Il Me Too degli scacchi: dalla Germania agli Usa le giocatrici denunciano molestie e sessismo
dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniLa giocatrice di scacchi iraniani Sarasadat Khademalsharieh
“Avvelenato” dai re e dalle regine, dalle grandi partite della storia, dalle mosse intricate e dagli intervalli lenti. Si definiva così il protagonista dell’ultima novella di Stefan Zweig, si sentiva “Schachvergiftet”, un intossicato della scacchiera. Anche molte donne che affrontano ancora oggi questa nobile, antichissima disciplina si sentono intossicate. Ma non da se stesse: dagli uomini.
Adesso un centinaio di queste mosche bianche - gli scacchi sono ancora stradominati dai giocatori maschi - hanno scritto carta e penna e hanno denunciato il sessismo, il maschilismo, gli abusi sessuali che dominano lo sport dove eccelsero geni come Bobby Fischer, Judit Polgar o Garry Kasparov. E già si parla del “me too degli scacchi”.
La lettera è stata sottoscritta da gran maestre come l’ameri…
“Avvelenato” dai re e dalle regine, dalle grandi partite della storia, dalle mosse intricate e dagli intervalli lenti. Si definiva così il protagonista dell’ultima novella di Stefan Zweig, si sentiva “Schachvergiftet”, un intossicato della scacchiera. Anche molte donne che affrontano ancora oggi questa nobile, antichissima disciplina si sentono intossicate. Ma non da se stesse: dagli uomini.
Adesso un centinaio di queste mosche bianche - gli scacchi sono ancora stradominati dai giocatori maschi - hanno scritto carta e penna e hanno denunciato il sessismo, il maschilismo, gli abusi sessuali che dominano lo sport dove eccelsero geni come Bobby Fischer, Judit Polgar o Garry Kasparov. E già si parla del “me too degli scacchi”.
La lettera è stata sottoscritta da gran maestre come l’americana Jennifer Shahade, la francese Mathilde Choisy o la tedesca Annmarie Mütsch ma anche da arbitri come l’iraniana Shohreh Bayat, che si tolse il velo agli ultimi Mondiali e da allora è bandita dalla repubblica degli ayatollah. “Siamo convinte - scrivono - che le molestie e gli abusi siano ancora uno dei motivi principali per cui le donne e le ragazze più giovani smettono di giocare agli scacchi”. Abbiamo taciuto troppo a lungo, aggiungono, “ma tacere significa portare il peso della vergogna da sole”.
Negli Stati Uniti, la patria del #metoo, dopo anni di mormorii, le prime denunce esplicite sono arrivate a febbraio, quando Jennifer Shahade ha reso pubblici i pesanti abusi del giocatore costarichegno Alejandro Ramirez inflitti a lei e a numerose colleghe, anche minorenni. Ramirez è stato escluso dalla Federazione americana degli scacchi. Ma sessismo e molestie continuano a dominare la disciplina, secondo le firmatarie della lettera. Soprattutto: sono talmente pesanti e diffusi da tenere lontane le donne da questo magnifico sport.
L’ex campionessa del mondo "under 16", la tedesca Mütsch, ha dichiarato allo Spiegel di non aver mai conosciuto una collega che non abbia subito episodi sessisti e abusi. Di essersi già arrabbiata ai primi tornei, quando aveva nove anni, perché le proponevano delle medaglie per le donne. E rivela, senza fare nomi, di aver subito delle molestie. “In passato ho rinunciato ad alcuni tornei per non sentirmi a disagio. Non volevo incontrare certe persone”, ha detto.
L’anno scorso la Federazione mondiale degli scacchi Fide si è svegliata. E ha cercato di promuovere una maggiore partecipazione femminile proclamando “L’anno delle donne”. Ma come sponsor della campagna ha scelto un’azienda che costruisce protesi per seni. Le scacchiste si sono imbestialite, e lo scacco matto al sessismo tentato goffamente dalla Fide è fragorosamente naufragato.