Eventi estremi ed effetti sul cibo. Il Sud del mondo paga il conto
di Luca Fraioli“Sono di fronte al vigneto di famiglia, nel viterbese: quest’anno niente vendemmia. Le piogge e le temperature alte anomale verificatesi nel maggio scorso hanno fatto proliferare la peronospora”. Maria Vincenza Chiriacò è ricercatrice senior presso il Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici, dove dirige la Divisione impatti su agricoltura, foreste e servizi ecosistemici. Statistiche e proiezioni, ma anche casi concreti, come quello delle sue viti dalle foglie macchiate e dai grappoli avvizziti per colpa di un fungo.
“La crisi climatica può colpire i raccolti con gli eventi estremi sempre più frequenti: alluvioni, grandinate, ondate di calore, siccità prolungate, incendi. Ma può anche creare condizioni (temperature e umidità) che rompo…
“Sono di fronte al vigneto di famiglia, nel viterbese: quest’anno niente vendemmia. Le piogge e le temperature alte anomale verificatesi nel maggio scorso hanno fatto proliferare la peronospora”. Maria Vincenza Chiriacò è ricercatrice senior presso il Centro euromediterraneo per i cambiamenti climatici, dove dirige la Divisione impatti su agricoltura, foreste e servizi ecosistemici. Statistiche e proiezioni, ma anche casi concreti, come quello delle sue viti dalle foglie macchiate e dai grappoli avvizziti per colpa di un fungo.
“La crisi climatica può colpire i raccolti con gli eventi estremi sempre più frequenti: alluvioni, grandinate, ondate di calore, siccità prolungate, incendi. Ma può anche creare condizioni (temperature e umidità) che rompono l’usuale equilibrio tra piante e agenti patogeni, a favore di questi ultimi”, spiega Chiriacò.
In alcune zone d’Italia la peronospora rischia di compromettere oltre il 70% delle vendemmie 2023. Un disastro che si somma ai frutteti devastati dal vento o da chicchi di grandine grandi come palle da tennis, ai campi di grano andati in fumo negli incendi siciliani. Nel 2022, secondo Coldiretti, gli eventi estremi riconducibili alla crisi climatica hanno fatto perdere il 10% dei raccolti italiani. Quello che ci ha mostrato fin qui il 2023 lascia prevedere numeri ben più alti.
Le cose non vanno meglio nel resto del mondo. Siccità e caldo estremo stanno mettendo in ginocchio gli allevatori di bovini del Texas. La mancanza di piogge si fa sentire in uno dei granai del Pianeta: il ministro canadese dell’Agricoltura ha lanciato l’allarme, perché nella regione del Saskatchewan sono a rischio i raccolti di cereali. Già a inizio giugno il caldo e le piogge estreme avevano fatto strage di maiali, conigli e pollame negli allevamenti cinesi.
Ma quello che nei Paesi ricchi (o in procinto di diventarlo) è un problema prettamente economico o occupazionale, altrove diventa questione di vita o di morte. La siccità senza precedenti che da mesi affligge il Corno d’Africa ha provocato migliaia di vittime, privando del cibo 20 milioni di persone.
“L’aumentata frequenza degli eventi estremi provoca danni all’agricoltura a tutte le latitudini: alle nostre come a quelle equatoriali”, spiega Marco Bindi, docente di agroclimatologia all’Università di Firenze. “Ma l’innalzamento delle temperature può accentuare i problemi di produzione alimentare soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Mentre, paradossalmente, potrebbe favorire aree alle latitudini più alte, dal Nordeuropa alla Siberia. La Russia, per esempio, ha iniziato a coltivare grano in aree dove prima era impossibile”. E qui le vicende climatiche si intersecano con quelle geopolitiche.
Nel 2021 i cereali coprivano terreni per un totale di 739 milioni di ettari in tutto il mondo, terreni per la maggior parte collocati nel “Sud” del mondo. Ma tra le specie vegetali per l’alimentazione, i cerali sono i più sensibili all’innalzamento delle temperature. Vale particolarmente per il mais, fondamentale per la sicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo: ebbene, secondo un recente studio scientifico, se non si farà nulla per limitare le emissioni di CO2 e tenere sotto controllo la temperatura della Terra, la produzione di mais potrebbe crollare del 24% entro la fine del secolo.
Brutte notizie anche per il grano (-22%), la soia (-12%), il riso (-11%). Se invece si rispettassero gli accordi di Parigi, il calo di produzione sarebbe assai più contenuto, rispettivamente: -9%, -7%, -4%, -3%. “Gli 1,5 gradi stabiliti a Parigi nel 2015 come soglia massima di riscaldamento non sono stati scelti a caso”, osserva Chiriacò. La comunità scientifica sa che superato quel limite le conseguenze possono essere catastrofiche, anche per l’alimentazione umana.
Ma tutto questo come si ripercuoterà sulle nostre tavole? “Nei Paesi ricchi”, risponde Bindi, “i consumatori all’inizio si adegueranno: un certo ortaggio costa troppo? Ne compreranno un altro. Diventeranno vegetariani o vegani. Il problema sarà soprattutto dei produttori: allevatori e agricoltori. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, dove c’è sostanzialmente una agricoltura di sussistenza, l’emergenza climatica sarà pesantissima sia per i produttori che per i consumatori”.
E cosa devono fare gli agricoltori? Rassegnarsi a vedere i loro campi inondati, bruciati, devastati dalla grandine? O migrare nella neofertile Siberia? “Finché manterremo l’innalzamento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi ha ancora senso parlare di adattamento, magari scegliendo varietà più idonee alle nuove condizioni”, risponde Chiriacò. “Ma se si supera questo limite, difficile dare indicazioni. Negli scenari climatologici che produciamo indichiamo i trend per la temperatura e le precipitazioni future, e questo può aiutare gli agricoltori a sceglie la strategia migliore per adeguarsi al cambiamento. In Salento, nei territori dove la produzione di olio d’oliva è stata azzerata dalla Xylella, abbiamo vario un progetto per supportare gli agricoltori nella scelta delle specie migliori da impiantare perché resistano al riscaldamento globale”.