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Con i soldati di Kiev che abbattono i droni: “Difendiamo la città”

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Più volte al mese la Russia lancia sulle città ucraine un mix di velivoli e razzi, squadre mobili di abbattitori usano missili terra aria a spalla per neutralizzarli
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KIEV — Quasi ogni notte la Russia lancia droni e missili contro le città dell’Ucraina e quasi ogni volta gli ucraini riescono ad abbattere gli ordigni mentre sono in volo – ed è una fortuna, perché il più piccino porta cinquanta chilogrammi di esplosivo, che è una quantità sufficiente a disintegrare la facciata di un edificio.

Da qualche mese i tecnici russi non hanno più abbastanza componenti elettroniche per produrre missili come prima, quindi adesso invece che mandarne gruppi di settanta-ottanta per volta i russi hanno cambiato ricetta, fanno un assortimento, lanciano qualche missile e molti droni (prodotti in Iran e poi riverniciati), che sono meno pregiati, meno pericolosi e più economici. Lo hanno fatto tre giorni fa contro Odessa: sei missili Kalibr e trentasei droni.

Di solito fanno volare il gruppo misto nello stesso momento per mandare in confusione gli ucraini: una combinazione molto usata è missili dal Mar Nero, quindi da Sud, più un paio di sciami di droni dal confin…

KIEV — Quasi ogni notte la Russia lancia droni e missili contro le città dell’Ucraina e quasi ogni volta gli ucraini riescono ad abbattere gli ordigni mentre sono in volo – ed è una fortuna, perché il più piccino porta cinquanta chilogrammi di esplosivo, che è una quantità sufficiente a disintegrare la facciata di un edificio.

Da qualche mese i tecnici russi non hanno più abbastanza componenti elettroniche per produrre missili come prima, quindi adesso invece che mandarne gruppi di settanta-ottanta per volta i russi hanno cambiato ricetta, fanno un assortimento, lanciano qualche missile e molti droni (prodotti in Iran e poi riverniciati), che sono meno pregiati, meno pericolosi e più economici. Lo hanno fatto tre giorni fa contro Odessa: sei missili Kalibr e trentasei droni.

Di solito fanno volare il gruppo misto nello stesso momento per mandare in confusione gli ucraini: una combinazione molto usata è missili dal Mar Nero, quindi da Sud, più un paio di sciami di droni dal confine russo a nord-est, che in pratica è a due passi.

I missili filano a novecento chilometri all’ora per cinquanta minuti e puoi seguire il loro volo notturno sui social media: prima senti la sirena che invade le strade deserte per il coprifuoco, poi vedi la cronaca in diretta e controlli per quasi un’ora gli aggiornamenti su quanti chilometri mancano ancora all’impatto. Cinque notti fa i missili diretti verso Kiev hanno deviato all’improvviso a ovest per colpire altri bersagli e i droni invece hanno continuato a volare contro la capitale, sono stati abbattuti quando ormai erano sopra i palazzi, l’ultimo è stato intercettato ma ha aperto un buco largo quattro metri al terzultimo piano di un condominio e ha ucciso una persona. È un paradosso politico di questa guerra: sei, sette volte al mese i russi tentano di devastare le città ucraine ma non ci riescono e la cosa fuori dal Paese non è percepita nella sua gravità. Si è creata assuefazione internazionale. Poi a ogni annuncio di aiuti militari a Kiev Mosca si straccia le vesti e parla di “escalation”.

«Stiamo sui tetti dei palazzi più alti, li vediamo arrivare con i visori termici ma ancora prima li sentiamo. I missili vanno più veloci ma hanno una traccia di calore bella larga, i droni sono più facili e più lenti ma il loro calore è molto meno visibile», dice Andrii Diachuk a Repubblica. Cinquantasette anni, baffi bianchi, quasi due metri di altezza, un po’ in imbarazzo per l’attenzione, Diachuk è considerato uno dei migliori abbattitori di Kiev. Ha tirato giù due missili e tre droni. Usa i lanciamissili a spalla Stinger (anno di inizio produzione: 1978), come i mujaheddin afghani negli anni Ottanta contro l’Armata Rossa. I due missili li ha colpiti nel giro di sei minuti dicono i suoi compagni di reparto con reverenza, il tempo di posare lo Stinger appena usato e di mettersi l’altro sulla spalla.

Ci parla in una località di periferia non specificata vicino a una centrale elettrica, che questo inverno era un bersaglio ossessionante per i russi. Chiediamo: ma in teoria non sono armi cosiddette “fire and forget”, che fanno tutto da sole? Una volta sparato lo Stinger bracca il missile e lo colpisce senza bisogno di essere guidato.

«Lo Stinger deve prima agganciare il missile russo, sennò non può partire a inseguirlo e questo vuol dire inquadrare nel mirino un bersaglio che vola a dieci metri al secondo per almeno un paio di secondi, mentre ti vola sopra la testa nel buio, fino a quando il sistema ti dice ok – ha capito cosa deve abbattere – e allora puoi premere il grilletto».

Due secondi per agganciare, altri quattro secondi per colpire il missile o il drone. Per il resto del tempo, dice Diachuk, è noia, passano settimane senza che arrivi qualcosa nel tuo settore, una parte del reparto monta la guardia sui tetti impeciati – «sono neri, in estate ci fanno cinquanta gradi» – tutti gli altri fanno un turno di riposo, guardano YouTube, chattano con la famiglia. I più giovani scalpitano, gli sembra di fare poco, gli ufficiali devono fare discorsi motivazionali sul tema: se uno di questi missili o droni ci oltrepassa e finisce in città può fare una strage. Quando scatta l’allerta, è tutto un lavoro di calcolo per capire la rotta vera di ciascun ordigno mentre attraversa l’Ucraina, e poi si tratta di ricalcolare di continuo fino a capire con precisione da quale direzione sbucherà.

Più a sud della capitale vicino a un’ansa del fiume Dnipro c’è una squadra di mitraglieri – stesso reparto, la Brigata presidenziale – all’ombra di una camionetta dell’esercito sovietico Gaz 53 (anno di inizio produzione: 1965) con sopra montata una mitragliera a due canne Zu-23 (anno di inizio produzione: 1960). Squadre come queste sono il primo girone della difesa aerea attorno a Kiev.

«Se noi non riusciamo a buttare giù i droni e i missili ci provano altre squadre e poi altre ancora, fino a quando non arrivano in città e allora l’ultima risorsa sono i sistemi moderni forniti dagli alleati: i Patriot americani, gli Iris tedeschi, i Samp/T italiani», dice a Repubblica il caposquadra, un cinquantenne con nome in codice “il Preside” che viene dal Donbass. Ma davvero riuscite ad abbattere un missile a colpi di mitragliatrice? «In teoria se sei fortunato è possibile, noi non ci siamo mai riusciti. Abbattiamo i droni però», e indica la portiera del camion. Ci sono due sagome di droni dipinte, due abbattimenti.

«La difesa aerea è una guerra di costi. Un proiettile della mitragliera costa trenta euro, un drone costa ventimila euro ma può fare milioni di danni e uccidere qualcuno, i sistemi missilistici per fermare i droni costano molti milioni di euro. Spariamo raffiche da venti colpi, spendiamo mille euro di munizioni per abbattere un drone». E poi c’è un premio. «Mille euro a drone distrutto, ma il comandante dice sempre che prima dobbiamo recuperare i rottami».

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