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Logorata ma mai doma: il rapporto del Csis sulla salute dell’Armata Russa

(afp)
Il Center for Stategic and International Studies ha studiato nei dettagli tutto il potenziale bellico di Mosca. Concludendo che, nonostante i danni pesanti subiti in Ucraina, è ancora in grado di difendersi con ferocia
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Diciotto mesi di lotta non hanno piegato l’Orso. Nonostante le ferite subite in Ucraina, i suoi artigli gli permettono ancora di difendersi con ferocia e mollare zampate letali a breve distanza dalla sua tana. Ma ci vorranno parecchi anni prima che possa tornare a condurre un’invasione su larga scala. E’ questo il risultato di uno studio poderoso realizzato dal Csis, il Center for Stategic and International Studies, sul tema fondamentale del conflitto: quanto la guerra di attrito che si combatte dal Dnipro al Donbass stia logorando l’armata russa. Non a caso, la ricerca è stata commissionata dallo Us European Command, che guida le forze statunitensi nel Continente: offre la chiave per valutare le scelte strategiche del futuro prossimo, dove Mosca sembra destinata a un ruolo di potenza regionale e non rappresenterà una minaccia per l’America o per la Nato. Il tutto però senza prendere in considerazione l’arsenale nucleare. E ponendo un chiaro avvertimento: non bisogna sottovalutare la …

Diciotto mesi di lotta non hanno piegato l’Orso. Nonostante le ferite subite in Ucraina, i suoi artigli gli permettono ancora di difendersi con ferocia e mollare zampate letali a breve distanza dalla sua tana. Ma ci vorranno parecchi anni prima che possa tornare a condurre un’invasione su larga scala. E’ questo il risultato di uno studio poderoso realizzato dal Csis, il Center for Stategic and International Studies, sul tema fondamentale del conflitto: quanto la guerra di attrito che si combatte dal Dnipro al Donbass stia logorando l’armata russa. Non a caso, la ricerca è stata commissionata dallo Us European Command, che guida le forze statunitensi nel Continente: offre la chiave per valutare le scelte strategiche del futuro prossimo, dove Mosca sembra destinata a un ruolo di potenza regionale e non rappresenterà una minaccia per l’America o per la Nato. Il tutto però senza prendere in considerazione l’arsenale nucleare. E ponendo un chiaro avvertimento: non bisogna sottovalutare la reazione russa, che in alcuni settori resta sorprendente.

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Lo studio si concentra sui cinque protagonisti delle battaglie ucraine: i tank, l’artiglieria, i droni, i missili a lungo raggio, gli apparati da disturbo elettronico. Vengono esaminati singolarmente, tenendo presente però che una componente influenza l’altra: ad esempio, i droni segnalano i bersagli alle batterie di cannoni, che a sua volta apre la strada alle unità corazzate. Ma è dalla disponibilità di questi strumenti che dipende la capacità del Cremlino di portare avanti la campagna ucraina. In una guerra d’attrito, in cui si conquista la vittoria non con la conquista di un obiettivo geografico ma con la distruzione del potenziale bellico nemico, a contare sono i numeri. E la situazione peggiore per Mosca riguarda i carri armati.

La strage dei tank

La disastrosa offensiva della primavera 2022 è stata un colpo durissimo. I russi disponevano di 2.927 tank: 2.030 erano versioni aggiornate del T-72 sovietico, 480 erano T-80 e 417 moderni T-90, inizialmente tenuti tutti in riserva. Nel primo anno ne hanno persi oltre 1.900: ogni mese circa 150 carri armati sono stati trasformati in carcasse o catturati dagli ucraini, tanto che le unità corazzate sono state private del 60-70% degli equipaggiamenti. Una strage che avrebbe messo in crisi qualsiasi esercito occidentale. I russi però stanno tamponando le falle, con una prova di resilienza impressionante: l’industria bellica lavora pure di notte, sette giorni su sette. La produzione di nuovi tank è stata incrementata di un terzo: si stima che adesso ne costruiscano 325 l’anno. E le fabbriche sono state mobilitate per ripristinare i vecchi mezzi sovietici, inclusi i vetusti T-55 risalenti agli anni Cinquanta, prelevati in massa dai depositi: si ritiene che in un anno siano riusciti a metterne in servizio 600. E’ una corsa a ostacoli, perché l’embargo riduce la possibilità di importare apparecchiature importanti, come i visori francesi per dirigere il tiro e i macchinari di precisione tedeschi per allestire impianti supplementari. Insomma, non c’è modo di ripristinare la grande armata bruciata nella marcia verso Kiev: ci sono molti meno carri e di tecnologia spesso infima, molto inferiore a quella dei Leopard 2 e degli Abrams schierati dai rivali.

