Niger, una rete di dinamiche etno-regionalistiche alla radice del golpe contro Bazoum
di Beatrice BianchiA destra Mohamed Bazoum, a sinistra il presidente del Ciad Mahamat Idriss Déby
Le radici del golpe contro il presidente Mohamed Bazoum sono da ricercarsi in una serie di dinamiche interne al Niger. Bazoum era stato eletto nel 2021, come candidato del Pnds-Tarayya, partito del suo predecessore Mahamadou Issoufou, e la sua presidenza si reggeva su un equilibrio sottile fatto di compromessi politici e dinamiche comunitarie.
Quella che è state definita la prima alternanza democratica implicava il mantenimento del regime instaurato in dieci anni di governo Issoufou. Bazoum era stato designato candidato da Issofou già due anni prima delle elezioni, e il partito ne aveva preparato l’elezione. Quello stesso partito che per anni aveva ricoperto un ruolo egemone nella gestione delle dinamiche di governo e che Bazoum ora cercava di limitare.
Le radici del golpe contro il presidente Mohamed Bazoum sono da ricercarsi in una serie di dinamiche interne al Niger. Bazoum era stato eletto nel 2021, come candidato del Pnds-Tarayya, partito del suo predecessore Mahamadou Issoufou, e la sua presidenza si reggeva su un equilibrio sottile fatto di compromessi politici e dinamiche comunitarie.
Quella che è state definita la prima alternanza democratica implicava il mantenimento del regime instaurato in dieci anni di governo Issoufou. Bazoum era stato designato candidato da Issofou già due anni prima delle elezioni, e il partito ne aveva preparato l’elezione. Quello stesso partito che per anni aveva ricoperto un ruolo egemone nella gestione delle dinamiche di governo e che Bazoum ora cercava di limitare.
Al suo insediamento il presidente aveva accettato una serie di compromessi di governo, imposizioni del partito e del suo predecessore, che con lo scorrere dei mesi stava lentamente procedendo a rivedere, così come la nomina di alcuni ministri del suo gabinetto, alcuni dei quali molto vicini al suo predecessore, incluso il figlio, ministro del petrolio. Sapeva che la popolazione nigerina criticava il regime precedente, a cui lui pure aveva partecipato ricoprendo la carica di ministro, ne comprendeva le tare.
Le stesse dinamiche si ripercuotevano nei rapporti con l’esercito, in cui la figura dell’ex presidente rimaneva influente al punto da condizionare le nomine più importanti, inclusa quella del comandante della guardia presidenziale, il generale Tani. Fonti interne alla presidenza confermano che il Presidente era sul punto di mettere a riposo il generale, cosi come già fatto con altri gerarchi nelle ultime settimane. Comandante in capo delle forze armate, Bazoum ha adottato una strategia olistica di lotta al terrorismo strutturata su tre pilastri: una ferma risposta militare, dialogo con le comunità locali, investimenti a favore dell’istruzione giovanile, con una particolare attenzione verso i giovani e le donne nella consapevolezza che una riposta unicamente militare non è sufficiente per sconfiggere il terrorismo. Per Bazoum lo Stato doveva ricostruire il legame di alleanza coi cittadini insito nel concetto della nazione. Nel suo primo discorso al Niger il generale Tiani ha giustificato la sua presa di potere sulla necessità di cambiare questo approccio.
Proveniente dalla minoranza araba, che in Niger rappresenta l’1 % della popolazione, il presidente ha pagato il prezzo delle logiche etno-regionaliste già dalla campagna elettorale quando i suoi avversari lo accusavano di essere uno straniero e a Niamey tuareg e arabi subivano aggressioni. Il Niger, infatti, è costruito su un intricato mosaico comunitario in cui le popolazioni del est, zerma-songhai e hausa hanno dominato la politica fin dall’indipendenza mentre i popoli dell’ovest sono stati ripetutamente estromessi dalla gestione della cosa pubblica. Descrivere le complessità degli equilibri comunitari richiederebbe troppo tempo, basti sapere che ci sono state tre rivoluzioni tuareg.
Tuttavia un’analisi dei colpi di stato evidenzia una tendenza regionalista che rappresenta la terza chiave di lettura di quello attuale. Quando nel 1993 Mahamane Ousamane è diventato il primo presidente proveniente dall’ovest, le comunità dell’est hanno giurato che sarebbe stata anche l’ultima: «nafarko nakarché», primo, e ultimo.
Nel 1996, il colpo di stato di Baré, uomo dell’est che però ben presto mostra troppe aperture verso l’ovest con gli accordi di pace con i tuareg del 1995. Nel 1996 viene spodestato da Wanké, un altro uomo dell’est, comandante della guardia presidenziale, che morirà però sei mesi dopo.
Il suo successore Tandja proveniva dall’ovest ma era solidamente alleato con Hama Amadou, leader politico dell’est, suo primo ministro: quando l’alleanza dei due si rompe il potere di Tandja vacilla e ne segue il colpo di stato di Djibo nel 2010. Issoufou, hausa delle regioni centrali ma cresciuto a est sarà eletto presidente nel 2011 alla fine della transizione. Quando nel 2019 Issoufou nomina Bazoum molti nel partito mal digeriscono questa nomina, e l’opposizione diretta da Hama Amadou farà delle logiche regionali la principale arma di attacco contro Mohamed Bazoum.