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Nuova corsa alla Luna, Di Pippo: “Andremo per restare ma c’è il rischio che Cina e Usa puntino alle stesse zone”

Simonetta Di Pippo

 
Intervista all’astrofisica ed esperta di space diplomacy, ora alla Bocconi, su opportunità dell’esplorazione lunare, problemi legislativi ed equilibri tra potenze. E sulla necessità di preservare lo spazio come “bene comune”
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Simonetta Di Pippo, astrofisica, per otto anni alla guida dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico (Unoosa), è esperta di diplomazia spaziale. Ora dirige lo Space economy evolution Lab (See Lab) della Bocconi. La nuova corsa alla Luna non dovrà avere un vincitore, perché la conoscenza e le tecnologie che verranno sviluppate porteranno benefici a tutta l’umanità. Tuttavia ci sono ancora rischi se le grandi potenze come Cina e Stati Uniti vorranno sbarcare negli stessi luoghi per sfruttare le risorse, in una competizione in cui le regole non sono ancora state scritte. Per questo serve un’intesa globale all’Onu.
Negli anni Sessanta la corsa alla Luna era una competizione muscolare tra Usa e Unione Sovietica. Perché ora si vuole tornare?
“Conquistare la Luna significava all’epoca avere un completo strapotere tecnologico e mostrare la propria potenza. E gli Usa alla fine sono arrivati per primi. Nella serie televisiva For all mankind, ormai alla sua terz…

Simonetta Di Pippo, astrofisica, per otto anni alla guida dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio extra-atmosferico (Unoosa), è esperta di diplomazia spaziale. Ora dirige lo Space economy evolution Lab (See Lab) della Bocconi. La nuova corsa alla Luna non dovrà avere un vincitore, perché la conoscenza e le tecnologie che verranno sviluppate porteranno benefici a tutta l’umanità. Tuttavia ci sono ancora rischi se le grandi potenze come Cina e Stati Uniti vorranno sbarcare negli stessi luoghi per sfruttare le risorse, in una competizione in cui le regole non sono ancora state scritte. Per questo serve un’intesa globale all’Onu.
Negli anni Sessanta la corsa alla Luna era una competizione muscolare tra Usa e Unione Sovietica. Perché ora si vuole tornare?
“Conquistare la Luna significava all’epoca avere un completo strapotere tecnologico e mostrare la propria potenza. E gli Usa alla fine sono arrivati per primi. Nella serie televisiva For all mankind, ormai alla sua terza stagione, l’epopea della conquista spaziale inizia con il cosmonauta sovietico Alexei Leonov che atterra sulla Luna per primo. Nonostante un avvio ‘fake’, in For all mankind l’esplorazione della Luna arriva più o meno a dove arriverà davvero nei prossimi anni. Quindi forse, comunque fosse andata, oggi assisteremmo lo stesso a un interesse diffuso e ampio su scala globale all’esplorazione della Luna. Perché si vuole tornare? Scienza, aumento della conoscenza, sfruttamento delle risorse disponibili, espansione della specie umana su altri corpi del sistema solare, posizionamento geopolitico. Direi che la vera ragione è da ricercarsi in una combinazione di questi fattori, che si incastrano in modo diverso e con una diversa geometria a seconda degli interessi dei Paesi considerati. Una cosa è certa: si tornerà per rimanere".
Possiamo immaginare di vedere "presto" una base sulla superficie?
“Direi più di una. Il programma Artemis di per sé prevede che il primo sbarco di essere umani avverrà nel 2025, anche se gli analisti di settore prevedono un qualche slittamento. Ragionevole considerando la complessità di una serie di missioni che sono pensate per consentire alla specie umana di lavorare e vivere per prolungati periodi di tempo, adattandosi a un corpo celeste che non ha le stesse caratteristiche della Terra. La Federazione Russa e la Cina hanno avviato un processo parallelo per l’installazione di una stazione di ricerca internazionale (Ilrs) e hanno aperto alla collaborazione internazionale”.