Questa situazione impone ai generali russi di cambiare tattiche. Se già nel 2022 avevano mostrato una fallimentare gestione delle operazioni di mezzi corazzati, trasformando l’imitazione della “guerra lampo” tedesca in una sanguinosa disfatta, adesso hanno ridotto le ambizioni. Usano i tank per accompagnare gli assalti della fanteria, più o meno come si faceva nel 1918, o come pedine difensive per rispondere alle avanzate della recente controffensiva ucraina. In questo modo stanno ottenendo buoni risultati ma a caro prezzo. “Alla luce dell’elevato livello di perdite – sostiene lo studio del Csis -, la capacità e la volontà dei comandanti russi di portare avanti queste azioni continuerà a diminuire”.

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A corto di munizioni

L’artiglieria è il secondo pilastro indebolito nella dottrina russa, fondamentale per il loro modo di combattere che relega in secondo piano l’aviazione. Mosca ha scatenato l’invasione contando su 4.894 pezzi - 2.118 cannoni semoventi o su ruote, 1.056 lanciarazzi multipli e 1.720 mortai pesanti – mentre altre migliaia erano immagazzinate nei depositi: la superiorità di fuoco è stata schiacciante. In un anno hanno perso 486 cannoni e 191 lanciarazzi, mentre un numero indefinito di obici ha esaurito la vita tecnica delle canne. Il consumo di munizioni è stato mostruoso: una media di 20 mila proiettili di grosso calibro al giorno, con punte di 40 mila. Questo è il vero problema. Il Cremlino fatica ad aumentare la produzione, anche a causa delle sanzioni, e sta chiedendo rifornimenti a Iran e Corea del Nord che finora non si sono concretizzati. Ormai si stanno saccheggiando riserve con colpi vecchi di 40 anni e la disponibilità è in calo costante. Anche in questo caso, i comandi russi hanno adottato contromisure: concentrano le scorte dove sono più necessarie, privilegiando il sostegno alle sortite nel Donbass e alla fortezza del “Fronte Sud”. Inoltre usano più spesso proiettili guidati, coordinando le batterie con i droni da ricognizione: questi ordigni di precisione raggiungono gli stessi risultati con un ventesimo dei tiri. Se però il ritmo delle operazioni proseguirà a questo livello, i generali di Mosca dovranno lesinare i colpi e rinunciare all’arma principale del loro concetto di battaglia. Le conseguenze possono essere decisive. Lo si intuisce già in questi giorni: grazie alle consegne di munizioni cluster americane, i cannoni ucraini stanno spazzando via le trincee russe. E hanno rallentato le avanzate delle colonne meccanizzate, che a luglio sono state falcidiate dal fuoco nemico, per sfruttare al massimo la superiorità di fuoco.

