droga e non è affatto usuale intervenga nel contesto di un salvataggio in mare. La loro presenza a volto coperto è raccontata da due testimoni, e provata dai dati del log di bordo della vedetta.
La Guardia costiera ufficialmente nega di avere trainato la barca e rifiuta ogni commento trincerandosi dietro l’ordine, ricevuto dalla Corte suprema greca, di secretare le indagini. Ma le testimonianze e gli elementi raccolti sono pesanti, e non è solo la fase fatale dello sciagurato tentativo di traino – che secondo alcuni dei sopravvissuti e i parenti delle vittime doveva servire a sbolognare il carico umano ingombrante in acque di competenza italiana – a posare sulle spalle dell’autorità marittima greca la responsabilità - non solo etica - di quello che è accaduto.
Le barche vicine che avrebbero potuto evitare la strage
L’ordine di intervenire, per esempio, è stato affidato alla vedetta “920” che si trovava a Creta, 150 miglia nautiche dal luogo in cui era stata indicata la presenza del peschereccio in difficoltà. I video e le fotografie scattate dagli aerei, così come le testimonianze raccolte da bordo, non lasciano dubbi sulla necessità di far convergere sul luogo tutte le vedette disponibili in zona per effettuare un soccorso in sicurezza; ma la Guardia costiera affidò l’intervento alla lontana “920” senza allertare le altre unità, più piccole ma molto più vicine, ferme a Kalamata, Patros, Neapoli e persino a Pylos, a meno di 50 miglia dal luogo del naufragio.
Nonostante l’allarme ricevuto, l’ordine di ingaggio per la “920” è scattato alle tre del pomeriggio ora locale, e la vedetta è arrivata sul posto intorno a mezzanotte. La barca ferma a Kalamata ci avrebbe messo due ore, quella a Pylos anche meno.
Il mancato soccorso è costato la vita a centinaia di esseri umani, e lascia attoniti. Ma altrettanto grave – se verrà definitivamente provato – è il tentativo di trainare la barca, una pratica pericolosissima effettuata senza avere neppure alleggerito il barcone scaricando le persone più fragili e distribuendo a tutti i giubbotti di salvataggio.
Il precedente del 2014
Una pratica che ha un precedente, in Grecia. “Nel 2014 – scrive il Guardian - un tentativo di rimorchiare una barca di rifugiati al largo della costa di Farmakonisi è costato 11 vite. I tribunali greci hanno assolto la guardia costiera, ma la Corte europea dei diritti umani ha emesso una sentenza schiacciante nel 2022”.
E su questa catena di comportamenti – in cui emerge il sospetto che non solo la guardia costiera greca non abbia impedito la tragedia evitando di provvedere ai soccorsi preventivi, ma l’abbia anche provocata con una manovra irresponsabile – si aggiungono i sospetti sul tentativo di coprire le sue responsabilità con una serie di atteggiamenti altrettanto discutibili, se non censurabili.
I verbali dei sopravvissuti e la versione ai giornalisti
I verbali di alcuni sopravvissuti forniscono versioni fotocopia alla guardia costiera, in cui non si parla affatto del traino ma delle condizioni della barca arrugginita e sovraffollata, salvo poi fornire una versione ben diversa e univoca di fronte alla procura e nelle interviste raccolte dai giornalisti aggirando faticosamente gli ostacoli frapposti dalle autorità.
Sette testimonianze giurate su otto dicono di aver visto trainare la barca fino allo strattone finale; uno dei sopravvissuti dice di aver sentito urlare che “l’esercito greco” aveva agganciato la barca con una corda pochi minuti prima dello strattone fatale; e altri tre, che si trovavano nel ponte basso, raccontano di essere stati sbalzati in mare “come proiettili” mentre la barca era a motori spenti.