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Anatomia di un golpe fallito. Bugie, pressioni e false prove: così Trump provò a sovvertire il voto

Il tycoon le ha provate tutte. Anche con l’aiuto dei Pinocchio delle tv. Ma invano
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WASHINGTON - L’ex presidente repubblicano Donald Trump andrà a giudizio perché, secondo il procuratore Jack Smith, ha provato a ribaltare con la frode politica la vittoria del rivale democratico Joe Biden. Una delle leggi che verrà usata in aula è la 241, creata dopo la Guerra civile americana contro i razzisti del Ku Klux Klan che impedivano agli afroamericani di votare.

La strategia di Trump per falsificare le legittime elezioni del 3 novembre 2020, che può costargli 20 anni di galera, comincia subito dopo i risultati favorevoli a Biden. Con i suoi collaboratori, ancora non incriminati ma riconoscibili dagli atti, Rudolph Giuliani, John Eastman, Sidney Powell, Jeffrey Clark, Kenneth Chesebro e Boris Epshteyn, Trump, ad urne appena chiuse, lancia una raffica di esposti e querele ai tribunali degli Stati perduti, perché non registrino gli scrutini. Tutti bocciati, i magistrati li irridono in Arizona, Georgia, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, ma la macchina dell’eversione…

WASHINGTON - L’ex presidente repubblicano Donald Trump andrà a giudizio perché, secondo il procuratore Jack Smith, ha provato a ribaltare con la frode politica la vittoria del rivale democratico Joe Biden. Una delle leggi che verrà usata in aula è la 241, creata dopo la Guerra civile americana contro i razzisti del Ku Klux Klan che impedivano agli afroamericani di votare.

La strategia di Trump per falsificare le legittime elezioni del 3 novembre 2020, che può costargli 20 anni di galera, comincia subito dopo i risultati favorevoli a Biden. Con i suoi collaboratori, ancora non incriminati ma riconoscibili dagli atti, Rudolph Giuliani, John Eastman, Sidney Powell, Jeffrey Clark, Kenneth Chesebro e Boris Epshteyn, Trump, ad urne appena chiuse, lancia una raffica di esposti e querele ai tribunali degli Stati perduti, perché non registrino gli scrutini. Tutti bocciati, i magistrati li irridono in Arizona, Georgia, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, ma la macchina dell’eversione non si ferma. Giuliani tenta il ricorso alla Corte Suprema, dove Trump gode di una maggioranza 6-3, appello respinto.

Il vicepresidente Mike Pence, vari leader repubblicani e dirigenti del Ministero della Giustizia pressano perché Trump desista dalla folle campagna ma, dalla lettura integrale degli atti, appare alla Casa Bianca un clima di isterica ossessione estremista, dove sovranismo, nazionalismo, albagia, arroganza e ignoranza ricordano il grottesco romanzo del Nobel Miguel Angel Asturias, Il signor Presidente, ispirato al dittatore guatemalteco Manuel Cabrera.

Battuta in tribunale, la coorte di Trump prova infatti a non far certificare i risultati, spronata dal network Fox che, consapevole di dire il falso con l’anchorman Tucker Carlson (perderà alla fine il posto, capita ai Pinocchio delle tv, in America almeno). Nelle contee di Wayne, Wisconsin, e Maricopa, Arizona, Trump si fa passare dal centralino della Casa Bianca gli esterrefatti impiegati locali, spesso repubblicani di vecchia data, ordinando loro di bocciare gli scrutini. Non funziona e il governatore della Georgia Kemp, il suo segretario di Stato, l’eroico Raffensperger, e il governatore dell’Arizona Ducey difendono la democrazia.

Giuliani e la Powell, soprannominati “clown pazzi”, improvvisano furenti una terza, maniacale, manovra, sostituire i “grandi elettori” (gli elettori delegati dagli Stati a certificare i risultati) di Biden con propri lacchè senza autorità. Il 14 dicembre 2020, quando i “grandi elettori” si riuniscono, Trump convoca agitatori in piazza, mentre Eastman e l’avvocato Jenna Ellis intimano a Pence di sostituire i delegati di Biden con i delegati fuorilegge di Trump. Pence rifiuta.

Frustrati, i trumpiani escogitano un’altra fola, coscienti che si tratti di pura disinformazione, tecnica che hanno usato per quattro anni e che impugneranno adesso davanti alla severa magistrata Tanya Chutkan. Poiché è palese che Biden abbia ottenuto più voti, indicano nelle macchine con cui si vota, e si calcolano i quorum, la fonte dei brogli. In Michigan un esposto di 238 pagine, invano, parla di irregolarità, appaiono in Pennsylvania e Georgia figuri che giurano sui voti falsi, un misterioso video mostra schede annullate ad hoc, ma in tribunale i testimoni scompaiono e le “prove” scemano. Alla fine, i lavoratori calunniati querelano Giuliani e gli chiedono i danni.

Non resta che forzare il Ministero della Giustizia a mentire, ma il ministro Barr e il successore Rosen restano leali alla Costituzione, finché Trump prova a nominare ministro il galoppino Jeffrey Clark, «Tu dici che il voto è farlocco, al resto penso io». Tutti i dirigenti annunciano però le proprie dimissioni contro Clark e Trump, schiumando rabbia, deve fermarsi. Ultima mossa disperata, obbligare Pence, da presidente del Senato, a non validare il voto, «Sei troppo onesto tu!», mobilitando gli scherani ad assediare il Congresso, Epifania 2020. Giuliani esplode «Siamo in guerra», il deputato Brooks provoca «Picchiateli, uno per uno», Trump twitta «Adunatevi: sarà un corteo di fuoco». Chi obietta all’intimidazione, è zittito, «Non è la prima volta che si usa la violenza per difendere la Repubblica».

Al tribunale federale Trump si maschererà citando il diritto di parola, protetto dal I Emendamento, l’accusa replicherà mostrando le prove del colpo di Stato, ma il giudizio ultimo lo daranno gli elettori, il 5 novembre 2024: se Trump rivincesse, la Costituzione sarebbe di nuovo a rischio pattumiera.

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