(afp)

Il rilancio dei droni

Sorprende invece come gli strateghi del Cremlino si siano adeguati alla predominanza dei droni, che li aveva visti in grave difficoltà all’esordio del conflitto. Ne avevano abbastanza pochi – circa duemila – e li hanno impiegati male. Poi hanno cambiato tutto. Hanno importato dalla Cina diverse migliaia di quadricotteri commerciali DJI usati per la ricognizione e dall’Iran 6.000 droni kamikaze Shahed. E sono riusciti a bucare l’embargo importando dall’Occidente chip e visori per costruire in patria velivoli telecomandati con prestazioni più competitive, come i Lancet-3 che tanti danni stanno causando nelle retrovie ucraine. “Finora – scrivono gli specialisti del Csis - le forniture di droni sono state sufficienti per sostenere le operazioni”. Non solo. I russi hanno migliorato la catena di comando per trasmettere le informazioni raccolte dalle spie volanti, inventando nuove procedure soprattutto per contrastare gli attacchi delle scorse settimane: oggi si spingono a 40 chilometri dalla prima linea, identificando obiettivi per l’artiglieria e i missili. La questione fondamentale in questo campo è irrobustire le sanzioni: senza le consegne dalla Cina e le componenti elettroniche occidentali Mosca resterebbe senza droni nel giro di pochi mesi.

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La minaccia dei missili

Anche nel settore dei missili a lungo raggio le previsioni della Nato sono state smentite. La pioggia di Kalibr, KH-101 e Iskander scatenata nel febbraio 2022 aveva fatto ipotizzare un rapido esaurimento degli arsenali: invece in un anno ne hanno lanciati più di 5.000, scagliando pure gli ipersonici Kinzhal. Putin ha personalmente verificato che le fabbriche di questi ordigni venissero potenziate e c’è stato un boom di importazioni di microchip, “triangolate” attraverso i Paesi ex sovietici confinanti. Indubbiamente le sanzioni hanno ostacolato la produzione – quella dei Kalibr ha subito momentanee interruzioni per la carenza di materiali occidentali – ma pur con qualche discontinuità la campagna di raid contro l’Ucraina non si è mai interrotta. Questo è un elemento di preoccupazione: “La rete contraerea ucraina finora è stata sorprendentemente efficace nell’intercettare i missili. Ma bisogna riconoscere che sarà difficile ridurre questa minaccia alla luce dell’abilità russa nel produrre o acquistare ulteriori ordigni”. Pur di mantenere la pressione sulle città, in alcuni casi i generali di Putin hanno attinto dalle riserve di missili terra-aria, utilizzandoli per bombardare in maniera molto meno precisa. Ed è chiaro che l’impegno nel conflitto stia intaccando le scorte globali di Mosca, accumulate in vista di un confronto con l’Alleanza atlantica: anche ordigni progettati per trasportare ordigni nucleari sono stati gettati nei raid contro Kiev.

Il muro di onde

Pochi li conoscono, ma sono i dominatori del conflitto: la Nato considerava i sistemi da guerra elettro-magnetica – chiamati con l’acronimo inglese EW – soprattutto negli scenari aerei e navali. Invece i russi li hanno imposti sul terreno, con apparati semoventi che azzerano le comunicazioni radio; intercettano e localizzano ogni antenna, pure quelle dei telefonini; disturbano i telecomandi dei droni e addirittura oscurano le coordinate gps usate per guidare i missili e pilotare i ricognitori. Ne hanno schierato in media uno ogni due chilometri di fronte, con un “bombardamento di onde” mai visto prima. Ovviamente, gli ucraini hanno fatto di tutto per eliminarli. Fabbricarne di nuovi e di più efficienti è una priorità supervisionata dal ministro della Difesa Shoigu, che però deve misurarsi con l’embargo: le apparecchiature catturate mostrano la presenza di decine di pezzi acquistati in Europa, negli States o a Taiwan. “Finora però le forze russe sono state in grado di mantenere piattaforme sufficienti a creare un effetto pervasivo per un tempo determinato in vaste zone del campo di battaglia”, riporta il dossier.

Un dato dimostra l’abilità degli ingegneri di Mosca: “Questi sistemi assieme alla contraerea hanno eliminato il 90% dei droni ucraini dopo pochi voli. Sono stati usati anche per impedire ai ricognitori teleguidati ucraini di trasmettere all’artiglieria le coordinate dei bersagli”. Attualmente, stanno impiegando apparati chiamati Krasukha-4 per cercare di oscurare gli aerei radar e persino i satelliti spia della Nato che catturano informazioni preziose per i comandi di Kiev.

