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Intervista a Oleg Orlov, il Nobel sotto processo: “Il regime russo è come il fascismo. Produrrà una catastrofe”

Oleg Orlov, co-presidente di Memorial, in una protesta per la pace in Ucraina

 

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Parla l’attivista dell’ong premio Nobel sotto processo per discredito dell’esercito e difeso da un altro Nobel, Dmitrij Muratov
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MOSCA — Oleg Orlov sale a balzi le scale tappezzate di documenti storici e ritratti e allarga le braccia entrando nella sala di lettura foderata di libri. «In Russia oramai esistono soltanto isole di dissenso, non di opposizione, perché l’opposizione è stata sterminata. Adesso lei si trova in una di queste rare isolette», dice facendoci strada nella nuova sede di Memorial, una casupola di un piano che si affaccia su un giardino con un monumento “ai moscoviti morti nei Gulag”.

«L’abbiamo fatto mettere noi. Da quando hanno sequestrato gli uffici che ci avevano ospitati negli ultimi 15 anni, siamo tornati nella nostra vecchia casa. Peccato non sia abbastanza capiente per ospitare tutto il nostro archivio», si rammarica il co-presidente del Centro per i diritti umani dell’ong fondata nel 1989 per far luce sulle repressioni dell’Urss prima e della Russia contemporanea di Vladimir Putin poi e diventarne infine essa stessa una vittima. Etichettata come “agente straniero” nel 2016, “liq…

MOSCA — Oleg Orlov sale a balzi le scale tappezzate di documenti storici e ritratti e allarga le braccia entrando nella sala di lettura foderata di libri. «In Russia oramai esistono soltanto isole di dissenso, non di opposizione, perché l’opposizione è stata sterminata. Adesso lei si trova in una di queste rare isolette», dice facendoci strada nella nuova sede di Memorial, una casupola di un piano che si affaccia su un giardino con un monumento “ai moscoviti morti nei Gulag”.

«L’abbiamo fatto mettere noi. Da quando hanno sequestrato gli uffici che ci avevano ospitati negli ultimi 15 anni, siamo tornati nella nostra vecchia casa. Peccato non sia abbastanza capiente per ospitare tutto il nostro archivio», si rammarica il co-presidente del Centro per i diritti umani dell’ong fondata nel 1989 per far luce sulle repressioni dell’Urss prima e della Russia contemporanea di Vladimir Putin poi e diventarne infine essa stessa una vittima. Etichettata come “agente straniero” nel 2016, “liquidata” nel 2021 ed espropriata dei suoi vecchi uffici, è stata insignita l’anno scorso del Nobel per la pace. Il premio però non ha protetto Orlov.

Dal 24 febbraio del 2022, quest’instancabile e indomito attivista a dispetto dei suoi 70 anni, occhiali, capelli e baffetti grigi, è stato fermato cinque volte per essere sceso in strada contro l’offensiva russa in Ucraina. E ora si trova sotto processo per “discredito delle forze armate” per aver tradotto in russo sulla sua pagina di Facebook il suo audace testo Volevano il fascismo, lo hanno avuto scritto per la testata francese Mediapart.

Per Orlov il pacifismo è la vocazione di una vita. Da giovane biologo aveva assemblato da sé un duplicatore ettografico per stampare volantini contro l’invasione russa dell’Afghanistan. E ora usa l’aula di tribunale come un’arena politica, affiancato nella difesa da un altro Nobel per la pace russo, il direttore di Novaja Gazeta Dmitrij Muratov. Il 21 luglio, alla fine della terza udienza, ha letto i nomi di 64 persone, detenuti politici soltanto per aver pronunciato o scritto parole contro l’offensiva in Ucraina. «È solo la punta dell’iceberg. Secondo l’ong Ovd-Info, per azioni pacifiste sono state incriminate 634 persone. Circa 200 sono state condannate e stanno già scontando una pena». Il suo nome potrebbe presto aggiungersi alla lista.

Perché, tra l’esilio e il silenzio, Lei ha scelto di restare e manifestare?

