Per evitare di farsi cuocere nella padella di Vladimir Putin, le democrazie occidentali rischiano di cadere nella brace di Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco è stato il mattatore del vertice di Vilnius, dove era stato accolto alla vigilia dei lavori con il malcelato fastidio di molti leader, irritati dai suoi ricatti, dall’ambiguità dei suoi rapporti con Putin, dalla continua violazione dei diritti umani e politici in un Paese che dopo il fallito colpo di Stato del 2015 ha visto la repressione implacabile di ogni opposizione e una purga incessante nelle istituzioni statali.
Erdogan ha tenuto la Nato in scacco per mesi opponendosi all’ingresso della Svezia, da lui accusata di ospitare «terroristi» (i rifugiati curdi), di avere un governo…
Per evitare di farsi cuocere nella padella di Vladimir Putin, le democrazie occidentali rischiano di cadere nella brace di Recep Tayyip Erdogan. Il presidente turco è stato il mattatore del vertice di Vilnius, dove era stato accolto alla vigilia dei lavori con il malcelato fastidio di molti leader, irritati dai suoi ricatti, dall’ambiguità dei suoi rapporti con Putin, dalla continua violazione dei diritti umani e politici in un Paese che dopo il fallito colpo di Stato del 2015 ha visto la repressione implacabile di ogni opposizione e una purga incessante nelle istituzioni statali.
Erdogan ha tenuto la Nato in scacco per mesi opponendosi all’ingresso della Svezia, da lui accusata di ospitare «terroristi» (i rifugiati curdi), di avere un governo «demoniaco» per aver permesso che il Corano venisse bruciato nelle vie di Stoccolma. Non aveva usato mezzi termini: la Svezia non deve «scocciare» con la sua richiesta di entrare nell’Alleanza. E poi lunedì è stato applaudito quando, con un piroetta spettacolare, ha dato il via libera all’adesione svedese, ha lodato l’ «abilità nagoziale» del premier Ulf Kristersson, e si è impegnato a difendere i confini della Svezia come quelli della sua Turchia. In cambio ha ottenuto che il governo di Stoccolma si impegnasse a fissare una “road map”, un percorso per la lotta al terrorismo: un impegno più formale che sostanziale, ma che vale una genuflessione davanti al sultano su un palcoscenico internazionale.
All’inizio dell’anno Erdogan aveva dichiarato che la Turchia era più vicina a Putin che a Washington. Dopo l’invasione dell’Ucraina aveva rafforzato i legami economici con Mosca e si era proposto più volte come l’unico interlocutore accettato da Putin. Ma la settimana scorsa, quando Zelensky è andato in visita ad Ankara, gli ha consegnato alcuni combattenti del battaglione Azov, catturati dai russi e trasferiti in Turchia in uno scambio di prigionieri con l’impegno di non rimpatriarli fino alla fine della guerra. E ha anche manifestato a Zelensky il massimo sostegno per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Un doppio schiaffo a Putin, indebolito dalla marcia di Prigozhin e dei suoi mercenari della Wagner su Mosca e dalle voci che il suo controllo sulle stanze del Cremlino non sia più assoluto.
Come premio di questa giravolta ha ottenuto, sempre a Vilnius, il via libera di Biden per l’acquisto dei caccia F-16, che il Congresso ha bloccato. Il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan ha detto che il presidente «è interessato a far avere questi F-16 alla Turchia» e si adopererà per garantire l’approvazione del Congresso. Secondo genuflessione al sultano in nome della “realpolitik”.
Terzo punto della “shopping list” di Erdogan a Vilnius è stato il rilancio della candidatura della Turchia all’Unione europea. Charles Michel, il presidente del Consiglio europeo, gli ha promesso che il sì alla Svezia nella Nato avrebbe «creato un buon clima tra coloro che desiderano aiutarla» (Michel sembra avere molta soggezione del presidente turco, come dimostrò nell’aprile 2021 quando in un incontro ad Ankara non fece una piega per il fatto che a Ursula von der Leyen non fosse stata data una poltrona su cui sedersi). Terza genuflessione al sultano nel grande teatro di Vilnius.
La promessa di Michel non significa ovviamente la riapertura del negoziato per la Turchia nella Ue. Ma anche chi, come Giorgia Meloni, si è sempre dichiarato contrarissimo ha dovuto a Vilnius, nell’incontro bilaterale, rifugiarsi in un imbarazzato silenzio. E ora c’è da aspettarsi che Ankara torni alla carica con Bruxelles per una serie di dossier che vanno dall’unione doganale alla liberalizzazione dei visti fino all’accordo sui migranti, che vale svariati miliardi di euro.
La conversione di Erdogan, che gli è valsa gli omaggi della Nato e dell’Europa, è probabilmente strumentale. La lunga crisi economica in cui si dibatte la Turchia, con un’inflazione galoppante e un deficit di 37,7 miliardi di dollari nei primi cinque mesi del 2023, impone a Erdogan di cercare investimenti internazionali. La politica estera diventa un mezzo per raggiungere fini interni. Erdogan ha vinto le elezioni presidenziali, ma ha bisogno del consenso per vincere anche quelle locali a novembre e riprendersi Istanbul, il cui sindaco, Ekrem Imamoglu, è considerato l’unico oppositore in grado di impensierirlo.
Erdogan, peraltro, lo ha già fatto azzoppare con una serie di provvedimenti giudiziari. Come ha fatto Putin con Navalny. Almeno in questo lo zar e il sultano continuano ad andare a braccetto.