LONDRA – È la prima ammissione del genere del governo britannico: la Brexit ha un impatto sull’inflazione nel Regno Unito, ancora molto alta al 8,7% e in doppia cifra sui prodotti alimentari. Sinora l’esecutivo Sunak e i predecessori del primo ministro erano stati sempre molto reticenti ad ammetterlo. Adesso però, Londra ha deciso di rinviare per la quinta volta i controlli alla frontiera su animali, carni e prodotti vegetali che arrivano dall’Unione Europea.
Se sinora il governo si era sempre trincerato dietro giustificazioni come “abbiamo bisogno di più tempo per questioni burocratiche e per preparare le aziende al meglio” ora, come riporta il Financial Times, la spiegazione di fonti dell’esecutivo suona come un’…
LONDRA – È la prima ammissione del genere del governo britannico: la Brexit ha un impatto sull’inflazione nel Regno Unito, ancora molto alta al 8,7% e in doppia cifra sui prodotti alimentari. Sinora l’esecutivo Sunak e i predecessori del primo ministro erano stati sempre molto reticenti ad ammetterlo. Adesso però, Londra ha deciso di rinviare per la quinta volta i controlli alla frontiera su animali, carni e prodotti vegetali che arrivano dall’Unione Europea.
Se sinora il governo si era sempre trincerato dietro giustificazioni come “abbiamo bisogno di più tempo per questioni burocratiche e per preparare le aziende al meglio” ora, come riporta il Financial Times, la spiegazione di fonti dell’esecutivo suona come un’ammissione: “L’obiettivo principale in questo momento è abbassare l’inflazione e quindi ci sarà un rinvio sui controlli, perché questi comporrebbero costi supplementari alla frontiera”.
Come spiega Anton Spisak, analista economico del Tony Blair Institute, “il Regno Unito oramai ammette apertamente che è una questione di costi supplementari, con conseguenze sull’inflazione. Inoltre, dopo la Brexit, i nostri import dalla Ue si sono ridotti, nonostante l’assenza di controlli alla frontiera. Quindi non abbiamo ancora visto il vero impatto di queste nuove barriere commerciali sull’economia britannica”. Ossia, intende Spisak, quando saliranno costi e burocrazia per gli europei che vorranno vendere animali e i propri prodotti alimentari oltremanica.
Londra avrebbe dovuto implementare la prima fase dei controlli doganali post Brexit sui beni animali e vegetali “a medio rischio” dal prossimo 31 ottobre, per poi andare a regime entro ottobre 2024. Insomma, controllo dei flussi e dei confini, come l’uscita dalla Ue presupponeva. Invece, tutto rinviato, per l’ennesima volta. I costi non sono peregrini. Quando i “checks” andranno a regime, secondo gli addetti al settore ogni sostanziosa consegna di merce alimentare costerà 43 sterline in più (circa 50 euro) oltre a costosi certificati e controlli veterinari pari a altre centinaia di sterline, per un aggravio stimato in 430 milioni all’anno, circa 500 milioni di euro.
Già martedì scorso il governo aveva rinviato i piani del lancio di un bollino di garanzia e qualità britannico al posto di quello europeo “Ce”, proprio per le conseguenze in termini di burocrazia e costi per le aziende, che sarebbero state così costrette a un doppio regime.
Nel frattempo, la Banca di Inghilterra ieri ha alzato i tassi per la 14esima volta consecutiva, al 5,25% (record dal 2008), e secondo analisti della stessa Bank of England potrebbero non riscendere sotto quota 5 per altri tre anni. Ciò avrebbe conseguenze pesantissime per chi ha o deve accendere un mutuo, e con effetti a cascata anche sugli affitti, già alle stelle. Visto che, a causa della crisi inflazionaria, sempre più persone non possono più permettersi di acquistare casa.
La Banca d’Inghilterra ha deciso cosi perché l’inflazione resta alta (8,7%) e quella sugli alimenti supera addirittura doppia cifra. Come ha detto stamattina al Telegraph Barret Kupelian, senior economist di PwC, “la brutta notizia è che, pure se l’inflazione sul cibo dovesse diminuire oggi, i prezzi degli alimenti rimarranno alti e non scenderanno. Dunque, molto probabilmente, l’era del cibo a buon mercato nel Regno Unito è finita”.