Voyager telefona a casa. Ripresi i contatti con la storica sonda Nasa
di Matteo MariniC’è qualcosa di straordinario nel modo in cui, 46 anni dopo essere stata lanciata, le comunicazioni con la Voyager 2, la più vecchia (quasi antica, ormai) sonda spaziale ancora attiva, sono state riprese evitando così mesi di silenzio radio. Un prodigio tecnologico anche nel sistema, pensato oltre 50 anni fa, che le permette di non recidere mai il cordone radio che la mantiene in contatto con noi.
Voyager 2 è stata la prima delle due sonde gemelle a essere lanciata, il 20 agosto 1977, precedendo di un paio di settimane Voyager 1. Entrambe hanno frantumato record su record. Sono le più longeve missioni del programma spaziale americano, e i due oggetti più lontani costruiti dall’uomo. Tanto che un segnale radio che viaggia alla velocità della luce impiega 18 ore e mezza per raggiungere la più vicina, proprio Voyager 2, a quasi 20 miliardi di chilometri di distanza.
Le sorelle dello spazio
Servono 22 ore di luce invece per comunicare con Voyager 1 e altrettante per ricevere rispo…
C’è qualcosa di straordinario nel modo in cui, 46 anni dopo essere stata lanciata, le comunicazioni con la Voyager 2, la più vecchia (quasi antica, ormai) sonda spaziale ancora attiva, sono state riprese evitando così mesi di silenzio radio. Un prodigio tecnologico anche nel sistema, pensato oltre 50 anni fa, che le permette di non recidere mai il cordone radio che la mantiene in contatto con noi.
Voyager 2 è stata la prima delle due sonde gemelle a essere lanciata, il 20 agosto 1977, precedendo di un paio di settimane Voyager 1. Entrambe hanno frantumato record su record. Sono le più longeve missioni del programma spaziale americano, e i due oggetti più lontani costruiti dall’uomo. Tanto che un segnale radio che viaggia alla velocità della luce impiega 18 ore e mezza per raggiungere la più vicina, proprio Voyager 2, a quasi 20 miliardi di chilometri di distanza.
Le sorelle dello spazio
Servono 22 ore di luce invece per comunicare con Voyager 1 e altrettante per ricevere risposta. Hanno superato le sonde Pioneer, spedite verso i confini del Sistema solare qualche anno prima, che però si sono spente anni fa. Le Voyager sono dinosauri che ancora vivono, un pezzo di tecnologia spaziale che stupisce per la sua resilienza e affidabilità e che hanno fatto la storia dell’esplorazione.
Il 28 luglio la Nasa annuncia che i contatti con Voyager 2 sono interrotti, almeno per un po’. Un comando sbagliato inviato da Terra ha fatto deviare la sonda dall’allineamento corretto per puntare il nostro pianeta con la sua grande antenna. Appena un paio di gradi, ma che da 20 miliardi di chilometri significano mancare completamente il bersaglio. Comunicare con Voyager 2 diventa quindi come parlare a un orecchio che non è in grado di ascoltare, le telemetrie di bordo e i dati che invia, la sua voce, non arrivano più. Ma secondo la Nasa basta avere un po’ di pazienza e aspettare che la sonda torni a ‘guardarci’ per riprendere ad ascoltarla.
Le stelle guida
Mezzo secolo fa gli ingegneri avevano pensato a un imprevisto di questo tipo. Il puntamento che per un qualche accidente va perduto e l’impossibilità di inviare un comando per ripristinarlo. Le Voyager hanno un sistema che si orienta con le stelle per tenersi girate con molta precisione verso la Terra. Due in particolare: il Sole, che è la sorgente più luminosa nel campo visivo, grazie a un sensore apposito. E poi individuando la stella Canopo, il secondo astro più brillante del cielo notturno, con uno star tracker. È progettata per verificare regolarmente il proprio assetto e riorientarsi in autonomia, cercando le sue stelle, con brevi getti dai suoi thruster a idrazina. Sarebbe accaduto a metà ottobre ma non è stato necessario.
Il ‘cuore’ di Voyager 2
Pochi giorni dopo l’annuncio del silenzio radio imposto dalle circostanze, il Nasa Jet propulsion laboratory comunica che qualcosa invece si riesce a sentire grazie alle potenti antenne del Deep space network (Dsn), la rete mondiale che l’Agenzia spaziale americana usa per comunicare con le proprie sonde in giro per il Sistema solare. È l’onda radio “portante” del segnale (quello che viene modulato per trasmettere i dati), un soffio, troppo debole per capire cosa dice, ma c’è. Dicono che è un po’ come “sentire il suo battito cardiaco”, non arrivano informazioni, certo, ma quell’unica onda significa che Voyager 2 sta bene e sta continuando a trasmettere. Significa anche un’altra cosa: forse anche lei riesce a sentire noi.
Il “grido” parte il 2 agosto dalle antenne della stazione Dsn di Canberra, in Australia (Voyager ora si trova nel cielo dell’emisfero meridionale) e il 4 agosto, dopo 37 ore (il segnale ha impiegato 18,5 ore per raggiungerla e altrettante alla sua trasmissione per arrivare a noi dopo la manovra di riallineamento) i dati scientifici e di telemetria ricominciano a fluire. Voyager 2 può continuare così a raccontarci il suo viaggio che possiamo ormai chiamare interstellare.
Il racconto più lungo
A questa coppia dobbiamo l’unico sorvolo di Urano e Nettuno, entrambe trasportano i golden record, uno dei primi tentativi dell’umanità di trasmettere un messaggio a eventuali extraterrestri. Voyager 1, nel 1990, si girò per scattare la celebre foto Pale blue dot, quando si trovava a sei miliardi di chilometri di distanza dalla Terra. Un’altra geniale intuizione di Carl Sagan.
Voyager 1 ha oltrepassato quelli che possono essere considerati i confini del Sistema solare nell’agosto 2012, quando ha bucato la bolla dell’eliosfera, la regione di spazio che ci racchiude tutti. Ha superato l’eliopausa, il confine dove il vento solare viene ‘bloccato’ dal mezzo interstellare, la prima a varcare quella soglia. Voyager 2 lo ha fatto nel 2018. Entrambe hanno spento le camere fotografiche per risparmiare energia, ma continuano a spedire dati sull’ambiente in cui si trovano, i loro misuratori di raggi cosmici, particelle e plasma, e magnetometro, sono ancora accesi grazie al generatore al plutonio che fornirà energia almeno, secondo la Nasa, fino al 2025. Poi, allontanandosi e perdendosi nel buio del cosmo, anche loro dovranno arrendersi al tempo e terminare il racconto più lungo mai scritto nell’esplorazione dell’Universo.