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Elezioni in Spagna, Popolari primi, crolla Vox. La destra non governerà rischio nuove elezioni

Elezioni in Spagna, Popolari primi, crolla Vox. La destra non governerà rischio nuove elezioni
(afp)
Pp di Feijòo ottiene 136 seggi, ma con i 33 parlamentari dei post franchisti non ha la maggioranza Con 122 eletti Sánchez sfiora la Moncloa. Decisivi i separatisti catalani. Ma ogni trattativa è in salita
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MADRID — La realtà ha sovvertito tutti i pronostici in queste cruciali elezioni legislative spagnole. Il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo, dato per sicuro trionfatore alle urne, è riuscito solo ad aggiudicarsi la palma di partito più votato (con 136 seggi), ma neppure la scomoda alleanza con Vox, l’estrema destra di Santiago Abascal (33 deputati, un tonfo clamoroso rispetto ai 52 ottenuti nel 2019), gli consente di poter aspirare a ottenere l’investitura per la presidenza del governo: la maggioranza assoluta è di 176 seggi, e le destre non sono in grado di poter siglare patti se non con un paio di rappresentanti di formazioni minori. Uno scenario completamente diverso da quello che si augurava Feijóo, sicuro di poter superare i 150 seggi e convinto di concludere la serata elettorale da nuovo presidente in pectore.

Il Psoe del premier Pedro Sánchez non solo resiste, ma avanza per seggi (122 contro i 120 di quattro anni fa) e numero di voti, oltre il 32 per cento, che a spoglio molto avanzato delle schede, lo poneva in una posizione di sostanziale parità rispetto al Pp. Un risultato che va molto al di là delle più rosee aspettative e che i militanti socialisti, raccolti davanti alla sede del partito nella calle Ferraz di Madrid, hanno accolto con cori di giubilo per lo scampato pericolo di un disastro elettorale pronosticato da tutti.

Ma neppure al termine dello scrutinio, e con il riparto definitivo dei seggi nelle circoscrizioni più contese, sottoposto ai meccanismi del complicatissimo sistema elettorale spagnolo, sarà possibile capire se Sánchez sarà in grado di rieditare un governo progressista per i prossimi quattro anni. Ai 31 seggi ottenuti dal nuovo movimento di sinistra Sumar, guidato dalla ministra del Lavoro Yolanda Díaz, il leader socialista può confidare di poter aggiungere quelli delle forze nazionaliste basche e catalane e dei nazionalisti della Galizia. Nel corso della lunga notte elettorale la somma dei potenziali alleati di Sánchez è arrivata a superare la fatidica quota 176, ma la maggioranza si è allontanata verso la conclusione dello scrutinio. Con tutti i se e i ma che cominceranno a essere chiariti con i negoziati tra i partiti che prenderanno il via già a partire da domani.

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E la grande incognita è l’atteggiamento che terrà l’ala dura degli indipendentisti catalani, il partito Junts guidato dall’ex presidente Carles Puigdemont dall’autoesilio belga, dove il Tribunale generale dell’Ue gli ha recentemente ritirato l’immunità da parlamentare europeo riaprendo la possibilità per i giudici spagnoli di richiederne l’estradizione. Junts è calato, ottenendo solo 7 seggi (così come gli indipendentisti di sinistra, Esquerra Republicana, che hanno visto quasi dimezzati i loro consensi – 7 seggi anche loro – a beneficio dei socialisti, grandi trionfatori in Catalogna) ma quei voti risulterebbero decisivi per dare l’investitura a Sánchez. Puigdemont ha già detto di non essere disponibile a sostenere il Psoe (è arrivato a paragonarlo al Pp, almeno per l’atteggiamento tenuto nei confronti della Catalogna), ma resta da vedere se non esistono margini per un’eventuale astensione. In caso contrario, si creerà una situazione di stallo politico simile a quella che la Spagna ha già vissuto in più occasioni negli ultimi anni, prima tra il 2015 e il 2016, poi nel 2019: in entrambe le occasioni si è resa necessaria una ripetizione del voto nel giro di appena sei mesi.

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