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“Pronto, hai ucciso papà”. E il killer di Bucha risponde: “Zitto o torno a cercarti”

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Il 16enne Yura chiama il russo che freddò il padre e sparò anche a lui: “Animale, ti ricordi di me? Sono ancora vivo, andrai in carcere”. Il soldato: “Sei vittima di un sistema”
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Kiev — Esattamente un anno dopo, e per una serie di circostanze imprevedibili, Yura ha trovato il numero di telefono dell’uomo che a Bucha ha ucciso suo padre. E che ha sparato anche a lui, mirando alla testa e mancandolo di due centimetri.

Ora, bisogna immaginarsi questo sedicenne che una mattina dello scorso marzo prende il coraggio a due mani, afferra lo smartphone e su Telegram invia un vocale di trenta secondi ad Aleksej, ufficiale dell’esercito russo che ha partecipato all’assedio di Kiev dopo l’invasione. Uno degli autori del massacro di Bucha, più precisamente.

Yura aveva promesso a se stesso di tenere un contegno durante il messaggio, non voleva mostrare al russo emotività o debolezza. Ma alla fine ha solo sedici anni, è orfano di padre, ha un braccio sfregiato dalle cicatrici, Yura è gonfio di risentimento e ha tutte le ragioni del mondo per esserlo, come si fa a dargli torto. Dunque quei trenta secondi gli sono usciti come gli sono usciti.

“Ciao fottuto animale, ti …

Kiev — Esattamente un anno dopo, e per una serie di circostanze imprevedibili, Yura ha trovato il numero di telefono dell’uomo che a Bucha ha ucciso suo padre. E che ha sparato anche a lui, mirando alla testa e mancandolo di due centimetri.

Ora, bisogna immaginarsi questo sedicenne che una mattina dello scorso marzo prende il coraggio a due mani, afferra lo smartphone e su Telegram invia un vocale di trenta secondi ad Aleksej, ufficiale dell’esercito russo che ha partecipato all’assedio di Kiev dopo l’invasione. Uno degli autori del massacro di Bucha, più precisamente.

Yura aveva promesso a se stesso di tenere un contegno durante il messaggio, non voleva mostrare al russo emotività o debolezza. Ma alla fine ha solo sedici anni, è orfano di padre, ha un braccio sfregiato dalle cicatrici, Yura è gonfio di risentimento e ha tutte le ragioni del mondo per esserlo, come si fa a dargli torto. Dunque quei trenta secondi gli sono usciti come gli sono usciti.

“Ciao fottuto animale, ti ricordi di me? Sono Yura, ero a Bucha davanti al municipio un anno fa. Tu eri lì. Hai ucciso mio padre davanti ai miei occhi. Poi hai sparato a me. Ma, sorpresa… sono vivo! Io sono vivo e tu e gli animali come te finirete in prigione!".

L’ufficiale russo, dopo un po’, ha risposto, anch’egli con un vocale. Prima di riferirne il contenuto, ascrivibile direttamente al catalogo delle espressioni della banalità del male, pronunciate da piccoli individui incapaci di dare un valore alle atrocità che hanno compiuto, bisogna lasciare a Yura la possibilità di raccontare la sua tragedia, di collocarla nel tempo e nello spazio. Di tornare, quindi, alla mattina del 17 marzo 2022 durante l’occupazione di Bucha.

"Io e mio padre siamo andati in bicicletta al municipio per prendere da mangiare e l’acqua, perché lì c’erano gli aiuti umanitari. Indossavo una giacca e una felpa col cappuccio. A un certo punto un soldato russo ci viene incontro e ci ordina di fermarci. Siamo scesi dalla bici, abbiamo alzato le mani. Ci ha chiesto dove stessimo andando.

Gliel’abbiamo detto. Due colpi di fucile, e ho visto mio padre cadere. Poi un terzo colpo, stavolta verso di me. Ho sentito il braccio sinistro bruciare, sono caduto. Quando ero a terra ho chiesto al soldato di poter andare da mio padre e lui allora mi ha sparato ancora, sempre al braccio. E dopo altri due colpi. Una pietra dell’asfalto mi è entrata nel naso".

Siamo a sei colpi di kalashnikov e Yura li ricorda tutti. Nella sua mente vede ancora lo squarcio sull’avambraccio. Lo descrive con queste parole. "La carne era…alla rovescia… quella dentro era fuori, quella fuori era dentro”.

