Israele, una maggioranza silenziosa chiede il compromesso per non spaccare il Paese
di Meir OuzielTEL AVIV - La situazione interna in Israele è lacerante. Da gennaio si tengono ogni settimana manifestazioni contro tutte le proposte di riforma giudiziaria, causando danni in diversi settori della vita israeliana.
Dall’altra parte ci sono molti israeliani, persino tra coloro non si annoverano tra i sostenitori del premier Benjamin Netanyahu, che si oppongono alla minaccia di distruzione dell’economia, dell’esercito e essenzialmente della democrazia israeliana che porta avanti il popolo delle manifestazioni. In molti chiedono che si raggiunga un accordo.
Una delle voci di spicco attive nella ricerca di un compromesso è Yuval Elbashan, professore di diritto, uomo della sinistra, che, insieme all’ex ministro della Giustizia, il professore Daniel Friedman, ha redatto una proposta di compromesso che nei mesi scorsi fu…
TEL AVIV - La situazione interna in Israele è lacerante. Da gennaio si tengono ogni settimana manifestazioni contro tutte le proposte di riforma giudiziaria, causando danni in diversi settori della vita israeliana.
Dall’altra parte ci sono molti israeliani, persino tra coloro non si annoverano tra i sostenitori del premier Benjamin Netanyahu, che si oppongono alla minaccia di distruzione dell’economia, dell’esercito e essenzialmente della democrazia israeliana che porta avanti il popolo delle manifestazioni. In molti chiedono che si raggiunga un accordo.
Una delle voci di spicco attive nella ricerca di un compromesso è Yuval Elbashan, professore di diritto, uomo della sinistra, che, insieme all’ex ministro della Giustizia, il professore Daniel Friedman, ha redatto una proposta di compromesso che nei mesi scorsi fu quasi accettata nei negoziati.
Elbashan nei giorni scorsi ha ridiscusso la proposta durante il dibattito nella Commissione affari costituzionali della Knesset.
“Del piano avevano già discusso in Commissione, erano stati raggiunti accordi, e poi a causa di problemi politici all’interno della Commissione per la nomina dei Giudici, i negoziati sono stati interrotti, proseguendo solo informalmente”, dice Elbashan a Repubblica.
“La cosa triste è che si erano trovati accordi quasi su ogni punto della riforma. Poi, come succede sempre quando ad avere la meglio sono i fanatici da ogni parte, è andato tutto in fumo: una parte dell’opposizione al governo ha rifiutato tutto. Come controreazione, i rappresentanti della coalizione, pressati anche dall’elettorato, hanno detto: ‘se comunque non riusciamo a ottenere un compromesso, torniamo alla proposta originaria’.
Devo riconoscere che ai rappresentanti del governo la proposta di mediazione non piaceva troppo, ma erano disposti a inghiottire il rospo per un compromesso di ampie intese. Ora però tutto si è ridotto a un gioco di forza tra i fanatici di ogni parte, in questa Massada moderna”.
Il richiamo a Massada - la fortezza che fu l’ultimo baluardo della resistenza giudaica ai Romani, dove nel 73 d.C. i leader zeloti optarono per il suicidio collettivo piuttosto che cadere nelle mani del nemico – è forte.
“Ma penso che, aldilà delle dichiarazioni pubbliche, la tendenza sia quella di raggiungere un accordo” conclude Elbashan. “È chiaro che Netanyahu è un uomo di compromesso e anche alcuni leader dei partiti di opposizione lo sono”.
Un’altra figura di spicco che chiede un compromesso è una delle più importanti giornaliste tv israeliane, Ayala Hasson, del canale pubblico Kan11. “C’è una drammatizzazione esagerata della proposta di legge per la riforma del sistema giudiziario”, dice Hasson a Repubblica.
“Sia da parte della coalizione, come se stesse facendo chissà che proposta rivoluzionaria, sia da parte dell’opposizione, come se si trattasse di una legge volta a distruggere la democrazia israeliana. Invece si tratta di una polemica creata ad arte, mentre nel mezzo ci sono tante brave persone che si lasciano ingannare dagli slogan: è facile fare pubblicità e dire alla gente che una certa bevanda è meravigliosa, e dopo qualche anno si scopre che contiene sostanze cancerogene”.
Il riferimento è agli innumerevoli mega cartelli che occupano i principali incroci, con la scritta a caratteri cubitali: ‘Dobbiamo opporci alla dittatura’. Continua Hasson: “Siamo un popolo con la persecuzione nel Dna. La sicurezza è quindi la cosa più importante e per questo sono convinta che un compromesso è raggiungibile.
In questo momento la piazza è trascinata da un gruppo di grande potere e risorse, pieno di livore contro Netanyahu e i suoi elettori. Per raggiungere accordi ci vuole coraggio. La soluzione più semplice per dei leader deboli è rimanere in guerra. È molto più difficile fare accordi”.
La stragrande maggioranza della popolazione israeliana è a favore di una soluzione di compromesso rispetto alla necessità di riformare il sistema giudiziario. La domanda è perché questa voce predominante rimane marginale e prevalgono soltanto le voci estremiste che sono per tutto o nulla.
Ayala Hasson punta il dito contro la sua stessa categoria: “I mass media non fanno sentire queste voci, decidono su cosa puntare i riflettori e su cosa tenerli spenti. E la moderazione non vende”.
Il generale di riserva Amir Avivi, oggi a capo di un movimento di ex ufficiali, dice a Repubblica: “Parlo a nome di un gruppo che conta 18mila tra ufficiali, soldati e piloti che si occupano della sicurezza di Israele avendo in mente il destino delle generazioni future: siamo tutti uniti nella convinzione che la politica non dovrebbe essere introdotta nelle file dell’esercito e che quanti parlano di rifiuto di prestare servizio, inferiscono un duro colpo al popolo di Israele e alla nostra deterrenza contro i nemici. È un comportamento antidemocratico.
Credo che la storia non li perdonerà per questo. Chi usa la sicurezza di Israele a fini politici finirà per essere ricordato non per il grande contributo che ha dato al Paese in passato, ma solo per la vergogna”.
Tra coloro che esprimono una voce razionale e democratica ci sono anche molti ex ufficiali, eroi di guerra, come il generale Avigdor Kahalani, che quasi da solo con il suo carrarmato fermò l’intero esercito siriano durante uno dei momenti più drammatici della guerra dello Yom Kippur nel 1973.
Di recente Kahalani ha detto: “Il rifiuto a prestare servizio è imperdonabile. Il tentativo di piegare un governo con questa minaccia è un tentativo di rivoluzione militare antidemocratica. Da quand’è che ufficiali e soldati dettano al governo quali decisioni politiche prendere? D’altro canto, non credo che queste minacce si realizzeranno all’atto pratico. Se ci dovesse essere ora un attacco su Israele, qualcuno se ne resterà a casa? E come si guarderà allo specchio dopo? Come guarderà negli occhi suo figlio?”.
(Traduzione di Sharon Nizza)