«Se fossi voluto andare via, non avrebbe avuto senso neppure iniziare a protestare. Non ho nulla nei confronti di chi ha lasciato il Paese. A Memorial non facciamo distinzioni tra chi è partito e chi no. Ma io volevo protestare e per farlo dovevo restare qui. Anche il processo fa parte della mia resistenza personale. Certo, le autorità avrebbero preferito che me ne andassi, ma avrei fatto loro un regalo».

Non ha paura del carcere?

«Ho paura, sì. Ma che ci posso fare?».

Nel suo testo incriminato paragona il regime odierno al fascismo. È d’accordo con Kiev che ha definito l’ideologia di Stato russa “rascismo”?

«A onor del vero, ho sentito dire la parola “rascismo” per la prima volta non dagli ucraini, ma dai ceceni durante la Seconda guerra cecena. Allora però non ero d’accordo. Nonostante tutti gli orrori, la Russia era un Paese diverso. Adesso invece qui vige il culto del vozhd, del duce. “Un popolo, una patria, un duce”, il vecchio slogan nazista vale pure qui. La guerra è diventata un metodo legittimo per risolvere le frizioni tra gli Stati. Si nega l’esistenza stessa del popolo e della nazione ucraina. Si promuove l’esclusività, unicità e superiorità della cultura, della nazione e dello Stato russo. Sono tutti tentativi di far rivivere l’Impero».

La Russia di Vladimir Putin viene sempre più spesso paragonata all’Urss. Siamo tornati al passato?

«Non siamo tornati e non torneremo mai all’Urss. La Russia ha compiuto un percorso unico nel suo genere: dalla fine del totalitarismo sovietico si è passati a una debole democrazia e infine al ritorno del totalitarismo. Il totalitarismo odierno però non è comunista, ma appunto fascista perché si ispira a ideologie conservatrici. Ad accomunare il regime odierno all’Urss è il tentativo di ricreare un Impero, benché diverso. Il totalitarismo comunista aveva perlomeno un’idea di futuro seppur distopica e impossibile da realizzare. Invece adesso al potere nessuno ha un’idea di futuro. Per loro la cosa migliore è il passato».

E lei come vede il futuro della Russia? Alla prima udienza del suo processo, ha portato in aula il libro del politologo Aleksandr Baunov “La fine del regime”. Vede una fine al regime di Putin?

«In linea di principio sì. Questa fine prima o tardi arriverà. È inevitabile. Ma se arriverà troppo tardi, ci saranno conseguenze catastrofiche per la Russia, come stagnazione economica e degrado culturale, che la faranno arretrare rispetto al resto del mondo portandola all’anarchia e al caos. Ma non avverrà né domani, né tra un anno. Io spero in un altro scenario: che il dittatore lasci il potere. Non so in che modo potrà succedere. Magari sarà colpito da un fulmine o gli verrà l’Alzheimer. In questo caso si aprirebbe una finestra di opportunità come è successo in passato nell’Urss post-Stalin o nella Spagna post-Franco. Tutti questi precedenti ci dicono che nell’élite c’è sempre qualcuno che capisce che per andare avanti sono necessarie riforme. Perché non siano soltanto di facciata, la società civile rimasta in patria ed esiliata dovrà fare pressioni. Anche l’Occidente avrà un ruolo molto importante. Non dovrà rimuovere le sanzioni in modo automatico, neppure se finissero le ostilità».

E che futuro ci sarà per i russi? Quando riusciranno a scrollarsi di dosso lo stigma degli aggressori? È corretto parlare di “responsabilità collettiva”?

Dalla sua valigetta di pelle marrone, Orlov tira fuori il libro La questione della colpa del filosofo tedesco Karl Jaspers. «Lo sto rileggendo. Non condivido l’idea di attribuire a tutti i russi una responsabilità collettiva. Successe la stessa cosa con i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale e ci vollero parecchi anni per superare questo pregiudizio. Ma c’è un “ma” importante. I tedeschi riuscirono a elaborare le loro colpe morali individuali. Nell’odierna società civile russa questo processo sarà molto complicato. Quand’è che lo potremo intraprendere? Non lo so. Vi ho descritto due scenari. Vi ho già detto cosa spero».

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