✕

I timori per lo stallo dell’offensiva ucraina

(reuters)

Ascolta l'audio

Rallenta l’attacco della nuova ondata, che finora ha espugnato solo un villaggio. Ma Kiev non ha altre riserve e cresce la preoccupazione per il fallimento del grande assalto contro i russi. Che rischia di aprire scenari nefasti
3 minuti di lettura

Nulla di nuovo sul fronte di Zaporizhzhia. Anche la seconda ondata della controffensiva ucraina sembra avere rallentato la spinta iniziale. Dopo quasi due mesi di combattimenti, le colonne d’assalto sono arrivate alla cinta fortificata russa, saggiando la profondità dei fossati anti-tank e la robustezza dei “denti di drago” in cemento piantati nel suolo. Adesso dispongono di carri gettaponte per superare gli ostacoli e di veicoli speciali per creare un varco nei campi minati. E ora i rifornimenti arrivati dagli Usa permettono di sparare ottomila proiettili di artiglieria al giorno, quasi tutti con testate “cluster” che seminano ordigni nelle trincee. Senza però che le brigate di Kiev siano finora riuscite a sfondare le difese di Mosca: nei giorni scorsi hanno espugnato un solo villaggio.

Nulla di nuovo sul fronte di Zaporizhzhia. Anche la seconda ondata della controffensiva ucraina sembra avere rallentato la spinta iniziale. Dopo quasi due mesi di combattimenti, le colonne d’assalto sono arrivate alla cinta fortificata russa, saggiando la profondità dei fossati anti-tank e la robustezza dei “denti di drago” in cemento piantati nel suolo. Adesso dispongono di carri gettaponte per superare gli ostacoli e di veicoli speciali per creare un varco nei campi minati. E ora i rifornimenti arrivati dagli Usa permettono di sparare ottomila proiettili di artiglieria al giorno, quasi tutti con testate “cluster” che seminano ordigni nelle trincee. Senza però che le brigate di Kiev siano finora riuscite a sfondare le difese di Mosca: nei giorni scorsi hanno espugnato un solo villaggio.

Questi risultati provocano una crescente preoccupazione, in Ucraina e tra gli alleati: c’è il timore che l’avanzata non sia in grado di scacciare i russi dai territori occupati entro l’autunno, creando una situazione molto complessa non solo dal punto di vista militare ma anche da quello politico e diplomatico. Alla base di questo ragionamento c’è una valutazione semplice delle forze disponibili.

Nella scorsa primavera i generali di Kiev hanno organizzato in vista della controffensiva due corpi d’armata, il Nono e il Decimo. Il Nono, interamente addestrato dalla Nato e dotato di equipaggiamenti occidentali come i tank Leopard 2, è partito all’attacco il 6 giugno per individuare i punti deboli della linea russa. La sua missione era aprire una breccia, attraverso la quale il Decimo si sarebbe gettato alla carica fino a Melitopol e Mariupol, sgretolando lo schieramento di Putin.

Gli ucraini però hanno conquistato pochissimi chilometri e dopo sette settimane di dura battaglia hanno dovuto ritirare il Nono Corpo, logorato dalle perdite e dallo stress, sostituendolo con il Decimo. Che non ha riserve alle spalle: se riuscisse a spezzare la resistenza russa, dovrebbe completare da solo la marcia verso il mare d’Azov. I comandanti della nuova ondata impiegano soprattutto veterani che usano con maestria mezzi corazzati d’origine sovietica. Hanno fatto tesoro di alcuni errori commessi a giugno ma, stando agli analisti, continuano a mostrare lo stesso peccato capitale: non sanno gestire operazioni coordinate su larga scala.

Pochi reparti vanno all’assalto contemporaneamente – prima una manciata di compagnie, adesso un paio di battaglioni – permettendo ai russi di concentrare la reazione di artiglieria, tank ed elicotteri: come se in una partita di pallone un singolo attaccante dovesse misurarsi contro l’intera squadra nemica. Ma, per proseguire nella metafora calcistica, i russi non si limitano al catenaccio: il generale Gerasimov, rimasto saldamente al vertice nonostante le voci circolate dopo il tentato putsch della Wagner, non ha sbagliato una mossa. Risponde a ogni affondo ucraino con determinazione e scatena azioni aggressive in altre zone - a Karkhiv, nel Donetsk e soprattutto nel Lugansk – impedendo al quartiere generale di Kiev di sguarnire il resto del fronte. Neppure i numerosi raid dei missili Storm Shadow contro le basi logistiche nelle retrovie e contro i ponti strategici sembrano avere messo in crisi lo schieramento di Mosca, dove non si registrano cedimenti, né carenze di armamenti.

Il governo Zelensky è convinto che la pressione esercitata senza sosta riuscirà nelle prossime settimane a causare una crisi nella fortezza russa. Al momento però non ci sono segnali di un successo rapido e la prospettiva che la grande controffensiva si spenga entro un mese appare sempre più reale. Uno scenario disastroso: il balzo verso la Crimea verrebbe rinviato alla tarda primavera del 2024, permettendo al Cremlino di irrobustire ulteriormente le barriere e mobilitare altre truppe, mentre le industrie belliche paiono lavorare a pieno ritmo. E, come in ogni manovra d’attacco, oggi le perdite ucraine sono il doppio di quelle nemiche.

La campagna di incursioni contro la Russia, con i droni che si abbattono sulla capitale e sulle altre città, serve a tenere alto il morale ucraino. Ma può anche innescare una rappresaglia di Putin, spingendolo a bombardamenti ancora più feroci contro la popolazione mentre ora i missili vengono usati prioritariamente per colpire obiettivi militari, come depositi, caserme, fabbriche di armi. C’è un precedente storico, risalente al 1940: dopo i primi raid inglesi su Berlino, Hitler ordinò di radere al suolo Londra, fermando la campagna della Luftwaffe che stava azzerando l’aviazione britannica e creando le condizioni per l’invasione. Per il Terzo Reich fu l’inizio di una lenta disfatta.

Oggi le condizioni sono molto diverse e, come ricorda in continuazione l’ex presidente Medvedev, c’è la minaccia dell’arma atomica. Ma è chiaro che l’ipotesi di uno stallo al fronte preoccupa sia il governo Zelensky sia i Paesi baltici della Nato, a partire dalla Polonia: se Mariupol e Melitopol non vengono riconquistate entro metà settembre, il Cremlino avrà molti mesi per cercare di incrinare la compattezza degli Alleati facendo leva anche sulle elezioni statunitensi. Tanto che nelle diplomazie si ricomincia a parlare di un armistizio sul modello coreano che congeli la situazione sul campo, riconoscendo di fatto l’occupazione della regione tra il fiume Dnipro e il mare d’Azov. Una prospettiva inaccettabile, a Kiev come a Varsavia. Allo stesso tempo la Casa Bianca prende le distanze dai lanci di droni contro Mosca e ridimensiona gli allarmi polacchi sul pericolo della Wagner in Bielorussia: l’incubo americano resta quello di provocazioni che inneschino un allargamento del conflitto. E più le colonne ucraine rimangono lontane dalla Crimea, più questo rischio diventa concreto.

Leggi i commenti