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Niger, si tenta una nuova mediazione. L’Occidente diviso sulla risposta da dare ai golpisti

Delegazini del Mali e del Burkina Faso a Niamey. Possibile anche l’arrivo di un inviato americano. La Francia ha sospeso gli aiuti allo sviluppo e rifiuta di ritirare i propri militari. L’Italia chiede una proroga dell’ultimatum. Gli Usa temono un “effetto Libia”
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Tunisi – Scaduto l’ultimatum alla mezzanotte di domenica, è iniziata l’attesa per l’intervento militare minacciato nel nuovo Niger golpista: l’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest) vuole che la giunta militare, capeggiata da Abdourahamane Tiani, lasci il posto a Mohamed Bazoum, il presidente democraticamente eletto, tenuto prigioniero dal generale dal 26 luglio. Quali i tempi? La logistica? Si può ancora evitare? Non è chiaro, anche perché all’interno dell’Ecowas iniziano a emergere incertezze. Non solo: il fronte europeo e occidentale non sembra suonare lo stesso spartito rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti dei nuovi padroni di Niamey.

Si profila il solito divario, già visto su altri temi, fra l’Italia di Giorgia Meloni e la Francia di Emmanuel Macron. Come indicato stamani alla “Stampa” dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, “l’unica via è quella diplomatica” per risolvere la crisi nigerina. “Mi auguro – ha aggiunto – che venga prolunga…

Tunisi – Scaduto l’ultimatum alla mezzanotte di domenica, è iniziata l’attesa per l’intervento militare minacciato nel nuovo Niger golpista: l’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest) vuole che la giunta militare, capeggiata da Abdourahamane Tiani, lasci il posto a Mohamed Bazoum, il presidente democraticamente eletto, tenuto prigioniero dal generale dal 26 luglio. Quali i tempi? La logistica? Si può ancora evitare? Non è chiaro, anche perché all’interno dell’Ecowas iniziano a emergere incertezze. Non solo: il fronte europeo e occidentale non sembra suonare lo stesso spartito rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti dei nuovi padroni di Niamey.

Si profila il solito divario, già visto su altri temi, fra l’Italia di Giorgia Meloni e la Francia di Emmanuel Macron. Come indicato stamani alla “Stampa” dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, “l’unica via è quella diplomatica” per risolvere la crisi nigerina. “Mi auguro – ha aggiunto – che venga prolungato l’ultimatum dell’Ecowas”. Per Tajani, “l’Europa non può permettersi uno scontro armato, non dobbiamo essere visti come i nuovi colonizzatori dell’Africa”. Ecco, da parte invece dei “vecchi colonizzatori” del Niger, i francesi, l’atteggiamento è diverso. Sabato, a Parigi, il ministero degli Esteri, in un comunicato, ribadiva “l’appoggio con fermezza e determinazione agli sforzi dell’Ecowas per far fallire questo tentativo di putsch”. Macron resta saldo accanto a Bola Tinubu, presidente della Nigeria, gigante e paese chiave dell’area, che spinge più di tutti verso un intervento militare.

In mezzo ci stanno gli americani, che fin dal primo momento sono molto prudenti, ma anche preoccupati per il destino del Niger, finora pedina fondamentale nella strategia occidentale contro i jihadisti nel Sahel. È anche nell'area il Paese con la maggiore concentrazione di soldati dell’Occidente: 1.500 francesi, un migliaio degli Usa (che dispongono ad Agadez di una base militare di droni), 350 italiani e un centinaio di tedeschi. Proprio da Washington potrebbe arrivare a Niamey, nelle prossime ore, un emissario per cercare di mediare tra le parti. Gli Usa temono, nel caso le cose precipitassero, di essere coinvolti dai francesi in un’operazione come quella in Libia del 2011, un vero spauracchio ai loro occhi.

D’altra parte, la prospettiva di un “caos libico” è quella più temuta da tutti oggi in Niger. Intanto, anche l’Ecowas starebbe inviando a Niamey una delegazione (come già fatto nei giorni scorsi, ma senza successo: Tiani non si era neppure degnato d’incontrarla). È il riflesso delle differenze pure all’interno dell’organizzazione transnazionale dell’Africa occidentale, dove non tutti sono “bellicosi” come Tinubu, contestato perfino all’interno del suo Paese. A Niamey è stato pure annunciato l'arrivo di Abdoulaye Maiga, primo ministro ad interim del Mail, assieme a rappresentanti del Burkina Faso. I due Paesi, negli ultimi anni, sono caduti nelle mani di giunte militari (e, il Mali in primis, nell’orbita della Russia e di Wagner). Anche loro, forse, parteciperanno a un ultimo tentativo di mediazione.

Le posizioni diverse che si osservano sul fronte occidentale si ripercuotono sulle decisioni operative prese dai singoli Stati in questi giorni. La giunta ha denunciato gli accordi di cooperazione militare con la Francia e i 1.500 soldati di Parigi dovrebbero teoricamente sloggiare. Ma il Governo francese ha ribattuto senza esitazione di non accettare tale pretesa, perché la giunta non rappresenta un’”autorità legittima”. Gli americani, invece, sui loro militari presenti sul posto, restano silenti e non si espongono. Quanto all’Italia, ha iniziato già a rimpatriarne una parte e sta continuando.

Diverso pure l’atteggiamento per la cooperazione, fondamentale per un Paese povero come il Niger, dove gli aiuti internazionali rappresentano il 40% del budget dello Stato. Francia, Unione europea, Germania e Paesi Bassi li hanno già completamente sospesi. L’Italia (e anche il Belgio e la Spagna), invece, non l’hanno ancora fatto. Quanto agi Stati Uniti, s’intravede pure qui il tentativo di condannare la giunta, senza chiudere del tutto la porta del dialogo: sono stati sospesi alcuni progetti, ma non l’aiuto umanitario considerato “vitale”, umanitario e alimentare.

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