La potenza logorata

Questa ricostruzione aiuta a capire le difficoltà che stanno incontrando le brigate ucraine nella riconquista delle regioni occupate. Le risorse industriali e tecnologiche della Russia sono tutte concentrate nel conflitto. Ma questo determina un effetto complessivo di logoramento e riduce la potenza della nazione. Fino a che punto? Gli analisti del Csis sono convinti che il Cremlino sia ancora in grado di gestire operazioni militari per mantenere l’influenza su alcuni Paesi confinanti: Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Tajikistan, Kyrgyzstan. Considerazioni identiche per le spedizioni in Medio Oriente e Nord Africa – il teatro che interessa di più l’Italia – condotte sul modello dell’intervento in Siria o di quelli della Wagner: richiedono infatti contingenti limitati, circa 4mila uomini, con impegno dell’aviazione e della marina, rimaste praticamente intatte.

Le valutazioni cambiano se si prendono in considerazione operazioni più massicce. Un’offensiva anche limitata, come quella lanciata quindici anni fa contro la Georgia con 25 mila militari e mille veicoli corazzati, oggi appare impossibile: dovrà passare almeno un anno dalla fine delle ostilità in Ucraina prima che i russi possano dedicarsi a un altro conflitto di dimensioni simili. Il Cremlino oggi mantiene una riserva strategica di reparti scelti nell’eventualità di un confronto con la Nato, ma aprirebbe un secondo fronte soltanto per fermare una minaccia vitale. Per ricostituire le dotazioni inghiottite dalla guerra contro Kiev serviranno molti anni. Quanti? Almeno cinque, forse dieci. E questo senza considerare il sacrificio umano, che ha mandato al massacro i migliori soldati e ufficiali russi.

Lo studio è stato realizzato da veterani del settore, come Paul Schwartz e Max Bergmann, e si conclude con una serie di valutazioni. Anzitutto, il logoramento dell’armata di Putin è stato reso possibile dalle consegne di aiuti dell’Alleanza atlantica. Non solo hanno permesso la resistenza di Kiev ma hanno anche ridotto le capacità globali delle forze russe. Il secondo punto è l’opportunità di cambiare le tattiche ucraine, insistendo sull’artiglieria: solo la supremazia in questo campo può aprire la strada alla riconquista delle zone occupate. La questione decisiva è irrobustire l’embargo, impedendo le consegne dall’estero di droni spia e munizioni. Infine, l’aspetto più controverso: secondo gli analisti del Csis in questo momento c’è una finestra di opportunità per la controffensiva ucraina, che conta su un vantaggio nel volume di fuoco dei cannoni e nei mezzi per condurre azioni in profondità. Ma i russi stanno cercando di colmare le carenze e non si può prevedere quanto tempo abbiano a disposizione gli ucraini. Senza un successo entro l’autunno, tutto può essere rimesso in discussione.

Il dossier si chiude con una serie di consigli, che paiono la premessa alla prosecuzione degli scontri per gli anni a venire. Garantire aiuti bellici occidentali tali da mantenere la superiorità di fuoco e di manovra il più a lungo possibile. Concedere alle industrie ucraine le licenze per produrre da sole gli armamenti più importanti sul fronte terrestre. Focalizzare l’assistenza sul diminuire l’efficacia dell’artiglieria russa e dei droni che gli permettono di individuare gli obiettivi. Potenziare la contraerea per continuare a negare all’aviazione di Mosca l’ingresso nello spazio aereo di Kiev. Tappare le falle nell’embargo per bloccare l’ingresso di ricognitori teleguidati e microchip. Indicazioni abbastanza prevedibili, che implicano un sostegno prolungato e costoso della Nato al popolo ucraino. Ma che, alla luce della determinazione dimostrata dalla Russia, oggi non sembrano avere alternative. Finché il peso del logoramento non spingerà il Cremlino ad accettare negoziati di pace.

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