BARCELLONA — Alla stazione Sants, nell’afa umida delle banchine, centinaia di pendolari e turisti si accalcano in attesa di un treno che non arriva. C’è lo sciopero di Rodalies, le ferrovie regionali: una disputa sindacale sull’orario di lavoro. Nella Catalogna che, al momento, ha messo da parte i toni più accesi della sua sfida indipendentista, è una delle preoccupazioni del governo della Generalitat. Al punto che il passaggio di Rodalies sotto il controllo regionale è indicato da Esquerra Republicana (Erc), il partito del presidente Pere Aragonès come una delle condizioni per garantire il sostegno parlamentare a Pedro Sánchez nel caso in cui il risultato delle urne, domenica prossima, renda possibile la riedizione di una maggioranza di sinistra per il governo della Spagna.
BARCELLONA — Alla stazione Sants, nell’afa umida delle banchine, centinaia di pendolari e turisti si accalcano in attesa di un treno che non arriva. C’è lo sciopero di Rodalies, le ferrovie regionali: una disputa sindacale sull’orario di lavoro. Nella Catalogna che, al momento, ha messo da parte i toni più accesi della sua sfida indipendentista, è una delle preoccupazioni del governo della Generalitat. Al punto che il passaggio di Rodalies sotto il controllo regionale è indicato da Esquerra Republicana (Erc), il partito del presidente Pere Aragonès come una delle condizioni per garantire il sostegno parlamentare a Pedro Sánchez nel caso in cui il risultato delle urne, domenica prossima, renda possibile la riedizione di una maggioranza di sinistra per il governo della Spagna.
Una proposta accolta con irritazione dall’altra formazione del fronte indipendentista, Junts, il partito dell’ex presidente Carles Puigdemont. «Non siamo andati in carcere per i treni», è la replica stizzita del segretario generale Jordi Turull, ex assessore condannato a 12 anni di reclusione e poi indultato, nel 2021, dal governo Sánchez insieme agli altri 8 politici separatisti finiti in cella.
Ma lo scontro tra le due anime della Catalogna indipendentista, una costante da tempo (sin dai giorni successivi al referendum del 1° ottobre 2017, quando il leader di Erc, Oriol Junqueras, veniva arrestato, mentre Puigdemont sceglieva la via della fuga in Belgio, dove si trova tuttora, alle prese con la recente revoca dell’immunità parlamentare da parte del Tribunale generale dell’Ue) avviene in questi giorni sullo sfondo di una minaccia latente che rischia di trasformarsi in drammatica emergenza.
Il leader di Vox, Santiago Abascal, non poteva essere più esplicito. Quando gli hanno chiesto se, in caso di vittoria delle destre, potrebbe tornare la tensione in Catalogna, ha risposto: «Non ho il minimo dubbio». Precisando che si potrebbero vivere «situazioni anche peggiori» di quelle registrate sei anni fa. Allora lo scontro tra Madrid e Barcellona si incancrenì dopo l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, che sospendeva l’autonomia regionale. Ma quella mossa del governo Rajoy fu «una barzelletta», secondo Abascal, che ha in mente azioni molto più drastiche: «Utilizzare tutte le risorse dello Stato per convincere la popolazione della Catalogna e restaurare la concordia». Non ha chiarito come, ma fa comunque paura.
Per questo i dirigenti di Esquerra non hanno dubbi sulla linea da seguire: «Il principale impegno per queste elezioni — dice a Repubblica Meritxell Serret, assessore all’Azione esterna (una sorta di “ministra degli Esteri”) del governo di Aragonès — è mobilitare gli elettori democratici, progressisti e repubblicani per rendere chiaro che esiste un fronte comune per evitare che forze di estrema destra prendano il controllo del governo dello Stato spagnolo. E questo è anche il modo migliore per difendere la Catalogna, la sua lingua, la cultura, ma anche i diritti fondamentali: l’uguaglianza di genere, i diritti Lgbtq+, diritti sociali come quello alla casa». E taglia corto: «Noi di Erc abbiamo chiarito che non faremo mai nessun movimento che possa favorire la creazione di un governo di destra o di estrema destra. La nostra posizione è chiarissima da questo punto di vista».
E abbastanza chiara, ma di segno contrario, sembra per ora anche quella di Puigdemont, che arriva a equiparare il Psoe al Partito Popolare sulla politica adottata nei confronti della Catalogna. «Puigdemont non sembra affatto disposto ad appoggiare Sánchez», ragiona Enric Juliana, vicedirettore del quotidiano La Vanguardia e profondo conoscitore della politica catalana come di quella spagnola. «Non credo che cederà facilmente. Nel caso, porrebbe delle condizioni che il Psoe non potrebbe accettare». Juliana vede il complesso delle forze separatiste tendenzialmente in calo («non sono elezioni di affermazione dell’indipendentismo ma, nel caso catalano, di difesa»), mentre assicura che «ci sarà un voto di sostegno molto forte per il Partito socialista, come voto utile per frenare l’estrema destra». Un’ondata alla quale cercheranno di mettere un argine i popolari, di sicuro in rimonta rispetto ai magri risultati del passato (potranno assorbire una parte dei consensi di Ciudadanos, partito ormai scomparso), ma in apprensione per le sparate di Abascal, «che non fanno nessun favore — precisa Juliana — al leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo: sa che una Catalogna in fiamme per lui non è buona». Ma molto dipenderà dal peso di Vox in una eventuale alleanza di governo delle destre.
In una Barcellona disillusa dai duri anni del “procès” secessionista, ormai poche estelades — le bandiere indipendentiste — pendono dai balconi, sbiadite dal sole. Domenica la Catalogna capirà se è arrivato il momento di riprendere la lotta.