La polizia scorta la protesta a Chilpancingo
Messico, l’assalto dei Narcos alla politica: l’antistato fa leva sui bisogni della popolazione
di Daniele MastrogiacomoLIMA - Scendono dalle montagne, i visi bruciati dal sole, le mani dure e callose di chi lavora nei campi. Imbracciano bastoni e machete. Lanciano qualche slogan, grida che sembrano disperate più che inviti alla battaglia. Saranno dieci, forse ventimila. Invadono la grande arteria che collega Acapulco a Città del Messico, la bloccano e poi iniziano a marciare. Compatti. Gli agenti mandati sul posto, chiusi nelle loro mimetiche che sembrano scafandri, faticano a contenerli. Non osano nemmeno fermarli con un cordone che verrebbe travolto. Si piazzano in testa. Li precedono. Fanno da scorta. Non era mai successo.
Siamo a Chilpancingo, capitale di Guerrero, sud ovest del Messico. Uno Stato vitale per il narcotraffico. Sorge lungo l’asse che collega il nord e il sud del paese, sulla costa del Pacifico. Un hub della droga, il centro di smistamento della merce illegale più richiesta dai ricchi Stati della west cost americana. La coca resiste: serve a tenere svegli nelle giornate frenetiche del…
LIMA - Scendono dalle montagne, i visi bruciati dal sole, le mani dure e callose di chi lavora nei campi. Imbracciano bastoni e machete. Lanciano qualche slogan, grida che sembrano disperate più che inviti alla battaglia. Saranno dieci, forse ventimila. Invadono la grande arteria che collega Acapulco a Città del Messico, la bloccano e poi iniziano a marciare. Compatti. Gli agenti mandati sul posto, chiusi nelle loro mimetiche che sembrano scafandri, faticano a contenerli. Non osano nemmeno fermarli con un cordone che verrebbe travolto. Si piazzano in testa. Li precedono. Fanno da scorta. Non era mai successo.
Siamo a Chilpancingo, capitale di Guerrero, sud ovest del Messico. Uno Stato vitale per il narcotraffico. Sorge lungo l’asse che collega il nord e il sud del paese, sulla costa del Pacifico. Un hub della droga, il centro di smistamento della merce illegale più richiesta dai ricchi Stati della west cost americana. La coca resiste: serve a tenere svegli nelle giornate frenetiche del business, aiuta nelle feste dove la gente si sballa il fine settimana. Ma il mercato varia. Adesso domina il fentanyl. Pillole minuscole di oppio sintetico, facili da trasportare e da nascondere. Occupano meno spazio. I narcos si adeguano. Anzi, anticipano le esigenze, osservano bene gli andamenti delle domande, diversificano l’offerta.
In ballo ci sono miliardi di dollari. Un tesoro che contribuisce al Pil di tante economie che faticano a tenere i ritmi del commercio mondiale, a uscire da una crisi che il Covid, la guerra in Ucraina, l’inflazione, hanno avvitato in una spirale. I Cartelli sono i soli che guadagnano, che non soffrono il peso di una contrazione. Perché si sono trasformati in holding che investono su tutto. E su tutto continuano a macinare denaro. Ci sono le distese di avocado, tanto richiesti per il guacamole che i gringos ingurgitano durante il superbowl; c’è l’industria del pesce, con le specie rare richieste dai palati fini asiatici; c’è il legno da tagliare e spedire verso l’Europa; c’è il turismo, con i bar e gli alberghi, oltre alle spiagge dorate su cui si abbronzano tutto l’anno milioni di stranieri. Fino alle cose più banali, ma essenziali, come la benzina, l’acqua, il gas.
Per conquistare e difendere i loro investimenti hanno creato veri eserciti. Li hanno armati con droni e carri blindati. Ricorrono alle mattanze per sedare i ribelli, alle bombe per colpire le pattuglie di soldati e poliziotti. Mantengono il controllo dei territori. Ma la forza non basta da sola. Ci vuole il controllo politico. Bisogna fare il salto. Soprattutto adesso che siamo alla vigilia delle primarie che sceglieranno i candidati delle elezioni generali del 2 giugno 2024.
Così, con un semplice schiocco delle dita, senza bisogno di minacce e pressioni, chiamano a raccolta migliaia di contadini e commercianti. Per chiedere le cose che questa gente invoca inutilmente da anni. Li assecondano, li sostengono. Mostrano quello che sono: l’AntiStato. Lo fanno per la prima volta sotto gli occhi smarriti di una classe dirigente rimasta assente e silenziosa davanti ai soprusi, alle angherie, alla violenza che negli ultimi tre decenni hanno affondato il Messico nelle sabbie mobili di un grande cimitero.
I narcos non hanno più bisogno di imporre il candidato che seguirà poi le loro direttive. Non c’è più necessità di amministratori pavidi e compiacenti. Propongono direttamente loro uomini e donne: gente sicura che svolgerà il compito assegnato. È la presa del potere. Mobilitano intere città, rivendicano il drenaggio delle acque reflue, strade asfaltate, miglioramenti in campo sanitario e educativo, più sicurezza sulle strade.
Tutte richieste che la popolazione solleva da anni. Il trasporto è diventata l’ultima emergenza. I danni provocati dai sequestri dei Tir che viaggiano in tutto il Messico ammontano a miliardi di pesos. Stime prudenti parlano di 137 miliardi di dollari. Lo Stato centrale sembra impotente. Non riesce a frenare l’ondata di assalti e furti delle merci. Ci pensano i Cartelli. Garantiscono sicurezza ai camionisti e puntualità nelle consegne. Hanno il controllo vero dei territori. Adesso vogliono il controllo politico. Con il sostegno di chi li voterà.