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Amazzonia, “Stop alla deforestazione”. Cento miliardi per salvare il polmone verde del Pianeta

(afp)
Al via in Brasile il vertice di Belém, l’appuntamento dell’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica per salvare il bioma e tutelare i 45 milioni di persone che ci vivono
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LIMA — Uniti sugli obiettivi ma divisi sulla strategia. Inizia in salita il vertice di Belém, capitale di quello stato di Pará che ha il più alto tasso di deforestazione del Brasile. La città è avvolta dal clima festoso delle grandi occasioni. Ospita l’appuntamento dell’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica (Acto) che il presidente Lula non ha avuto difficoltà a definire «una pietra miliare» nella battaglia per salvare l’Amazzonia e tutelare i 45 milioni di persone che ci vivono.

Il Brasile può aprire i lavori con l’annuncio che i dati preliminari avevano indicato: tra gennaio e luglio c’è stata una riduzione del 42,5 per cento della deforestazione. Un indice che arriva al 60 per cento se si confronta con lo stesso periodo del 2022. Numeri che spingono all’ottimismo e che gettano le basi per un impegno, il primo tra i tanti indicati nella bozza della Dichiarazione di Belém messa sul tavolo, su cui gli 8 Paesi del bacino amazzonico concordano: azzeramento del taglio …

LIMA — Uniti sugli obiettivi ma divisi sulla strategia. Inizia in salita il vertice di Belém, capitale di quello stato di Pará che ha il più alto tasso di deforestazione del Brasile. La città è avvolta dal clima festoso delle grandi occasioni. Ospita l’appuntamento dell’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica (Acto) che il presidente Lula non ha avuto difficoltà a definire «una pietra miliare» nella battaglia per salvare l’Amazzonia e tutelare i 45 milioni di persone che ci vivono.

Il Brasile può aprire i lavori con l’annuncio che i dati preliminari avevano indicato: tra gennaio e luglio c’è stata una riduzione del 42,5 per cento della deforestazione. Un indice che arriva al 60 per cento se si confronta con lo stesso periodo del 2022. Numeri che spingono all’ottimismo e che gettano le basi per un impegno, il primo tra i tanti indicati nella bozza della Dichiarazione di Belém messa sul tavolo, su cui gli 8 Paesi del bacino amazzonico concordano: azzeramento del taglio dissennato del bioma entro il 2030. Si rischia il “punto di non ritorno” se non si agisce subito.

Oltre a Brasile e Colombia, sono presenti il Perù, la Bolivia e la Guyana. Il venezuelano Maduro ha rinunciato, ha un problema agli occhi. Si puntava su una presenza europea ma Macron (per la porzione francese della Guyana) ha disdetto. Ecuador e Suriname invece hanno spedito rappresentanti di peso. E ci sono emissari della Repubblica democratica del Congo e dell’Indonesia: hanno le altre due grandi foreste pluviali del mondo.

Il vertice entra subito nel vivo. Soprattutto quando si affronta l’altro grande tema, quello dei combustibili fossili. E qui emergono le prime differenze e i distinguo. «Parliamo del dissenso», attacca il colombiano Gustavo Petro, «perché il consenso è già scritto». Il suo è un affondo che scuote la riunione. È diretto allo stesso Lula, che proprio in questi giorni si trova alle prese con un contrasto ambientale che è diventato politico. La Petrobras, il gigante statale energetico, ha chiesto di perforare la zona delle foci del Rio delle Amazzoni. L’Ibama, l’istituto che sovrintende al controllo e tutela dell’Amazzonia, ha espresso parere contrario. La questione adesso è nelle mani della Procura generale. Il governo è diviso tra le posizioni della ministra dell’Ambiente Marina Silva, contraria, e quello delle Miniere ed Energia Alexandre Silveira, favorevole.

Gustavo Petro è più deciso. Ha vinto le elezioni dichiarando guerra al petrolio; al vertice ha ribadito che la Colombia cesserà ogni nuova ricerca di siti per adottare fonti alternative. Nel testo della Dichiarazione non c’è alcun cenno ai fossili e questo spinge il primo presidente di sinistra del Paese a scuotere le coscienze dei progressisti. «Tra loro c’è un enorme conflitto etico», insiste nel suo intervento, «quando invece dovrebbero stare da parte della scienza che attribuisce proprio ai fossili la causa principale della crisi climatica e ambientale».

Di transizione aveva parlato Lula poco prima. Aveva indicato la necessità di creare nuove opportunità di lavoro e di sviluppo per le popolazioni che vivono in questi 6,7 milioni di chilometri quadrati. «Questo non è un museo», aveva ricordato. «È la casa per milioni di persone». Per Lula non bastano i fondi che il mondo ricco elargisce per la difesa dell’Amazzonia. «È un modo retorico dell’emisfero nord per dire: vedete, stiamo facendo qualcosa», ha aggiunto.

Si punta a raccogliere 100 miliardi. Serviranno ad affrontare subito la crisi del disboscamento. Ma la difesa della foresta passa anche per la tutela di chi ci vive. Le tribù indigene saranno consultate prima di ogni iniziativa.

Ieri Lula ha approvato due delle nuove 14 regioni indigene che saranno disegnate entro la fine dell’anno. Intanto al vertice si pensa a un accordo militare e giudiziario specifico per l’Amazzonia. Con Procure che si occupino di reati ambientali e Tribunali chiamati a giudicare chi li commette. In campo anche eserciti comuni per contrastare la criminalità, sempre più attiva nel pieno rispetto della sovranità dei singoli Paesi.

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