Niger, i golpisti rifiutano la missione dell’Ecowas: domani il vertice ad Abuja
di Leonardo MartinelliTUNISI – Resta inflessibile la giunta militare, che ha preso il potere in Niger, mentre l’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, mette ora in avanti la via diplomatica, nonostante avesse minacciato un intervento militare imminente, per rimettere in sella Mohamed Bazoum, presidente democraticamente eletto, ancora prigioniero dei golpisti. L’attesa è forte (e incerta) per il vertice dei dirigenti nazionali dei Paesi che fanno parte dell’Ecowas, previsto domani ad Abuja, la capitale della Nigeria.
Intanto, si segnala l’arrivo nella notte di un Hercules dell’Aeronautica militare italiana a Niamey, in volo da Pisa. E questo nonostante i golpisti di Abdourahamane Tiani, il nuovo uomo forte di Niamey, abbiano chiuso lo spazio aereo nigerino nella notte tra domenica e lunedì.
Il nostro Paese, che aveva 350 militari in Niger, nel quadro del piano occidentale anti-jihadista, ha già iniziato da qualche giorno a evacuare i propri militari. Sta continuando quest’operaz…
TUNISI – Resta inflessibile la giunta militare, che ha preso il potere in Niger, mentre l’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, mette ora in avanti la via diplomatica, nonostante avesse minacciato un intervento militare imminente, per rimettere in sella Mohamed Bazoum, presidente democraticamente eletto, ancora prigioniero dei golpisti. L’attesa è forte (e incerta) per il vertice dei dirigenti nazionali dei Paesi che fanno parte dell’Ecowas, previsto domani ad Abuja, la capitale della Nigeria.
Intanto, si segnala l’arrivo nella notte di un Hercules dell’Aeronautica militare italiana a Niamey, in volo da Pisa. E questo nonostante i golpisti di Abdourahamane Tiani, il nuovo uomo forte di Niamey, abbiano chiuso lo spazio aereo nigerino nella notte tra domenica e lunedì.
Il nostro Paese, che aveva 350 militari in Niger, nel quadro del piano occidentale anti-jihadista, ha già iniziato da qualche giorno a evacuare i propri militari. Sta continuando quest’operazione? Va anche ricordato che Guido Crosetto, il ministro della Difesa, ha fatto dichiarazioni concilianti rispetto ai golpisti, allontanandosi dalle posizioni durissime che continua ad assumere la Francia (“L’unica via possibile è quella diplomatica - ha detto -, altrimenti saremmo visti come colonizzatori”).
Ritorniamo alle prospettive immediate della crisi. La scorsa notte, l’Ecowas ha ribadito di voler prendere “tutte le disposizioni necessarie per assicurare il ritorno all’ordine costituzionale in Niger” e, quindi, per ripristinare Bazoum ai vertici del paese. Ma ieri sera Bola Tinubu, presidente della Nigeria, che più di tutti aveva insistito per la necessità di un intervento militare, ha ribadito che “la diplomazia è la migliore strada da seguire” e l’intervento militare deve rimanere solo una minaccia.
Questo, in ogni caso, senza la Nigeria non si potrà fare. È il gigante dell’area, con 215 milioni di abitanti, l’economia di gran lunga più forte e anche con l’unico esercito (sebbene coi suoi limiti) capace di affrontare un’operazione del genere. Ma Tinubu è sempre più contestato all’interno della Nigeria sulla possibilità di prendere le armi contro i “fratelli” nigerini.
I golpisti sono davvero convinti a giocare la carta diplomatica? Martedì una delegazione dell’Ecowas, assieme a rappresentanti dell’Onu e dell’Unione africana, ha cercato di raggiungere Niamey, proprio per cercare di mediare. Ma la giunta non ha dato l’autorizzazione all’aereo di atterrare. In un comunicato i militari nigerini hanno spiegato che era per “ragioni di sicurezza”.
L’Ecowas sta già applicando sanzioni economiche contro il Niger, che nel paese, uno dei più poveri del mondo, stanno provocando fiammate di prezzi per i prodotti, soprattutto alimentari. “Il contesto attuale di rabbia e di rivolta delle popolazioni a causa delle sanzioni – si legge nel comunicato dell’Ecowas – non permette di accogliere la delegazione nelle necessarie condizioni di serenità e di sicurezza”.
Tutto questo, però, sembra piuttosto il riflesso di un pugno duro della giunta, che intanto cerca di installarsi ai vertici del paese. Ha nominato un primo ministro, Ali Mahaman Lamine Zeine, un civile, economista, già ministro delle Finanze sotto il presidente Mamadou Tandja (in carica fino al 2010 e molto amato dai nigerini). L’attesa, in ogni caso, è per il vertice di domani ad Abuja: cosa deciderà l’Ecowas? Di fronte all’inflessibilità persistente di golpisti, invierà alla fine sul posto i suoi militari? O, minata dai timori e dalle divisioni interne, procrastinerà e medierà a oltranza?
Nella vicenda gli Stati Uniti stanno acquisendo un peso particolare, con una buona dose di pragmatismo rispetto ai francesi, ancora intransigenti. Ma pure gli americani, almeno per il momento, stanno concretizzando ben poco. Ieri sera il segretario di Stato Antony Blinken ha fatto sapere su Twitter di aver parlato al telefono con Bazoum “per esprimere i nostri sforzi continui per trovare una soluzione pacifica alla crisi costituzionale”.
In precedenza, Victoria Nuland, vice di Blinken, che lunedì era a Niamey per incontrare i golpisti, ha ammesso di non essere stata ricevuta da Tiani. Neppure le hanno dato l’autorizzazione a incontrare Bazoum. “La discussione è stata franca, - ha detto la donna – ma per il momento assai difficile”. Intanto Blinken, in un’intervista alla Bbc, ha detto che il colpo di Stato “non è stato fomentato dalla Russia o da Wagner” ma quest’organizzazione di mercenari “sta cercando di trarne profitto”.
Fra i golpisti di Niamey c’è una vecchia conoscenza degli americani. Si tratta di Moussa Salaou Barmou, che negli anni è stato costantemente un amico degli Usa. Era stato inviato dal Governo statunitense a studiare alla prestigiosa National Defense University, a Washington. E in tempi recenti era questo generale a dirigere i battaglioni nigerini d’élite, impegnati nella lotta ai jihadisti e che hanno collaborato con i militari francesi e americani presenti nel Paese (rispettivamente 1500 e un migliaio). Vedere Barmou tra i militari ribelli rappresenta sicuramente una brutta sorpresa per gli americani, ma al tempo stesso lui può costituire un loro interlocutore per trovare un “soft landing” a questa crisi, che sembra non finire mai.