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La prof. di Zaki, Rita Monticelli: “Una gioia enorme la sua liberazione per tutta Bologna che lotta per i diritti”

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“Non abbiamo mai perso la speranza”, racconta la docente. “Aspettiamo Patrick, non vedo l’ora di abbracciarlo”
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«La mia guida, la mia mentore». Due ore dopo essere uscito dal carcere, nel dicembre del 2021, Patrick Zaki, commosso, definiva così Rita Monticelli. Colei che era nata come la sua professoressa nel Master di Studi di Genere dell’università di Bologna e dal momento della sua liberazione si era trasformata nella donna che aveva tenuto alta l’attenzione sul suo caso, mobilitando l’università prima e da lì la città in un effetto valanga che poi, grazie ad Amnesty international, grazie alla società civile, grazie ai media, aveva coinvolto tutto il Paese. Il rapporto si è consolidato quando a Bologna è arrivata a studiare Reny Iskander, la fidanzata di Patrick, che Monticelli ha protetto come una figlia: per questo è certo che sarà lei la prima persona che lo studente abbraccerà quando arriverà a Bologna.

Professoressa, qual è stata la sua prima reazione alla notizia della grazia?

«Un’enorme gioia. Siamo passati dall’incredulità di ieri a quella di oggi. Ma voglio dire che non avevamo mai…

«La mia guida, la mia mentore». Due ore dopo essere uscito dal carcere, nel dicembre del 2021, Patrick Zaki, commosso, definiva così Rita Monticelli. Colei che era nata come la sua professoressa nel Master di Studi di Genere dell’università di Bologna e dal momento della sua liberazione si era trasformata nella donna che aveva tenuto alta l’attenzione sul suo caso, mobilitando l’università prima e da lì la città in un effetto valanga che poi, grazie ad Amnesty international, grazie alla società civile, grazie ai media, aveva coinvolto tutto il Paese. Il rapporto si è consolidato quando a Bologna è arrivata a studiare Reny Iskander, la fidanzata di Patrick, che Monticelli ha protetto come una figlia: per questo è certo che sarà lei la prima persona che lo studente abbraccerà quando arriverà a Bologna.

Professoressa, qual è stata la sua prima reazione alla notizia della grazia?

«Un’enorme gioia. Siamo passati dall’incredulità di ieri a quella di oggi. Ma voglio dire che non avevamo mai perso la fiducia né la speranza. E personalmente do alla parola speranza un significato politico».

Cosa intende?

«Mi sono a lungo occupata di utopia: e la speranza per me è una visione futura. Nella capacità di mettere insieme energie e forze diverse. In questo caso il governo, la città, l’università, la gente. È stata questa forza a farci andare nella direzione giusta e a non farci mai perdere la speranza».

La prima cosa che farà quando vedrà Patrick…

«Non lo so. Non so neanche quando lo rivedrò. Ma credo che quando arriverà quel momento mi verrà una forte commozione. Lo vorrei abbracciare e dirgli che siamo sempre stati con lui. Che abbiamo fatto tutto questo in nome dei diritti. E poi gli ricorderò che ci deve cucinare una cena egiziana come ci aveva promesso».

Ci sarà una festa?

«Risposta sincera? Non lo so. Non abbiamo avuto il tempo di pensarci: mi devo coordinare con il rettore dell’università e con il sindaco. Ma immagino proprio che qualcosa faremo».

Questa vicenda cambierà il suo lavoro?

«Mi sono sempre occupata di studi di genere, di post-colonialismo, di questioni culturali: quando Patrick ha detto che lo studio gli ha dato la forza di andare avanti…bè è stata la cosa più bella che potesse dire non solo per me, per tutti noi che lo abbiamo sostenuto. Spero che questo serva molte altre persone che si trovano in situazioni difficili come quella che ha affrontato lui».

Cosa le resterà di questa vicenda?

«Ho capito quanto è importante imparare dagli studenti. E posso dire che questa storia mi ha fatto capire quanto sia importante continuare a lavorare sulla libertà accademica. Sono certa che questo non lo dimenticherò».

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