Amazzonia, la naturalista Barbi: “Meno azioni criminali e più potere indigeno. È l’unica speranza”
di Giacomo TalignaniValeria Barbi
Come in natura, anche nella distruzione tutto può essere collegato. Per questo, per ridare speranza al grande polmone verde dell’Amazzonia, serve una triplice e parallela azione: «Dare potere ai popoli indigeni, bloccare l’ampliamento illegale di agricoltura e allevamenti e fermare quella che è chiamata narcoganaderia». Questa la ricetta di Valeria Barbi, naturalista che da oltre un anno sta attraversando il Sudamerica e i territori amazzonici. Ora si trova in Ecuador, dove sta portando avanti il suo progetto Wane (We are Nature Expedition) per raccontare la perdita di biodiversità.
Ha fiducia nel vertice di Belem? Si potrà davvero fermare la deforestazione in Amazzonia entro il 2030?
«Vertici di questo tipo sono fondamentali, …
Come in natura, anche nella distruzione tutto può essere collegato. Per questo, per ridare speranza al grande polmone verde dell’Amazzonia, serve una triplice e parallela azione: «Dare potere ai popoli indigeni, bloccare l’ampliamento illegale di agricoltura e allevamenti e fermare quella che è chiamata narcoganaderia». Questa la ricetta di Valeria Barbi, naturalista che da oltre un anno sta attraversando il Sudamerica e i territori amazzonici. Ora si trova in Ecuador, dove sta portando avanti il suo progetto Wane (We are Nature Expedition) per raccontare la perdita di biodiversità.
Ha fiducia nel vertice di Belem? Si potrà davvero fermare la deforestazione in Amazzonia entro il 2030?
«Vertici di questo tipo sono fondamentali, anche solo per riportare il problema sotto gli occhi di tutti. Ma come in altri summit del genere ci sono sul tavolo anche interessi economici e conflitti talmente grandi da pensare che trovare una soluzione entro sette anni sia difficile. Detto questo, le cifre sul calo della deforestazione (60%, ndr) da quando Lula ha preso le redini sono incoraggianti, ma ci sono criticità che qui si vedono anche ad occhio nudo davvero complesse da risolvere».
Quali criticità?
«Quando attraversi l’Amazzonia, le condizioni di questa area verde del Pianeta sono ormai visibili chiaramente. Nell’immaginario comune è una selva impenetrabile ricca di animali da scoprire: in parte è vero, ma oggi sembra più un grande mosaico dato che è frammentata da strade, attività estrattive e alberi tagliati per lasciar spazio a campi infiniti con popolazioni di bovini ovunque. Senza regole, si abbattono sempre più alberi ed è difficile evitare la savanizzazione in corso».
Cosa bisognerebbe fare per evitare che la foresta si trasformi in savana?
«Fermare il sistema spesso criminale e complesso in corso. Quando parliamo di privazione di milioni di alberi che per noi svolgono un ruolo fondamentale nell’assorbimento del carbonio, è perché si deforesta legalmente o illegalmente per dar spazio soprattutto ad agricoltura e bestiame. A loro volta queste attività sono le stesse alla base del fenomeno della narcoganaderia: i criminali tagliano, bruciano e avviano attività di allevamento per coprire i traffici di droga e garantirsi, in caso di controlli, pene più lievi. Il risultato è l’impoverimento della biodiversità e della salute dei territori. Fermare i narcos sarebbe però solo il primo passo».
Quali altri sforzi sono necessari per ridare speranza al futuro dell’Amazzonia?
«Gli accordi tra Paesi possono essere decisivi, così come il sostegno finanziario internazionale, ma una chiave è sicuramente ridare potere alle popolazioni indigene. Bisogna sostenere questa “ribellione dal basso” che è già in corso: oggi le popolazioni indigene stanno rialzando la testa, protestano, tentano di bloccare traffici ed estrazioni e finalmente anche la stampa internazionale ne parla. Loro sono i custodi della natura e se sparisce la foresta, cancelleremo anche le loro tradizioni e culture millenarie”.