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Scovare le mine dall’alto con i droni: il progetto rivoluzionario di un’azienda italiana

La Difly di Parma ha brevettato un sistema per individuare gli ordigni nascosti nel terreno, grazie a un’analisi dell’intelligenza artificiale. E liberare le popolazioni dalla piaga delle trappole esplosive
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I costosi carri armati Leopard 2 e i cingolati Bradley paralizzati in mezzo ai prati, facili prede per i tiri dei cannoni russi. Perché le migliori macchine belliche dell’Occidente non sono in grado di superare ordigni antiquati che costano poche decine di euro ma restano micidiali: le mine.

Da un mese la controffensiva ucraina deve fare i conti con le pianure trasformate in trappole dai campi minati, piazzati dai russi durante l’inverno e resi invisibili dai prati primaverili. Le colonne di Kiev avanzano praticamente alla cieca e restano imprigionate nelle “killing zone”: basta una vecchia TM62 sovietica per devastare i cingoli di un tank. E i genieri di Mosca ne hanno seminate migliaia.

Eppure una piccola azienda italiana ha escogitato la soluzione ideale al problema, utile in guerra e ancora più in tempi di pace, quando bisognerà bonificare mezza Ucraina da questa terribile eredità. La Difly di Parma ha brevettato un sistema trasportato da minuscoli droni che può individuare d…

I costosi carri armati Leopard 2 e i cingolati Bradley paralizzati in mezzo ai prati, facili prede per i tiri dei cannoni russi. Perché le migliori macchine belliche dell’Occidente non sono in grado di superare ordigni antiquati che costano poche decine di euro ma restano micidiali: le mine.

Da un mese la controffensiva ucraina deve fare i conti con le pianure trasformate in trappole dai campi minati, piazzati dai russi durante l’inverno e resi invisibili dai prati primaverili. Le colonne di Kiev avanzano praticamente alla cieca e restano imprigionate nelle “killing zone”: basta una vecchia TM62 sovietica per devastare i cingoli di un tank. E i genieri di Mosca ne hanno seminate migliaia.

Eppure una piccola azienda italiana ha escogitato la soluzione ideale al problema, utile in guerra e ancora più in tempi di pace, quando bisognerà bonificare mezza Ucraina da questa terribile eredità. La Difly di Parma ha brevettato un sistema trasportato da minuscoli droni che può individuare dall’alto gli ordigni nascosti nel terreno: le immagini raccolte dai sensori volanti vengono analizzate dall’intelligenza artificiale che scopre automaticamente le mine.

Sono algoritmi che riescono a distinguere anche i piccoli ordigni anti-uomo nel mezzo di una boscaglia e identificarne i modelli: attualmente è in grado di riconoscere il 95 per cento del catalogo di trappole esplosive usate in Ucraina, da quelle cilindriche controcarro alle “farfalle” di plastica verde che spesso ingannano i bambini con la loro forma giocosa.

Il sistema che è stato sviluppato sarebbe capaci di scrutare pure nel sottosuolo, riuscendo a localizzare le mine sepolte a quaranta centimetri di profondità e le strutture sotterranee più grandi, come tunnel e bunker, fino a 14 metri. Ognuno dei velivoli telecomandati – modelli commerciali che pesano pochi chili - può setacciare un ettaro in venti minuti, con un limite giornaliero di venti ettari. Molto più lontano di quanto si spingano gli attacchi quotidiani delle brigate ucraine.

I risultati della ricerca vengono presentati sullo schermo di un tablet, dove le posizioni delle mine sono segnalate con un errore massimo di cinque centimetri. Questo permette ai comandanti di dirigere i reparti verso percorsi sicuri o di organizzare la distruzione degli ordigni, cosa che può essere fatta con le “vipere” – razzi che depositano una lunga striscia di esplosivo al plastico – oppure con mezzi corazzati muniti di aratri e rulli anteriori.

C’è però un’opzione più sofisticata: affidare ad altri droni volanti il compito di gettare granate sulle mine, facendole scoppiare.

Sono prestazioni credibili? Difly è una realtà piccola. L’ha fondata sette anni fa l’ingegner Marco Pesci come una start up con l’idea di unire i software di intelligenza artificiale ai droni, poi è cresciuta, ha stabilito relazioni grandi società hitech e chiuso contratti con le forze dell’ordine. Oggi si sta trasformando in una newco chiamata Xplora che ha trovato l’interesse di investitori pronti a sostenerne lo sviluppo.

La società dichiara di avere testato i suoi apparati su un’area di 30 mila ettari, con un’accuratezza del 99 per cento. Un mese fa, i suoi prototipi sono stati messi alla prova dall’unità dell’Esercito italiano che si occupa di neutralizzare le trappole esplosive: su 62 mine - in metallo e in plastica, piazzate tra l’erba e sotto la terra - ne sono state scoperte 58.

Nel corso del test sono stati sperimentati sensori con caratteristiche diverse, ritenendo l’affidabilità complessiva pari al 98 per cento. Ci sono stati anche alcuni “falsi positivi”: oggetti d’altro genere scambiati per granate. Ma l’ingegner Pesci è convinto che i risultati miglioreranno entro l’autunno: il “cervello elettronico” infatti si basa su algoritmi di machine learning che possono essere “addestrati” a perfezionare l’analisi.

Non è ancora del tutto operativo, ma si tratta di un progetto potenzialmente rivoluzionario. Sui campi di battaglia ma soprattutto in quelli di pace, quando c’è la necessità di liberare le popolazioni dalla piaga di queste scatole di morte che restano attive per decenni.

Se il sistema di Difly entrerà in servizio, sarà possibile ridurre al minimo i tempi per rimuovere le mine e moltiplicare la sicurezza di chi deve occuparsi della bonifica.

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