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Il filosofo Ramoneda: “La Spagna ha gli anticorpi contro il suo passato franchista”

L’intervista dopo le elezioni: “Buona parte del voto indipendentista si è trasformato in voto utile per i socialisti proprio per la paura di un ritorno a un passato fascista”
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MADRID — Il giorno dopo, è passata la «profonda inquietudine», come la definisce il filosofo Josep Ramoneda, che tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di un’estrema destra al governo.

Il risultato del voto dimostra che la Spagna ha gli anticorpi per evitare il risorgere degli ideali franchisti?

«In un certo senso sì, irregolarmente ripartito nel territorio, ma comunque dappertutto si è messo in evidenza che la minaccia del ritorno del fascismo ha ancora gli anticorpi ben sviluppati. Buona parte del voto indipendentista si è trasformato in voto utile per i socialisti, proprio per questo motivo, e c’è stato anche un travaso di voti da Vox al Pp, come se la paura si fosse estesa anche a un settore della destra, la più moderata».

Che peso ha, ancora, la memoria della Guerra civile e dei 40 anni di dittatura nella società spagnola?

«È un fattore molto importante, legato anche a un’altra cosa: quando in Europa ci sono spostamenti molto significativi verso la destra…

MADRID — Il giorno dopo, è passata la «profonda inquietudine», come la definisce il filosofo Josep Ramoneda, che tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di un’estrema destra al governo.

Il risultato del voto dimostra che la Spagna ha gli anticorpi per evitare il risorgere degli ideali franchisti?

«In un certo senso sì, irregolarmente ripartito nel territorio, ma comunque dappertutto si è messo in evidenza che la minaccia del ritorno del fascismo ha ancora gli anticorpi ben sviluppati. Buona parte del voto indipendentista si è trasformato in voto utile per i socialisti, proprio per questo motivo, e c’è stato anche un travaso di voti da Vox al Pp, come se la paura si fosse estesa anche a un settore della destra, la più moderata».

Che peso ha, ancora, la memoria della Guerra civile e dei 40 anni di dittatura nella società spagnola?

«È un fattore molto importante, legato anche a un’altra cosa: quando in Europa ci sono spostamenti molto significativi verso la destra, qui si vuole dimostrare che si difende ancora la democrazia. Come a dire: non si pensi che noi possiamo tornare al passato. Da questo punto di vista è stata pessima la gestione da parte del Pp, che ha presentato Vox come possibile alleato e ha spaventato una parte degli elettori. Sbagliata anche l’impostazione della campagna, non contro il Psoe ma direttamente contro la persona di Pedro Sánchez, una strategia ispirata da buona parte del potere economico e mediatico di questo Paese (speravano che la parte destra del Psoe potesse finire neutralizzando Sánchez e favorendo l’investitura di Feijóo».

Con Meloni al governo in Italia e l’Afd in netta crescita in Germania, era molto diffusa in Europa la convinzione che l’estrema destra fosse destinata a imporsi anche qui.

«Non è tanto strano che una cosa che sta succedendo in tutta Europa succeda anche in Spagna. E questo ci obbligava a riflettere sul perché la democrazia sia così in pericolo nel continente. Questo aspetto inquietante dava credibilità al fatto che la Spagna si unisse a questa tendenza. Ma, appunto, gli anticorpi hanno funzionato».

In un Paese come la Spagna, che è avanzato tanto in tema di libertà e diritti civili, come è possibile che si sia affermato in questi anni un partito così oscurantista come Vox?

«Perché il passato arriva per due vie al presente; per la via di quelli che sono stati in quel territorio ma anche di quelli che lo hanno subito. Il franchismo, però, esiste ancora in questo Paese, tenuto vivo da alcuni nostalgici che lo hanno conosciuto e trasmesso in parte alle generazioni più giovani».

Alla fine, bisognerà forse ringraziare proprio Feijóo, che sta riconducendo una parte degli ultras al luogo dal quale erano usciti, cioè il Pp? Si può supporre che, all’interno del partito, avranno meno margine per gli eccessi.

«Però lo ha fatto in un modo abbastanza equivoco, siglando patti di governo con loro. E questo ha finito per pregiudicarlo, perché vedendo le concessioni che faceva a Vox in regioni come Valencia ed Estremadura, molti elettori hanno voltato le spalle all’intero blocco delle destre».

Socialisti e popolari hanno ottenuto quasi due terzi dei seggi parlamentari. La Spagna sta tornando progressivamente verso il bipartitismo?

«Non credo che torni al bipartitismo. Ci sono settori, economici e mediatici, che stanno lavorando in questa direzione, ma c’è ormai una diversità installata che è difficile da alterare. Il campo alla sinistra del Psoe nonostante tutto si è consolidato; l’indipendentismo, anche se questa volta in calo, è lì e resterà. Quello che vedo difficile è che Vox continui a mantenere una posizione ancora rilevante».

Ci sono stati anni di grande vitalità nella società spagnola, sfociati nel movimento degli indignados, il 15-M, e una serie di iniziative innovative di carattere locale. Si sta spegnendo tutto questo?

«È successo che è passato il periodo delle illusioni, quando qui hanno coinciso l’apparizione dell’estrema sinistra, che si portava via molti voti del Psoe, e la forte avanzata dell’indipendentismo. E poi sorge Ciudadanos, ma come fattore molto puntuale di lotta proprio contro l’indipendentismo, ormai scomparso. Questa diversità in qualche modo continuerà a resistere».

Il bipartitismo garantiva però una buona governabilità. Ora si rischia una nuova situazione di stallo, come è già accaduto in più occasioni negli anni scorsi.

«È evidente che il bipartitismo aveva questa virtù. Le combinazioni risultano ora più complicate. Ma il governo Sánchez – in minoranza - ha ottenuto risultati abbastanza ragionevoli con la sua coalizione, appoggiata puntualmente sulle iniziative legislative da altri gruppi. Ora si tessono maggioranze molto complesse, ma non impossibili».

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