Spagna, il destino del governo nelle mani degli indipendentisti catalani
dal nostro inviato Alessandro OppesCarles Puigdemont
(afp)MADRID - Hanno perso oltre la metà dei voti rispetto a 4 anni fa, ma sono più determinanti che mai per garantire la possibilità di dar vita a un nuovo governo. È il grande paradosso che agita in queste frenetiche giornate post-elettorali la politica spagnola: gli indipendentisti catalani in crisi hanno la chiave, il destino di Madrid si decide a Barcellona.
O meglio ancora, sull’asse Barcellona-Waterloo, in Belgio, in quella “casa della repubblica” dove ha installato il suo quartier generale l’ex presidente Carles Puigdemont, che vigila a distanza perché il suo partito, Junts, mantenga l’ortodossia secessionista in un negoziato dal quale Pedro Sánchez spera di poter ottenere la sua conferma come premier.
Queste elezioni hanno strav…
MADRID - Hanno perso oltre la metà dei voti rispetto a 4 anni fa, ma sono più determinanti che mai per garantire la possibilità di dar vita a un nuovo governo. È il grande paradosso che agita in queste frenetiche giornate post-elettorali la politica spagnola: gli indipendentisti catalani in crisi hanno la chiave, il destino di Madrid si decide a Barcellona.
O meglio ancora, sull’asse Barcellona-Waterloo, in Belgio, in quella “casa della repubblica” dove ha installato il suo quartier generale l’ex presidente Carles Puigdemont, che vigila a distanza perché il suo partito, Junts, mantenga l’ortodossia secessionista in un negoziato dal quale Pedro Sánchez spera di poter ottenere la sua conferma come premier.
Queste elezioni hanno stravolto completamente lo scenario regionale, e gli indipendentisti dovranno tenerne conto, in una maratona negoziale che si prevede lunga e complessa. I socialisti catalani guidati da Salvador Illa (fu l’apprezzato ministro della Sanità di Sánchez in piena pandemia) hanno stravinto su scala regionale, surclassando tutti gli avversari e contribuendo non poco alla rimonta nazionale sul Pp: 19 seggi conquistati su 48 sono 13 in più rispetto ai popolari e, soprattutto, significano un netto margine di vantaggio rispetto all’insieme delle forze indipendentiste.
Esquerra republicana (Erc) ha perso oltre il 40 per cento dei voti, scendendo da 13 a 7 seggi, gli stessi racimolati da Junts, anch’esso in calo. Ed escono dal Parlamento nazionale gli estremisti di sinistra della Cup, che perdono i loro due deputati. Un quadro che conferma come il fronte separatista sia entrato nel vortice di una crisi profonda, nella quale ha perso senso la pretesa della convocazione in tempi brevi di un referendum per l’autodeterminazione “perché ormai siamo maggioranza”, dicevano fino a poco tempo fa.
La maggioranza si è allontanata quando il grosso della base, che ogni 11 settembre, giorno della Diada, festa nazionale catalana, andava affollando sempre di più le piazze nell’ultimo decennio (si arrivò a superare i due milioni di manifestanti) alla fine ha avuto l’impressione di essere stata ingannata.
Il messaggio della “indipendenza express”, possibile da realizzare in tempi brevi, non aveva portato a nulla, se non alle conseguenze giudiziarie della dichiarazione unilaterale d’indipendenza seguita al referendum illegale del 1° ottobre 2017: i politici in carcere, le condanne, la fuga in Belgio del presidente Puigdemont, che ancora non riesce a liberarsi delle pressioni della magistratura, neppure dopo l’indulto decretato da Sánchez e la riforma del codice penale che ha cancellato di sedizione (era l’accusa che determinò le condanne dei 9 politici catalani, primo fra tutti il leader di Erc, Oriol Junqueras) e ridimensionato quello di malversazione.
