✕

Terre e mari da mettere in salvo: la posta in gioco del voto a Strasburgo

Proteste davanti il parlamento europeo durante il voto della Nature Restoration Law, legge per il ripristino dell’80% degli habitat naturali ormai in declino
2 minuti di lettura

Strasburgo, questa mattina, Greta Thunberg e centinaia di altri attivisti provenienti da tutta Europa alzeranno la voce in nome della natura.

Lo scopo è farsi sentire dagli europarlamentari che oggi all’interno del Parlamento voteranno la proposta, già approvata da una prima valutazione del Consiglio, della Nature Restoration Law: una legge potenzialmente «rivoluzionaria» per il ripristino dell’80% degli habitat europei ormai in declino, normativa che però sta trovando forte opposizione da parte delle destre europee.

Nel Vecchio continente il 60% dei suoli è oggi considerato malsano e la perdita di biodiversità corre veloce tra effetti della crisi del clima sempre più evidenti ed ecosistemi che, dalle zone umide alle foreste, dai fiumi fino ai mari, necessitano di un’urgente conservazione se non vogliamo perderli. Ecco perché, con obiettivi vincolanti e tanto di rendicontazione puntuale dei vari Paesi, la legge punta alla complessa sfida di restaurare almeno il 20% delle aree ter…

Strasburgo, questa mattina, Greta Thunberg e centinaia di altri attivisti provenienti da tutta Europa alzeranno la voce in nome della natura.

Lo scopo è farsi sentire dagli europarlamentari che oggi all’interno del Parlamento voteranno la proposta, già approvata da una prima valutazione del Consiglio, della Nature Restoration Law: una legge potenzialmente «rivoluzionaria» per il ripristino dell’80% degli habitat europei ormai in declino, normativa che però sta trovando forte opposizione da parte delle destre europee.

Nel Vecchio continente il 60% dei suoli è oggi considerato malsano e la perdita di biodiversità corre veloce tra effetti della crisi del clima sempre più evidenti ed ecosistemi che, dalle zone umide alle foreste, dai fiumi fino ai mari, necessitano di un’urgente conservazione se non vogliamo perderli. Ecco perché, con obiettivi vincolanti e tanto di rendicontazione puntuale dei vari Paesi, la legge punta alla complessa sfida di restaurare almeno il 20% delle aree terrestri e marine degradate entro il 2030 e il 100% entro il 2050.

Significa un profondo sforzo verso un cambiamento netto che passa per l’aumento delle aree protette, la riduzione dei pesticidi (50% entro il 2030), l’idea di un minimo del 10% di copertura arborea in ogni città e il garantire nessuna perdita di spazi verdi urbani entro il 2030 (programmando un aumento per il 2050). Ma anche impegni per salvare gli impollinatori, altri per la riumidificazione delle torbiere prosciugate che ci aiutano ad assorbire il carbonio, oppure per ripristinare habitat nei fondali marini o ancora per la rimozione delle barriere fluviali in modo da liberare 25mila chilometri di fiumi e prevenire disastri nelle alluvioni.

La proposta rientra pienamente nel quadro più ampio di quel Green Deal che mira a una nuova tutela ambientale e a un 2050 a zero emissioni dove «la crescita economica venga dissociata dall’uso delle risorse e nessuna persona e nessun luogo siano trascurati».

Eppure, nonostante faccia parte del Green Deal – uno dei fari della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – la proposta, esattamente come accade per altre questioni “green”, non piace ad alcuni partiti di destra ed è osteggiata da diversi deputati del Ppe, primo partito nell’Europarlamento.

Nel testo ci sono infatti punti – come l’idea di ripristinare «almeno il 10% della superficie agricola totale» – che così come sono, secondo i detrattori, rischiano di andare a colpire gli interessi di settori quali agricoltura, pesca e mondo alimentare.

Già in Commissione Ambiente i voti del Ppe avevano messo in seria difficoltà il prosieguo dell’iter legislativo, poi arrivato fino in aula in condizioni di incertezza. L’idea di base di chi si oppone è la stessa di associazioni di categoria come Confagricoltura o Coldiretti che sostengono che la Restoration Law «penalizzerebbe il settore agricolo, comportando un’importante riduzione del potenziale produttivo».

Al mantra dei contrari – ovvero che la legge «porterà a una perdita di produttività e spazi», ma anche all’«aumento dei prezzi» o ancora all’«insicurezza alimentare» – i sostenitori rispondono su più fronti.

Il mondo della ricerca ha inviato all’Ue la lettera di oltre 6mila scienziati europei sull’importanza di ripristinare la natura ferita del Vecchio Continente prima che sia troppo tardi, un appello a cui si affiancano oltre un milione di firme di cittadini, e anche l’industria si è fatta sentire con una missiva di 90 tra le più grandi aziende europee di consumi, distribuzione e finanza, per appoggiare «l’urgente adozione di una legge europea sul ripristino della natura che sia ambiziosa e vincolante».

Ovviamente, oltre agli attivisti che manifesteranno davanti al Parlamento europeo, a spingere per un sì alla legge ci sono anche centinaia di associazioni ambientaliste, tra cui il Wwf è fra le più attive nel credere che la Restoration sarà una «opportunità imperdibile per la salute di tutti noi e delle future generazioni».

Finora, per la legge fortemente sostenuta dal vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, ventuno Stati si sono detti favorevoli, mentre l’Italia insieme a Polonia, Belgio, Paesi Bassi, Austria, Finlandia e Svezia hanno votato contro per difendere interessi economici che vanno dalla silvicoltura all’agroalimentare.

Eppure, economicamente parlando, la stima dei ricercatori dell’Ue è chiara: se la legge passerà e ridaremo davvero spazio alla natura, se ci impegneremo per difenderla, per ogni euro speso negli investimenti ambientali ci torneranno tra gli 8 e i 38 euro in benefici.

Leggi i commenti