Intervista a Yolanda Díaz: “Sconfitta la barbarie, la Spagna avrà un governo progressista”
dal nostro inviato Alessandro OppesMADRID — Yolanda Díaz, già molto soddisfatta per il risultato delle elezioni legislative di domenica scorsa – alle quali il suo movimento Sumar si presentava per la prima volta - ha un motivo in più per essere raggiante. Sul suo tavolo di vicepremier e ministra del Lavoro del governo Sánchez sono appena arrivati i nuovi dati sull’occupazione in Spagna: 600mila lavoratori in più nell’ultimo trimestre, la disoccupazione in calo a livelli di 15 anni fa. Una conferma della bontà della “sua” riforma, diventata un modello in Europa e nel mondo.
L’estrema destra avanza in molti Paesi dell’Ue, in Spagna è successo esattamente il contrario. Che lettura dà di queste elezioni?
«Sono molto orgogliosa del fatto che il mio Paese abbia vinto contro la barbarie, molto orgogliosa di ciò che è successo in Spagna, perché sono le prime elezioni, dopo molto tempo in Europa, in cui il futuro ha sconfitto il passato. Gli spagnoli hanno detto a voce alta che non vogliono tornare indietro. E la cosa più imp…
MADRID — Yolanda Díaz, già molto soddisfatta per il risultato delle elezioni legislative di domenica scorsa – alle quali il suo movimento Sumar si presentava per la prima volta - ha un motivo in più per essere raggiante. Sul suo tavolo di vicepremier e ministra del Lavoro del governo Sánchez sono appena arrivati i nuovi dati sull’occupazione in Spagna: 600mila lavoratori in più nell’ultimo trimestre, la disoccupazione in calo a livelli di 15 anni fa. Una conferma della bontà della “sua” riforma, diventata un modello in Europa e nel mondo.
L’estrema destra avanza in molti Paesi dell’Ue, in Spagna è successo esattamente il contrario. Che lettura dà di queste elezioni?
«Sono molto orgogliosa del fatto che il mio Paese abbia vinto contro la barbarie, molto orgogliosa di ciò che è successo in Spagna, perché sono le prime elezioni, dopo molto tempo in Europa, in cui il futuro ha sconfitto il passato. Gli spagnoli hanno detto a voce alta che non vogliono tornare indietro. E la cosa più importante, guardando al futuro dell’Europa, è che è possibile continuare a conquistare diritti, avanzando socialmente e battendo l’ondata reazionaria. L’Italia è un laboratorio di prova della destra e dell’estrema destra. La Spagna è riuscita a frenare quest’ondata, ma tra poco abbiamo le elezioni Europee, che le destre considerano molto importanti: qui abbiamo dimostrato che si possono sconfiggere, e succederà anche in Europa».
Il fatto di gridare “al lupo, al lupo” spesso non funziona. In questo caso, gli spagnoli si sono resi conto che esisteva una minaccia reale?
«In effetti non funziona. Ma noi di Sumar abbiamo fatto campagna non con la paura del lupo, ma al contrario: abbiamo parlato dei nuovi diritti che si possono conquistare, un discorso centrato sulla speranza. La paura non mobilita, paralizza. Abbiamo rivendicato la centralità del lavoro nella società spagnola, abbiamo approvato una riforma i cui frutti si vedono anche nei dati sull’occupazione appena pubblicati. Ma vogliamo ancora più diritti: per questo abbiamo detto agli spagnoli votateci perché vogliamo un Paese migliore. E la gente lo ha capito».
Lei guidava per la prima volta la candidatura del nuovo movimento Sumar. Siete soddisfatti del risultato?
«Molto soddisfatti. E senza dubbio Sumar si è dimostrata una forza decisiva, perché oggi possiamo avere in Spagna un governo di coalizione progressista. E le cose andranno sempre meglio: puntiamo a migliorare ulteriormente il progetto. Sumar è venuto per restare».