Sono proprio le convulsioni interne al campo separatista a indurre all’ottimismo Sánchez, tanto da dichiarare che “la democrazia spagnola troverà la formula della governabilità”. Per l’investitura presidenziale ha assoluto bisogno dei 7 voti di Junts. Ma, nonostante il partito di Puigdemont abbia riproposto ancora ieri le consuete condizioni – amnistia per tutte le persone coinvolte nelle inchieste giudiziarie e referendum per l’autodeterminazione – affermando che “la palla passa ora al Psoe”, in realtà è proprio Junts a dover ancora risolvere le proprie contraddizioni interne.
Se è vero infatti che il partito è ancora succube delle volontà dell’ex presidente Puigdemont (ora alle prese con la richiesta di un ordine europeo di detenzione formulata dalla procura del Tribunale supremo al giudice Pablo Llarena per i fatti del 2017) la formazione separatista è comunque profondamente divisa. Conviene ricordare che Junts è l’erede di quel partito, Convergència i Unió (CiU) che governò la regione per un quarto di secolo sotto la guida di Jordi Pujol: una specie di Dc catalana orientata verso il centrodestra, protagonista di accordi a livello nazionale che garantivano la governabilità, ora ai socialisti di Felipe González, ora ai popolari di José María Aznar.
Nazionalisti moderati, pronti a siglare qualsiasi patto con Madrid a cambio di qualche concessione a Barcellona. Tutto cambiò quando l’erede di Pujol, Artur Mas, messo alle strette dalla crisi economica che aveva provocato il tracollo del governo centrale di Zapatero, si proclamò all’improvviso indipendentista e avviò il suo partito verso un sentiero sconosciuto che sfocerà, sotto la presidenza Puigdemont, nella sfida frontale allo Stato con il referendum del 2017.
Una parte della base (e dei dirigenti) dell’attuale Junts appartengono ancora a quell’area politica, che raccoglie anche le sensibilità della borghesia catalana e del mondo imprenditoriale. È un ambiente molto poco propenso a rivivere le tensioni già sperimentate negli anni scorsi e che si potrebbero riaccendere se una ripetizione elettorale riaprisse le porte alla possibilità di un governo con l’estrema destra. Per questo è intenzionato a far sentire la propria voce nel negoziato.
A questo si aggiunge la disputa interna tra le due formazioni separatiste, con Esquerra che, per la prima volta, due anni fa ha sorpassato Junts conquistando la presidenza della Generalitat con Pere Aragonés. Il partito di Puigdemont entrò in un primo momento nella giunta ma ne è uscito lo scorso anno, rompendo quell’unità delle forze indipendentiste che è l’unica ragion d’essere delle rivendicazioni di un referendum per l’autodeterminazione.
Esquerra mantiene un dialogo permanente con i socialisti (e proprio ieri è entrata nel governo della provincia di Barcellona guidato dal Psc, la sigla catalana del Psoe, e di cui fanno parte anche i “comuns” il partito En Comú Podem di Ada Colau, parte della coalizione Sumar).
Il primo tentativo di aprire un dialogo con Junts è partito proprio dalla formazione di Yolanda Díaz, che ha delegato il catalano Jaume Asens per tentare di convincere Puigdemont a prendere in seria considerazione il “sì” all’investitura di Sánchez. Ma quello sarà eventualmente un passo successivo, sul quale il leader indipendentista vuole aprire un canale diretto di comunicazione con la Moncloa (ieri, al termine del Consiglio dei ministri, la portavoce del governo Isabel Rodríguez ha ribadito che “in Catalogna, come in tutta la Spagna, c’è spazio solo per la cornice costituzionale”).
Prima, l’intenzione di Junts è di ricreare l’unità perduta delle forze separatiste, per potersi presentare con rivendicazioni comuni a un’eventuale trattativa sul “sì” all’esecutivo progressista. Il vero ostacolo è che le condizioni poste finora da Erc a Sánchez sono molto più digeribili (negoziato sul debito fiscale della Catalogna, trasferimento alla Generalitat della gestione delle ferrovie regionali) rispetto a quelle enunciate da Puigdemont.