Niger, l’italiana rimasta a Niamey: “Coprifuoco, rischio attentati e possibili sanzioni. La situazione può peggiorare”
di Benedetta PerilliFoto Simone Durante
Morena Zucchelli ha 68 anni e una lunga esperienza nel campo della cooperazione umanitaria che cinque anni fa l’ha spinta a trasferirsi a Niamey come capo missione in Niger della ong Coopi.
Due giorni fa, come altri 90 cittadini italiani presenti nel Paese, è stata contattata dall’ambasciata italiana per essere rimpatriata dopo ma non è salita sul volo messo a disposizione dalla Farnesina. Oggi come lei, di italiani in Niger, ne restano una cinquantina - tutti cooperanti di Ong e Nazioni Unite - e questa è la sua testimonianza.
Morena Zucchelli
Come è cambiata la vita a Niamey dal colpo di stato del 26 luglio?
“Al momento è tutto rimasto uguale, tranne per il coprifuoco subito imposto dalle 22 alle 5 e tre giorni fa alleggerito dalla mezzanotte alle 5. Parliamo di una città di un milione e mezzo di abitanti dove le banche sono tutte aperte, così come i mercati. Non ho visto assalti a bancoma…!-->!-->
Morena Zucchelli ha 68 anni e una lunga esperienza nel campo della cooperazione umanitaria che cinque anni fa l’ha spinta a trasferirsi a Niamey come capo missione in Niger della ong Coopi.
Due giorni fa, come altri 90 cittadini italiani presenti nel Paese, è stata contattata dall’ambasciata italiana per essere rimpatriata dopo ma non è salita sul volo messo a disposizione dalla Farnesina. Oggi come lei, di italiani in Niger, ne restano una cinquantina - tutti cooperanti di Ong e Nazioni Unite - e questa è la sua testimonianza.
Morena Zucchelli
Come è cambiata la vita a Niamey dal colpo di stato del 26 luglio?
“Al momento è tutto rimasto uguale, tranne per il coprifuoco subito imposto dalle 22 alle 5 e tre giorni fa alleggerito dalla mezzanotte alle 5. Parliamo di una città di un milione e mezzo di abitanti dove le banche sono tutte aperte, così come i mercati. Non ho visto assalti a bancomat o a negozi anche perché la maggior parte della popolazione non ha il frigorifero in casa, per carenza di energia elettrica, e gli approvvigionamenti si fanno giorno per giorno. Giusto i ricchi potrebbero permettersi di fare delle scorte”.
È aumentata la presenza di forze dell’ordine in città?
“Sì, ed è un grande rischio per il Paese perché vuol dire che gli agenti non stanno più presidiando il territorio per evitare gli attacchi feroci dei gruppi terroristici – principalmente Eis e Iswap alle frontiere con Burkina Faso e Mali e al sud Boko Haram - vero dramma per la popolazione locale. Una decina di giorni fa a Makalondi in un attacco sono morti 12 civili. Con il dislocamento in aumento a Niamey abbiamo già registrato una crescita delle violenze nel resto del Paese. Se la situazione dovesse peggiorare potrebbero non essere più in grado di gestire quella poca sicurezza che garantivano prima alla popolazione. In Niger gli sfollati interni che sfuggono al terrorismo organizzato sono 3 milioni e mezzo”.
Cosa pensa delle violenze dei giorni scorsi davanti all’ambasciata francese?
La vera violenza è quella che vediamo ogni giorno sul campo da parte dei terroristi. Quelli sono stati episodi minori, quasi dovuti, un’esibizione di forza. Esiste un sentimento politico contro i francesi, è vero, ma quelle sembravano reazioni a uso e consumo della stampa locale. Gli inneggiamenti alla Russia erano costruiti. I nigerini difficilmente escono a manifestare per questioni politiche, potrebbero farlo su temi economici come l’aumento del carburante.
E se l’Ecowas dovesse applicare le sanzioni minacciate dopo l’ultimatum?
“Quello sarebbe il vero problema. Il Paese non ha riserve monetarie e le sanzioni potrebbero portare a un aumento dei prezzi, al taglio delle forniture di energia e soprattutto alla limitazione della disponibilità del denaro. Fattori di malcontento che potrebbero spingere i nigerini a manifestare stavolta in maniera spontanea”.
Oggi il Niger celebra il giorno dell’indipendenza dalla Francia e si temono nuove proteste e assalti alle ambasciate.
“Credo che la maggior parte della gente continuerà a lavorare, qui i festivi non sono troppo rispettati. Non escludo però qualche raduno in piazza della Concordia ma non credo che raggiungeranno i livelli dell’ultima manifestazione. Alcuni gruppi politici hanno fatto del sentimento anti-straniero una bandiera ma in strada non ho mai visto atteggiamenti ostili nei confronti di chi viene da quelli che vengono considerati Paesi dominanti”.
Qual è la sua più grande paura?
“Che la situazione sfugga di mano ai golpisti. Non è stata una crisi chiara, non abbiamo ancora capito qual è stato l’elemento scatenante. Spero si possa negoziare perché temo che Tiani non saprà gestire un governo e c’è il rischio che qualcuno possa approfittarne”.
Pensa di lasciare il Paese?
“Sono qui come capo missione in supporto alle popolazioni locali e mai come in questo momento hanno bisogno di noi. Abbiamo 300 dipendenti e sei uffici fuori Niamey, la priorità ora è consolidare la logistica per un piano di contingenza per lasciare la Ong alle popolazioni locali. Coopi gestisce 13 milioni di euro l’anno in aiuti umanitari, non si può chiudere in due ore come ha chiesto la nostra ambasciata offrendoci velocemente un rimpatrio. Me ne andrò quando sarò obbligata dalla richiesta del governo”.