C’è stata una fase, negli ultimi anni, in cui dal campo politico alla sinistra del Psoe si voleva dare “l’assalto al cielo”. Ora la vostra strategia è più orientata verso la moderazione?
«Sumar è un movimento di cittadini che si dirige alla maggioranza sociale. Siamo coinvolti in un progetto di Paese che consolidi la democrazia attraverso una serie di riforme, come quella della giustizia fiscale, e la reinvenzione del Welfare, le politiche sociali che devono essere molto più ambiziose. E sottolineiamo l’importanza di avanzare sul terreno dell’uguaglianza».
Si è sempre detto che la Spagna è sociologicamente di sinistra, ma dal ritorno alla democrazia la destra ha governato quasi tanti anni quanto la sinistra. Come lo spiega?
Credo che la Spagna sia effettivamente un Paese progressista, in cui esistono però grandi livelli di concentrazione di potere che sono molto pericolosi per la democrazia. Ci sono cinque multinazionali dell’energia che controllano assolutamente tutto. C’è un livello di concentrazione bancaria che non esiste in altri Paesi, e altrettanto si può dire della grande distribuzione nel settore alimentare. Per questo insistiamo sull’esigenza di una vera democrazia economica, anche all’interno delle grandi imprese. Nell’epoca del bipartitismo - cambiava poco che governasse il Pp o il Psoe - condividevano questa governance economica».
Il leader del Pp, che voleva “derogare il sanchismo”, poi si è detto disposto a scendere a patti con Pedro Sánchez, anche se ora lancia di nuovo l’allarme sul fatto che questo governo vorrebbe “rompere la Spagna”. Vede qualche possibilità nei tentativi di Feijóo di ottenere l’investitura?
«Penso che il signor Feijóo non abbia nessuna possibilità. È stato sconfitto democraticamente domenica scorsa e credo che le sue chance di successo siano nulle. Questo partito che ora propone accordi di Stato è lo stesso che da anni sta mettendo il veto al rinnovo dei vertici del potere giudiziario. La leadership di Feijóo si spegne oggi nel mio Paese».
Lei ha detto che la Spagna avrà un governo progressista. Da che cosa deriva questa sicurezza?
«È una sicurezza democratica. Gli spagnoli hanno votato domenica e hanno convalidato la politica del governo di coalizione. E in più ci hanno detto che vogliono che vengano fatti ulteriori passi avanti. Per questo credo che le formazioni politiche devono stare all’altezza della situazione, e faccio un appello alle forze progressiste e democratiche del Paese perché garantiscano l’investitura del presidente. Voglio trasmettere tranquillità: la situazione è complessa, ma la politica è dialogare e arrivare ad accordi, anche con formazioni che non la pensano come noi».
Che margini di dialogo esistono con l’ex presidente catalano Carles Puigdemont e con il suo partito Junts, decisivo per l’investitura, che fino ad ora hanno posto come condizione l’amnistia e il referendum di autodeterminazione?
«Io ho negoziato e siglato diversi accordi sociali in Spagna. Il dialogo è la chiave di tutto: dev’essere sereno e basato nel rispetto. Bisogna muoversi con discrezione, analizzare il punto di partenza – sappiamo tutti che il nostro punto di vista è diverso dal loro - e vedere le possibilità di incontro che ci sono. È nostra responsabilità trovare il modo per arrivare a un accordo».
Ci sono già stati contatti?
«Come leader di Sumar, ho incaricato il giurista Jaume Asens di instaurare un rapporto di dialogo con le formazioni catalane. E lo faremo con discrezione».
Ma crede che ci possa essere una soluzione giuridica, che non comporti l’amnistia, per le migliaia di catalani incriminati per il referendum del 1° ottobre 2017?
«Non valuterò nessuna posizione, man mano che le conversazioni andranno avanzando ci potremo esprimere».
Un dialogo che dovrà avvenire sempre “nella cornice costituzionale”, come ha detto la portavoce del governo Isabel Rodríguez?
«In democrazia deve esistere sempre il massimo rispetto per la legalità vigente, e ovviamente per la Costituzione».