Thailandia, il premier golpista si ritira dalla politica dopo aver perso le elezioni
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Il golpista che negli ultimi nove anni ha guidato la Thailandia esce di scena. A due giorni dal voto parlamentare per scegliere il nuovo primo ministro a Bangkok, il premier uscente Prayuth Chan-ocha annuncia il suo ritiro dalla politica.
Una decisione che era nell’aria dopo la sonora sconfitta del suo partito, sostenuto dai militari, alle elezioni dello scorso 14 maggio: soltanto 36 seggi vinti su 500. Rimarrà premier ad interim fino alla formazione di un nuovo governo. Che non sarà per nulla una passeggiata.
L’uscita di Prayuth riduce in teoria i possibili sfidanti conservatori a Pita Limjaroenrat, leader del partito progressista Move Forward uscito vincitore dalle urne. Ma è un voto tutt’altro che scontato, quello del Parlamento, che rischia di far sprofondare il “Paese del sorriso” verso una nuova stagione di instabilità se alla guida della Thailandia dovesse rimanere una figura gradita all’esercito.
"Vorrei chiedere ai dirigenti e ai membri del partito di continuare …
PECHINO - Il golpista che negli ultimi nove anni ha guidato la Thailandia esce di scena. A due giorni dal voto parlamentare per scegliere il nuovo primo ministro a Bangkok, il premier uscente Prayuth Chan-ocha annuncia il suo ritiro dalla politica.
Una decisione che era nell’aria dopo la sonora sconfitta del suo partito, sostenuto dai militari, alle elezioni dello scorso 14 maggio: soltanto 36 seggi vinti su 500. Rimarrà premier ad interim fino alla formazione di un nuovo governo. Che non sarà per nulla una passeggiata.
L’uscita di Prayuth riduce in teoria i possibili sfidanti conservatori a Pita Limjaroenrat, leader del partito progressista Move Forward uscito vincitore dalle urne. Ma è un voto tutt’altro che scontato, quello del Parlamento, che rischia di far sprofondare il “Paese del sorriso” verso una nuova stagione di instabilità se alla guida della Thailandia dovesse rimanere una figura gradita all’esercito.
"Vorrei chiedere ai dirigenti e ai membri del partito di continuare le loro attività proteggendo le istituzioni, la nazione, la religione e la monarchia, e continuare a prendersi cura del popolo thailandese”, scrive sulla pagina Facebook del suo partito, l’Utn, l’ex generale.
Dall’accademia militare reale alle elezioni del 2019
Diventato primo ministro di un governo militare dopo aver guidato da capo delle Forze armate reali un colpo di Stato nel 2014 rovesciando l’allora premier Yingluck Shinawatra, Prayuth venne formalmente eletto premier alle elezioni del 2019, le prime dopo il golpe, dopo aver messo nell’armadio la divisa con le stellette presentandosi come “leader civile”.
In questi nove anni al potere è sopravvissuto a cause giudiziarie, mozioni di sfiducia e proteste di piazza. Ha imposto restrizioni alle libertà civili, ai media, ha fatto arrestare migliaia di manifestanti. Si è allontanato dalla sfera di Washington per avvicinarsi a quella di Pechino.
Nato in una famiglia di militari, il 69enne Prayuth si è fatto le ossa da giovane nella prestigiosa accademia militare reale Chulachomklao. Convinto sostenitore della monarchia thai, entrò poi nella Guardia della Regina, fino a diventare molto legato ad un altro golpista, il generale Anuphong Phaochinda, autore del precedente colpo di Stato del 2006.
Fu sotto la sua guida che la giunta nel 2016 riscrisse la Costituzione, rafforzando il potere dell’esercito, istituendo un Senato di 250 membri, nominati dai militari. Proprio l’ostacolo maggiore per le forze di opposizione, vincitrici alle ultime elezioni, nel formare un nuovo governo.
Il 13 luglio il voto per il primo ministro
Il 13 luglio il Parlamento di Bangkok si riunisce. Poiché il Senato vota per il primo ministro insieme alla Camera, per controbilanciare l'influenza dei 250 senatori, l'opposizione ha bisogno di 376 seggi per eleggere un primo ministro. Al momento il partito progressista Move Forward, guidato da Pita Limjaroenrat, in pole per la premiership, ha messo insieme grazie ad un’alleanza di otto partiti 312 seggi.
Servirà convincere ben 64 senatori o altri partiti minori per arrivare alla soglia magica. Se Pita non dovesse farcela, entrerebbero in gioco altri scenari. Il Pheu Thai, partito arrivato secondo e attualmente in coalizione con Move Forward, potrebbe approfittarne nominando un suo candidato premier. Un'altra possibilità è che il Pheu Thai cerchi altri partner nella Camera bassa per una coalizione senza il partito di Pita.
I partiti conservatori dovrebbero candidare invece il ministro della Salute Anutin Charnvirakul, il cui partito si è classificato terzo alle elezioni, e il generale Prawit Wongsuwan, vice primo ministro uscente. In caso di stallo, non è da escludere che un governo si formi attorno a quest’ultima figura: l’ex capo dell'esercito realista coinvolto negli ultimi due colpi di Stato, che ha legami e influenza nell’establishment militare, nel Senato e tra i partiti conservatori. Se Prawit riuscirà a trovare un accordo con alcuni partiti, potrebbe raccogliere abbastanza voti.
Una la ragione principale citata dai conservatori per non sostenere Pita come nuovo primo ministro: la sua volontà di porre fine alla coscrizione militare e di modificare la legge sulla lesa maestà, che è oggi una delle più severe al mondo, in un Paese dove il sovrano, Maha Vajiralongkorn, gode di uno status quasi divino.
Non c'è una scadenza per l'elezione del prossimo premier e il Parlamento potrebbe riunirsi nuovamente il 19 luglio per un secondo turno di votazioni se giovedì non dovesse emergere un chiaro vincitore. “Chiunque diventi primo ministro, potrebbero verificarsi manifestazioni in entrambi gli schieramenti. Una risposta dura ai manifestanti da parte del governo - per non parlare di un altro colpo di Stato - indebolirebbe ulteriormente il Paese”, scrive la rivista Nikkei Asia. Non si può escludere nulla, al momento: il Paese non è nuovo a interventi militari e giudiziari nel processo democratico. Negli ultimi 90 anni ci sono stati in Thailandia 12 colpi di Stato.