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A processo per aborto, il caso Joanna spacca la Polonia

Donald Tusk, capo dell'opposizione ed ex premier ha condannato "l'umiliazione subita" dalla ragazza; l'europarlamentare Robert Biedron ha parlato di una "caccia alle streghe" degli antiabortisti
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BERLINO – Per tre mesi, Joanna Parnieska non ne ha parlato. Non è riuscita a raccontare gli orrendi soprusi che ha subito. Da quando è uscita allo scoperto la Polonia è sconvolta. E per le strade di Cracovia si sono riversati nei giorni scorsi miriadi di manifestanti per protestare contro la brutalità della polizia. Donald Tusk, capo dell'opposizione ed ex premier ha condannato "l'umiliazione subita da Joanna"; l'europarlamentare Robert Biedron ha parlato di una "caccia alle streghe".

La colpa di Joanna? Aver abortito. Averlo fatto nell’unico modo ancora legale in Polonia, diventata da anni l’inferno europeo dell’oscurantismo: con la pillola abortiva ordinata online. Il suo …

BERLINO – Per tre mesi, Joanna Parnieska non ne ha parlato. Non è riuscita a raccontare gli orrendi soprusi che ha subito. Da quando è uscita allo scoperto la Polonia è sconvolta. E per le strade di Cracovia si sono riversati nei giorni scorsi miriadi di manifestanti per protestare contro la brutalità della polizia. Donald Tusk, capo dell'opposizione ed ex premier ha condannato "l'umiliazione subita da Joanna"; l'europarlamentare Robert Biedron ha parlato di una "caccia alle streghe".

La colpa di Joanna? Aver abortito. Averlo fatto nell’unico modo ancora legale in Polonia, diventata da anni l’inferno europeo dell’oscurantismo: con la pillola abortiva ordinata online. Il suo errore? Aver chiamato il suo medico in un momento di fragilità e avergli confidato quanto avvenuto. “E’ successo tutto lo scorso aprile. E la telefonata non aveva nulla a che fare di per sé con l’aborto”, racconta a Repubblica. Ma da quel momento è cominciato un incubo.

Il dottore l’ha denunciata alla polizia, contravvenendo alla riservatezza che ogni medico deve ai suoi pazienti. E gli agenti hanno fatto irruzione poco dopo nel suo appartamento. “Quello che è successo dopo è stato brutale”, mi confida. “I poliziotti mi hanno trattata come una criminale, mi hanno interrogata”.

Procurarsi la pillola abortiva autonomamente, come ha fatto Joanna, non è reato. Aiutare qualcuno comporta il rischio di finire in galera per tre anni. Quando è scoppiato il caso, gli agenti hanno candidamente ammesso che volevano estorcerle quelle informazioni. Ed è chiaro che “l’intera azione era tesa a spaventare me e tutte le donne che intendono abortire”, sottolinea Joanna. Tanto è vero che la procura, guidata dal ministro dell'Interno e super falco Ziobro, ha aperto un'inchiesta per individuare eventuali "complici".

Quel giorno di aprile la polizia l’ha trascinata in un ospedale di Cracovia e l’ha isolata in un primo momento persino dai medici per interrogarla e perquisirla a fondo. “Ai dottori che chiedevano ragioni di quel comportamento, gli agenti hanno chiesto i documenti”. Poi l’hanno portata nel reparto ginecologico - l’interruzione di gravidanza risaliva a dieci giorni prima - e “lì è cominciata la parte peggiore di tutta la vicenda. Faccio ancora fatica a parlarne. I poliziotti hanno perso il controllo”.

Gli agenti le hanno chiesto il cellulare e il computer, ritenuti “prove incriminatorie”. E Joanna ricorda “la paura e l’angoscia” che la attanagliarono in quel momento: “ero totalmente sola e in mano a poliziotti aggressivi”. Sulle prime, Joanna si è rifiutata di consegnare il cellulare. Allora gli agenti le hanno intimato di spogliarsi nuda e di fare dei piegamenti, come si fa di solito con i trafficanti di droga per capire se hanno stupefacenti nascosti nelle parti intime. “Io non volevo togliermi le mutande, indossavo un assorbente sporco di sangue”, ricorda Joanna “era troppo umiliante”. Il poliziotto la minacciò che “l’avrebbe tirato fuori lui stesso, come se stessi nascondendo il cellulare nella vagina o nell’ano. Ero terrorizzata all’idea che quell’uomo mi toccasse”.

A distanza di mesi, Joanna si rende conto che “molte donne polacche non conoscono i loro diritti. Anche io non li sapevo fino a poco tempo fa, fino al caso di Justyna Wydrzyńska”, l’attivista che rischiò il carcere per aver aiutato una donna ad abortire. Peraltro, quando i poliziotti l’hanno interrogata, Joanna ha specificato subito che si era procurata la pillola da sola, che non era incriminabile. Non è servito a risparmiarle la brutalità delle azioni dei poliziotti. E persino un processo.

La polizia si è giustificata dicendo che il colloquio con Joanna avesse “fatto emergere il fatto che avesse ricevuto trattamenti psichiatrici per anni e che quel giorno avesse pensieri suicidi”. E umiliarla, abusare di lei e minacciarla l’avrà certamente aiutata a sentirsi meglio.

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