Non è finita. “L’ultimo sparo, il settimo, è stato ancora sul corpo di mio padre. Ho girato la testa a destra e ho visto il rivolo rosso del suo sangue scorrere verso di me, lentamente. Ero a mezzo metro e il suo sangue mi bagnava la mano". Dev’essere stato tutto quel rosso vermiglio sull’asfalto e sui vestiti di Yura a convincere il soldato di aver ammazzato anche il ragazzo.

“Quando si è allontanato, mi sono tirato su e mi sono messo a correre. A casa mi sono tolto la felpa e mi sono accorto che nel cappuccio avevo un foro di proiettile, mi ha sfiorato la fronte per due centimetri".

La felpa col cappuccio e la giacca sono nel deposito giudiziario dello Sbu, il servizio di intelligence civile ucraino che, tra gli altri compiti, indaga sui crimini di guerra. È successo infatti che Yura, dopo essere uscito dall’ospedale dove gli hanno salvato il braccio, si è rivolto agli investigatori che lavorano sull’identificazione dei macellai di Bucha (gli ucraini contano 458 vittime tra i civili, la cifra però non è confermata da fonti indipendenti) per riferire ciò di cui era stato testimone.

Lì, nell’ufficio dello Sbu, mentre scorrevano le foto dei soldati russi che hanno occupato per poco più di un mese la città che si trova a 37 km a nord ovest di Kiev, Yura ha incrociato di nuovo gli occhi dell’assassino. È stato un lampo della memoria. “Indossava il passamontagna, ma lo sguardo e il naso li ho riconosciuti subito".

Nella scheda dello Sbu, erano indicati il nome, il cognome e il numero dell’unità di appartenenza. Aleksej è un ufficiale, indossava una divisa diversa dagli altri, con più ornamenti. Il resto lo ha fatto il fratello maggiore di Yura che si è messo a cercarlo su Internet, spulciando tra social network russi. Lo ha trovato.

Di più: ha trovato anche il numero del suo telefonino. Ha fatto ascoltare il messaggio registrato della segreteria telefonica a Yura. "Sì, è la sua voce!”. E ciò riporta al punto di inizio, a Yura che, dopo averci riflettuto un po’, un bel po’, a marzo di quest’anno mentre è a casa col fratello decide di mandare il vocale di trenta secondi.

Questa è la risposta dei Aleksej, in tono pacato e con anche una certa formalità nell’eloquio. “Ragazzi sono molto occupato adesso, mi hanno dato un altro compito. Non fate cose stupide come chiamarmi al telefono, perché io un giorno o l’altro torno a Kiev. Per il resto, ricordatevi una cosa: voi siete solo vittime di un sistema”.

A quale sistema si riferisse non lo ha specificato. Dopo quello scambio di vocali, non ce ne sono stati altri. Chiara invece è la minaccia rivolta a Yura di tornare a Kiev, per finire il lavoro che un anno e mezzo fa ha lasciato a metà. Un lavoro, cioè ammazzare e torturare i civili di Bucha, ordinato dai superiori gerarchici e su cui sono ancora in corso le indagini dei magistrati ucraini e della Corte penale internazionale.

“Ora mi hanno dato un altro compito", “voi siete vittima di un sistema”: ecco la banalità del male, ecco Eichmann che davanti ai giudici di Gerusalemme si giustifica dicendo che, in fondo, tutto sommato, stava solo eseguendo gli ordini.

Se mai Aleksej dovesse tornare davvero a Kiev, non è detto che troverà Yura. Grazie a Oksana Lebedieva, la direttrice della ong Gen.Ukrainian che si occupa della riabilitazione psicologica degli orfani di guerra, il sedicenne sta per andare negli Stati Uniti a studiare al college. Suo padre faceva l’avvocato, forse Yura seguirà le sue orme.

Gli aveva anche lasciato due arnie nel giardino, ma Yura, alle api, non ci pensa proprio. Pensa ad Aleksej, l’ufficiale russo che senza motivo gli ha portato via un padre e ha provato a togliere la vita anche a lui. "Vorrei che provasse il dolore e la sofferenza che ho provato io. Mi chiedete cos’è la giustizia? Vedere quell’uomo in prigione, prima o poi”.

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