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Bassa natalità e disuguaglianze: le ombre lunghe sul miracolo coreano

La Corea del Sud era tra i Paesi più poveri del mondo 60 anni fa. Ora vive un boom, ma i dati demografici sono allarmanti
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Vagare per Seul è una vera esperienza. Ti senti addosso l’hallyu, come chiamano i coreani del sud, l’onda coreana di popolarità globale che dagli anni ‘90 questo Paese ha sprigionato nel mondo. Energia creativa, potente, espressa in film, serie, band, k-pop, k-drama.

Gangnam style, la canzone che ha sconfinato. Parasite, il film. Squid Game la serie più vista di sempre. Tanto che Netflix ha annunciato un piano di investimenti per 2,5 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni proprio in titoli coreani.

Un paese global leader in innovazione e tecnologie. Il più avanzato in robotica, sede di aziende leader nei settori tecno più avanzati come robotica e…

Vagare per Seul è una vera esperienza. Ti senti addosso l’hallyu, come chiamano i coreani del sud, l’onda coreana di popolarità globale che dagli anni ‘90 questo Paese ha sprigionato nel mondo. Energia creativa, potente, espressa in film, serie, band, k-pop, k-drama.

Gangnam style, la canzone che ha sconfinato. Parasite, il film. Squid Game la serie più vista di sempre. Tanto che Netflix ha annunciato un piano di investimenti per 2,5 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni proprio in titoli coreani.

Un paese global leader in innovazione e tecnologie. Il più avanzato in robotica, sede di aziende leader nei settori tecno più avanzati come robotica e intelligenza artificiale, ma anche in elettronica, chimica, costruzioni navali e acciaio fin dagli anni ‘70.

La Corea del Sud ha vissuto una fase straordinaria: tra i più poveri al mondo solo 60 anni fa, ha conosciuto una crescita economica incredibile in un periodo concentrato, passando da un Pil pro capite di 82 dollari nel 1961 a 32.661 nel 2022. Con un tasso di incremento medio annuo del Pil del 4,9% dal 1988 al 2022, una crescita annua delle esportazioni dell’8,9% e una produttività altissima.

Ha puntato sull’accelerazione della formazione delle nuove generazioni. Addirittura il 76% delle giovani da 25 a 34 anni è laureata, e il 64% dei giovani, primi nell’Ocse, anche per le competenze degli studenti. La Corea del Sud soffre, però, di problemi non secondari dal punto di vista delle disuguaglianze sociali, della parità di genere, e della situazione demografica.

La sua crescita non è inclusiva. La povertà relativa è alta, specie per gli anziani, non salvaguardati da un adeguato welfare, 37% e 42% per le donne, il valore più alto dell’Ocse. Non solo, nel 2022 la Corea è il quinto Paese nell’Ocse per numero di ore lavorate, con 1915 ore all’anno per lavoratore, dopo Messico, Costa Rica, Colombia, Cile.

Solo nel 2018, con il governo guidato dal Partito Democratico, l’orario di lavoro è stato abbassato da 69 ore a settimana a 52, comunque alto. Ma ora il governo conservatore vuole ripristinare la situazione a 69 ore. Forti sono le disuguaglianze di genere, la Corea è 105esima nella graduatoria del Gender Gap Index del World Economic Forum.

Il tasso di occupazione femminile è al 60%, non elevato, e più basso della media Ocse. Il gender gap salariale è il più alto (31,1%) di tutti i Paesi Ocse (12%) e lo è dal 1996. Tante donne lavorano part- time. La sfida oggi è ridurre le forti disuguaglianze sociali verso una crescita realmente inclusiva.

La fecondità è bassissima, 0.78 figli per donna, ultimi al mondo, con invecchiamento della popolazione crescente.Il numero di figli per donna nel 1961 era 6,1. Ebbene, in soli 23 anni, dal 1961 al 1984, la  Corea si è collocata sotto il livello di sostituzione, a 1,93 figli per donna. Gli Stati Uniti ci hanno messo 170 anni.

Il governo, autoritario e dirigista, all’inizio degli anni ‘60 non varò solo un piano quinquennale economico, favorendo i grandi gruppi, ma anche un programma per abbassare una così alta fecondità. Pochi usavano i contraccettivi nel paese. Obiettivo fu diffonderli e raggiungere il 45% delle coppie sposate, puntando a un numero di figli pari a 2.

Ovviamente, molte giovani coppie capirono che in questo modo avrebbero potuto avere maggiori possibilità di scelta e anche migliori standard di vita. Soprattutto perché il modello coreano di crescita si è sempre basato su un numero di ore lavorate molto superiore a quello dei paesi Ocse, poco compatibile con un numero di figli elevato.

Le aspettative di affermazione sul lavoro, il livello alto di competizione, il sovraccarico di ore, lo stress conseguente, la ancora assai diffusa asimmetria di genere nei ruoli e responsabilità familiari, particolarmente sostenuta dal Confucianesimo, le discriminazioni di genere sul lavoro, hanno contribuito e contribuiscono tuttora a creare le condizioni per la rinuncia ad avere figli, specie tra le laureate. Anche in presenza di forti costi dell’istruzione e di scarsi servizi gratuiti. Le nuove generazioni si sposano sempre meno e vedono sempre più la nascita di un figlio come un carico poco sostenibile.

Negli ultimi tre anni si è affacciato un nuovo problema. La popolazione coreana è diminuita di più di 200mila unità, come effetto della permanente bassa fecondità e il basso numero di immigrati. È aumentato l’invecchiamento della popolazione, conseguenza del forte aumento della speranza di vita, che è passata da 52 anni all’inizio degli anni ‘60 a 83 di adesso, 86 anni per le donne e 80 per gli uomini.

Secondo le previsioni Ocse per il 2030 la popolazione anziana crescerà di ulteriori 4 milioni 37 mila abitanti. Quella in età lavorativa da 20 a 64 anni diminuirà di quasi 3 milioni. E siccome anche la popolazione di età inferiore ai 20 anni diminuirà di 1 milione 600mila unità, in prospettiva la popolazione in età lavorativa, fondamentale per la crescita del paese e per il pagamento delle pensioni, non sarà adeguatamente alimentata.

L’Ufficio di Statistica Coreano sulla base delle stime Onu ha già dichiarato che la Corea diventerà il paese più vecchio al mondo nel 2044. La dinamica di invecchiamento è veloce. La Corea del Sud dovrà scegliere. O rallentare la crescita a causa dell’invecchiamento della popolazione. O aprire le frontiere agli immigrati al momento poco numerosi (3,1% del totale) per aumentare la popolazione in età lavorativa con effetto immediato.

La strada dell’innalzamento del tasso di fecondità è certamente utile, ma non può bastare perché darà effetti solo sul lungo periodo: il livello di fecondità raggiunto è talmente basso da essersi ormai tradotto in un numero assai ridotto di donne in età fertile.

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