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Aiuti militari e cartoni animati, così Prigozhin nutre il sentimento anti-francese in Africa

Manifestanti in Niger con la bandiera russa 

 (afp)
Nei tre Paesi del Sahel attraversati da colpi di Stato, Niger, Burkina Faso e Mali, i manifestanti pro-golpisti sventolavano il tricolore della Federazione
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MOSCA – «Russia, Russia, Russia», scandiscono all’unisono mentre sventolano tricolori della Federazione cuciti alla bell’e meglio. I manifestanti che si sono riuniti ieri davanti all’ambasciata francese e giovedì davanti all’Assemblea Nazionale di Niamey, rappresenteranno pure una frangia ristretta della popolazione, ma sono oramai il volto militante della giunta golpista che ha preso il potere in Niger.

Rivendicano la spontaneità delle loro manifestazioni. Sostengono di non aver subito pressioni o finanziamenti da parte di nessuno. Ma le loro proteste sono una fotocopia di quelle avvenute in Mali e Burkina Faso, teatri di quattro golpe negli ultimi due anni. Il Niger non è che l’ultimo baluardo filo-occidentale a cadere nel Sahel. Ogni volta la stessa contrapposizione Francia-Russia e la stessa moltitudine di bandiere russe.

Mosca ha invitato ambiguamente le parti ad «astenersi dall’uso della forza e a risolvere tutte le questioni controverse attraverso un dialogo pacifico e costru…

MOSCA – «Russia, Russia, Russia», scandiscono all’unisono mentre sventolano tricolori della Federazione cuciti alla bell’e meglio. I manifestanti che si sono riuniti ieri davanti all’ambasciata francese e giovedì davanti all’Assemblea Nazionale di Niamey, rappresenteranno pure una frangia ristretta della popolazione, ma sono oramai il volto militante della giunta golpista che ha preso il potere in Niger.

Rivendicano la spontaneità delle loro manifestazioni. Sostengono di non aver subito pressioni o finanziamenti da parte di nessuno. Ma le loro proteste sono una fotocopia di quelle avvenute in Mali e Burkina Faso, teatri di quattro golpe negli ultimi due anni. Il Niger non è che l’ultimo baluardo filo-occidentale a cadere nel Sahel. Ogni volta la stessa contrapposizione Francia-Russia e la stessa moltitudine di bandiere russe.

Mosca ha invitato ambiguamente le parti ad «astenersi dall’uso della forza e a risolvere tutte le questioni controverse attraverso un dialogo pacifico e costruttivo». «Contiamo sul rapido rilascio del presidente Mohamed Bazoum da parte dei militari», ha detto ad esempio la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova che però si è trattenuta dall’auspicare il reintegro di Bazoum al potere. Stessa riluttanza del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.

Il governo russo e la compagnia militare privata russa Wagner stavolta non sono coinvolti nel golpe. Lo ha escluso pure la Casa Bianca. Ma in Russia c’è chi se ne rallegra. Come l’ex capo dei mercenari Evgenij Prigozhin, che è stato la “longa manus” di Vladimir Putin nel continente prima della fallita ribellione di fine giusto. In un audio di cui però non è stata verificata l’autenticità, ha dato il suo «pieno sostegno» alla «sollevazione anti-colonialista». Si è felicitato anche Aleksandr Dugin, il filosofo nazionalista amato dalle estreme destre nel mondo. «Il Niger è nostro. L’ultimo pupazzo della Francia-Africa è stato rovesciato proprio mentre era in corso il Forum Russia-Africa. Il Niger ai Nigerini», ha scritto su Telegram notando la concomitanza col vertice voluto da Putin a San Pietroburgo.

Ma in Africa la Russia non conta soltanto sui mercenari di Prigozhin, ma anche sul suo impero mediatico, una vera e propria macchina della propaganda costellata di “fabbriche dei troll”. Dallo scorso dicembre profili filorussi o influencer panafricani hanno inondato i social di diversi video d’animazione contro la presenza della Francia nel Sahel.

Una volta Parigi compariva come un gigantesco serpente tricolore che annunciava di voler «conquistare tutta l’Africa», un’altra come un topo particolarmente aggressivo di nome “Emmanuel”. In aiuto dei soldati del Burkina Faso o del Mali arrivavano sempre uomini bianchi armati in divise che portavano chiaramente le insegne di Wagner.

Il messaggio era univoco: l’invasore tricolore sbarca nell’Africa occidentale per saccheggiarne le ex colonie che resistono e trionfano grazie all’aiuto di Mosca. Stesso copione nel 2019 in Repubblica Centrafricana: un cartone animato raccontava la storia di un elefante attaccato dalle iene venute a rubargli il raccolto. In suo soccorso un orso di «un lontano Paese del Nord che si chiama Russia» venuto a «stabilire la pace» tra i diversi animali della savana.

Ci sono poi stati i tentativi di manipolazione. Come quando nell’aprile 2022 alcuni profili social avevano attribuito alla Francia la responsabilità di una fossa comune scoperta nel centro del Mali. L’esercito francese aveva cercato di contrastare la mistificazione diffondendo immagini di droni.

Sarebbe errato però pensare che il sostegno degli africani per la Russia sia soltanto frutto di propaganda. Mosca può far leva anche sullo storico sostegno sovietico ai movimenti di liberazione, mentre nel continente le ex potenze coloniali occidentali sono viste ancora con sospetto, come avverte Aoife McCullough, ricercatrice della London School of Economics and Political Science che tra gennaio e maggio dello scorso anno ha condotto 42 ore di interviste con persone sfuggite dal conflitto nel Niger occidentale e ha analizzato i dati dell’Armed Conflict Location and Event Data Project (Acled), che raccoglie i dati in tempo reale su tutti gli eventi di violenza politica e di protesta nel mondo.

I nigerini che ha intervistato, ha scritto sul Washington Post, nutrivano dubbi sul vero scopo delle truppe occidentali che operavano nelle loro località e i loro dubbi non erano basati sulla propaganda russa, ma sulle loro esperienze dirette. «Gli africani occidentali pensano davvero che la cooperazione con la Russia sarebbe migliore della cooperazione francese o tedesca? Sì e no», risponde.

«Hanno sentito parlare delle accuse di violenza compiute da Wagner, ma molti credono che queste accuse siano frutto della propaganda occidentale. Gli intervistati considerano la situazione in Niger disastrosa e possono soltanto sperare che un cambio di partner porti un miglioramento. Come ha osservato un intervistato, “Dobbiamo scegliere tra il male e il peggio”». La Russia a molti appare come il meno peggio.

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