“È come l’apartheid”: il racconto di un imprenditore del Camerun nella Tunisia dove Saied fomenta il razzismo
di Leonardo MartinelliLoic Oyono
SFAX (Tunisia) – Stamani ha atteso che passassero sette taxi per strada, prima che uno si degnasse di prenderlo: rifiutato, perché nero. Loic Oyono, 29 anni, originario del Camerun, ma giovane imprenditore di Sfax, alla fine è riuscito ad arrivare al suo ufficio.
Si trova in una stradina dietro la Medina, nella sede di Kufanya, incubatore di aziende create da migranti subsahariani, in questa caotica e polverosa città di un milione di abitanti: al di là della crisi della Tunisia, resta la sua capitale economica e un grosso polo industriale.
Loic la sera, dopo il lavoro, ama rifugiarsi in un bar a leggere e sorseggiare un tè, “ma da qualche giorno non lo faccio più, è troppo pericoloso”. Molti subsahariani restano addirittura rintanati a …
SFAX (Tunisia) – Stamani ha atteso che passassero sette taxi per strada, prima che uno si degnasse di prenderlo: rifiutato, perché nero. Loic Oyono, 29 anni, originario del Camerun, ma giovane imprenditore di Sfax, alla fine è riuscito ad arrivare al suo ufficio.
Si trova in una stradina dietro la Medina, nella sede di Kufanya, incubatore di aziende create da migranti subsahariani, in questa caotica e polverosa città di un milione di abitanti: al di là della crisi della Tunisia, resta la sua capitale economica e un grosso polo industriale.
Loic la sera, dopo il lavoro, ama rifugiarsi in un bar a leggere e sorseggiare un tè, “ma da qualche giorno non lo faccio più, è troppo pericoloso”. Molti subsahariani restano addirittura rintanati a casa loro tutto il giorno, per paura di essere aggrediti da gang di giovani delinquenti tunisini.
Loic ha una bella faccia e un sorriso che rassicura. È un ottimista disarmante, non gli piace piangersi addosso. Ma parla di “una certa resilienza necessaria a sopravvivere oggi a Sfax”. E aggiunge: “Viviamo ormai una situazione di apartheid, come quella che c’era in Sudafrica”.
Cos’è successo? Lo scorso tre luglio un tunisino è rimasto ucciso in scontri tra bande locali e gruppi di subsahariani. “Già da qualche giorno erano iniziate le espulsioni di migranti affittuari, in genere clandestini. Questi subsahariani si sono ritrovati per strada a bivaccare”.
Dopo l’omicidio, la tensione si è aggravata e a Sfax sono comparsi i pullman della polizia. A casaccio li hanno riempiti di centinaia di migranti, per poi scaricarli a più di 40 gradi di temperatura, senza acqua, né cibo, molto lontano da lì, al confine con la Libia e su quello con l’Algeria. Di questi ultimi si sono perse le tracce, ma due cadaveri sono già stati ritrovati in pieno deserto.
Intanto a Sfax i subsahariani con una casa o un rifugio improvvisato, rintanati in un garage, si nascondevano. “Io mi sono rifiutato di farlo – dice Loic -. Ho continuato a uscire per andare in ufficio. Ero l’unico nero per strada”.
Ora anche gli altri subsahariani stanno ricominciando a circolare. “La situazione si normalizza, ma fino a quando? Passeranno qualche settimana o mese e ci saranno nuovi scontri. E dopo ogni crisi la situazione è peggiore di prima”. Il presidente Kais Saied persiste con i suoi discorsi minacciosi sui migranti e Italia e Francia, i suoi principali alleati, rimangono colpevolmente taciti sui soprusi.
“Se non ci fossero i media europei a scrivere di noi – dice Loic -, ci dimenticherebbero tutti. È solo grazie agli articoli pubblicati che il Croissant Rouge (ndr, equivalente della Croce Rossa in loco) è stato autorizzato ad andare a recuperare i migranti che erano stati abbandonati alla frontiera con la Libia”.
Loic è arrivato a Sfax sette anni fa, per studiare, come tanti altri subsahariani, nelle prestigiose università della città. Era una delle destinazioni privilegiate dei “cervelli” di quei Paesi. Ora stanno diminuendo, ma oggi sono ancora quasi 1700.
Loic si è laureato come ingegnere delle telecomunicazioni. “Ho creato un’impresa di assistenza informatica e di comunicazione digitale. E le cose mi vanno bene. Lavoro molto con l’estero, ma ho pure clienti tunisini e soprattutto sono tunisini la maggior parte dei miei collaboratori”.
Proprio nelle scorse settimane, l’incubatore Kufanya ha lanciato un nuovo progetto, finanziato dalla Banca mondiale e della cooperazione tedesca. “Offriamo consulenza per aiutare imprese tunisine che vogliano esportare beni e servizi nell’Africa subsahariana”. Al bando si è presentato un numero incredibile di aziende. Situazione surreale, mentre di notte ragazzi tunisini, più o meno drogati, brandiscono machete nelle strade di Sfax a “caccia di neri”.
Loic dice che “mai in Camerun sarei riuscito a realizzarmi come qui in qualità di imprenditore”. Ma tutto il resto, fino a pochi anni fa, non l’avrebbe mai immaginato. “A un certo momento sono arrivati i migranti più poveri, tanti dalla frontiera algerina, che a Sfax vogliono imbarcarsi per Lampedusa. Nell’attesa fanno lavoretti e vivono nei quartieri più popolari. Lì abitano anche i tunisini più bisognosi, vittime della crisi economica, che nel Paese si è aggravata negli ultimi anni. I subsahariani sono diventati il loro capro espiatorio”.
Loic si sta sforzando a ritornare a una vita normale “ma nei bar non ci vado ancora”. Dopo il tramonto, a lui piace camminare, camminare, per poi entrare in un locale a leggere, “libri sul management o sull’Africa e di filosofia. Ora sto leggendo la “Storia generale dell’Africa”, un progetto mitico, che venne iniziato negli anni Sessanta, un tentativo di “decolonizzare” la storia del continente.
All’origine vi fu un grande intellettuale, Amadou Mahtar M’Bow, già direttore dell’Unesco: senegalese, è ancora vivo, ha 102 anni”. Per il momento la sera resta a casa, è più prudente, “assieme alla mia solitudine”.