Tatuaggi e cheesecake, l’economia del Donbass al servizio dei soldati
dal nostro inviato Daniele RaineriIl Narghile’ bar nel centro di Kramatorsk. La ragazza sfoggia il tatuaggio di un fucile d’assalto M16 (Foto di Alessio Romenzi)
Kramatorsk - Boris ha dovuto cambiare appartamento a Kramatorsk perché il primo era vicino a un comando della Sbu, i servizi di sicurezza, e quando un missile russo è arrivato tra i palazzi ha distrutto pure il suo. Ha raccolto dalle sue stanze quello che è riuscito a recuperare, seicento dischi in vinile e una gatta, e si è spostato di un chilometro in un altro appartamento con le finestre oscurate.
Di andare via dalla capitale del Donbass ucraino non se ne parla, è un tatuatore, da quando è cominciata l’invasione russa non ha mai smesso di lavorare. «Quattrocentoventi tatuaggi in un anno – dice a Repubblica – millecinquecento grivnie l’ora (al cambio fanno trentasei euro), spesso devo dire di no perché ho troppi appuntamenti, ho una lista di attesa di qualche giorno. A volte mi si libera un posto perché il cliente deve partire con urgenza per il fronte. Uno si è alzato a metà tatuaggio ed è partito, gli ho promesso che lo finisco quando torna».
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Kramatorsk - Boris ha dovuto cambiare appartamento a Kramatorsk perché il primo era vicino a un comando della Sbu, i servizi di sicurezza, e quando un missile russo è arrivato tra i palazzi ha distrutto pure il suo. Ha raccolto dalle sue stanze quello che è riuscito a recuperare, seicento dischi in vinile e una gatta, e si è spostato di un chilometro in un altro appartamento con le finestre oscurate.
Di andare via dalla capitale del Donbass ucraino non se ne parla, è un tatuatore, da quando è cominciata l’invasione russa non ha mai smesso di lavorare. «Quattrocentoventi tatuaggi in un anno – dice a Repubblica – millecinquecento grivnie l’ora (al cambio fanno trentasei euro), spesso devo dire di no perché ho troppi appuntamenti, ho una lista di attesa di qualche giorno. A volte mi si libera un posto perché il cliente deve partire con urgenza per il fronte. Uno si è alzato a metà tatuaggio ed è partito, gli ho promesso che lo finisco quando torna».
Mostra alcune foto della sua collezione di lavori: c’è pure un simbolo del reggimento Azov scritto a lettere cubitali su un collo, «questo tizio me lo ha chiesto perché se le cose gli vanno male vuole essere ucciso sul posto dai russi e non vuole essere fatto prigioniero».
La stragrande maggioranza dei clienti di Boris sono militari perché Kramatorsk, come le altre città del Donbass, è una città guarnigione dove passeggiano più soldati che civili. Mimetiche dappertutto: in fila per il caffé, con i carrelli nei supermercati, ai tavolini dei bar e dal benzinaio. La prima linea è a trenta chilometri, queste cittadine sono diventate retrovie e i soldati che combattono hanno stipendi ottimi, a partire da duemila euro – e poi salgono – in un Paese dove il salario mediano è attorno ai 400 euro. «Non fanno più caso se spendono cento grivnie in più o in meno».
Boris sghignazza e mostra una tenda che si è portato dietro dall’altra casa, con i buchi delle schegge a mezza altezza, «dormivo, mi sono salvato perché ero sdraiato». È un caso da manuale della nuova economia di guerra del Donbass: lavoratore che non si preoccupa troppo dei missili e continua a esercitare nello stesso posto perché provvede un servizio richiestissimo nell’Est che adesso vive, e molto bene, della presenza fissa di decine di migliaia di soldati. Tutti i servizi sono richiesti.
L’ultimo ristorante a essere inaugurato in città è il Rodina, “Patria”, che doveva aprire il 27 giugno. Ma quel giorno un missile russo ha centrato il ristorante-pizzeria più apprezzato della città, il Ria, ha ucciso tredici persone – un bilancio così basso da essere miracoloso, ma soltanto perché erano ancora le sei e mezza di sera e il locale era quasi vuoto – e ha lasciato un posto irriconoscibile.
Pochi muri di sostegno vuoti, una spianata di calcinacci, alcuni ferri ancora in piedi dove c’era il dehor. A cento metri dal Ria c’è l’hotel Ukraina, che ormai da un anno è deserto ma i russi avevano tentato di distruggerlo a novembre. L’hanno mancato di poco, il missile è arrivato nel cortile davanti all’ingresso, ha fatto un cratere nel terreno bagnato e ha disintegrato tutte le finestre. Il Ria aveva continuato a lavorare come se nulla fosse.
Oggi il Rodina è aperto, ai tavoli ci sono civili e militari, una ragazza ha un fucile d’assalto americano m16 tatuato sulla coscia. Il proprietario dice a Repubblica «abbiamo rimandato di un paio di settimane l’inaugurazione e poi quando si sono calmate le acque abbiamo aperto». Servono un mojito senza alcol fatto apposta per rispettare il divieto di consumare alcolici. «Gli affari vanno bene, ma non vorrei troppa pubblicità».
Ogni giorno, nel Donbass che un tempo era estrazione del carbone e quartieri dormitorio, c’è qualcosa di nuovo. Telefonia. Gommisti. Chioschi che vendono carne al barbecue. Il Number One è una caffetteria in stile hipster con i mobili di legno, i libri alle pareti e le cheesecake in vetrina e ha aperto a marzo. Continuate a pagare le tasse anche in questo tempo di guerra?, chiediamo alla proprietaria Alyona. «Certo, funziona come al solito».
Paura della guerra? Allarga le braccia: «È importante stare qui». Il Number One non è mai vuoto e ha prezzi pari alla capitale Kiev. Poco lontano c’è un posto che ha prezzi anche cinque volte più alti che a Kiev, è un negozio di articoli militari – spuntano ovunque perché i soldati ucraini devono vestirsi da soli. «Con quindicimila grivnie (quasi trecentosettanta euro) ti diamo tutto l’equipaggiamento che ti serve, giubbotto antiproiettile e divisa inclusi», dice Serhii. «Produciamo in altre regioni dell’Ucraina e anche in Turchia, poi portiamo qui».
I prezzi sono più alti rispetto alle regioni lontane dalla linea del fronte per un meccanismo di mercato semplice: i soldati non possono allontanarsi, se non hanno comprato un giaccone al momento giusto possono rimediare qui a prezzo maggiorato. Serhii fino a gennaio, quindi fino all’ultimo momento utile, ha lavorato a Bakhmut, la città semidistrutta dalla battaglia più lunga del conflitto. Poi quando la situazione era diventata insostenibile ha arretrato il business di poche decine di chilometri e ha ricominciato.