Un ruolo non marginale lo avranno i privati. Ci sono prospettive sostenibili di business?
“Si tratta ancora di programmi che richiedono grossi investimenti pubblici, perché dove c’è una sfida importante dal punto di vista tecnologico, c’è bisogno di capitali e quadro strategico nell’interesse dei cittadini per poter avanzare nella conoscenza, considerando anche il rischio connesso agli sviluppi di nuove tecnologie. Quando poi la tecnologia diviene matura si assiste ad uno spostamento di interessi verso il commerciale. Ci sono molti studi disponibili che ci indicano interessanti prospettive dal punto di vista di generazione di valore derivante da attività di tipo commerciale sulla Luna”.


In quali settori?
“Ad esempio, alla fine del 2021, PricewaterhouseCoopers (PwC) ha pubblicato il rapporto ‘Il mercato lunare: trend e sfide di mercato nello sviluppo della economia lunare’ secondo cui entro il 2040 raggiungeremo un valore di circa 142 miliardi di euro grazie a tre aree principali: trasporto di esseri umani e risorse tra la Terra e la Luna; uso dei dati raccolti grazie alle missioni lunari; utilizzazione delle risorse estratte sulla Luna. Una cosa è certa: alla fine di questo processo, in un modo o in un altro, ne avremo un beneficio, come è sempre accaduto dall’inizio dell’era astronautica”.
Le amministrazioni Obama e poi Trump hanno aperto allo sfruttamento commerciale delle risorse su altri corpi celesti. Ma l'Outer space treaty del 1967, impedisce di rivendicare sovranità dei suoli di Luna e altri corpi celesti.
“Lo U.S. commercial space launch competitiveness act del 2015, sotto la presidenza Obama tratta anche di utilizzo di risorse spaziali, ma attenzione, chiarisce che non implica alcuna sovranità e non rivendica alcuna proprietà di alcun corpo celeste. Il principio di non appropriazione, di cui all’articolo II dell’Outer space treaty è presente in ogni discussione in ambito multilaterale. Trump, dal canto suo, ha rilasciato cinque directives di politica spaziale. Il dibattito è complesso. Ma se l’estrazione di risorse da altri corpi celesti, riportate sulla Terra, potesse migliorare le condizioni di vita delle popolazioni terrestri, sarebbe questa ‘appropriazione’ da contrastare? È proprio a questa domanda che si cerca di dare una risposta articolata e coordinata, ma le implicazioni sono molteplici. Ci vorrà ancora del tempo prima che si giunga ad una posizione condivisa. Ma succederà”.
Ma l’executive order di Trump sottolinea che gli Usa “non vedono lo spazio come bene comune”. Come ne usciamo?
“Semplice: il rapporto del segretario generale Onu, “Our common agenda”, del settembre 2021, include lo spazio nei global commons. È stato presentato all’Assemblea generale e costituisce la base per il Summit of the future che sarà convocato a settembre 2024, tra i temi portanti c’è appunto lo spazio. L'Outer space treaty definisce lo spazio la provincia dell'umanità, da un punto di vista multilaterale la situazione è chiara e cristallina”.

Quali soluzioni in sede alle Nazioni Unite possono essere trovate?
“Gli Accordi Artemis sono un tentativo di coordinare una esplorazione sostenibile, al di fuori dell’Onu ma con l’idea di cercare di riportarli nel suo alveo. L’Onu deve lavorare alla definizione di un organismo che sia in grado di coordinare il traffico spaziale, sia in orbita attorno alla Terra che sulla Luna e su altri corpi celesti, e che allo stesso tempo sia il garante di una governance globale che consenta di avere un approccio condiviso all’esplorazione per uso pacifico dello spazio che deve continuare ad essere considerato un bene comune”.
Le "safety zones" previste non somigliano ad aree di sovranità?
“Sulle safety zones, la questione è articolata. Lo scopo della loro introduzione negli Accordi Artemis è quello di cercare di normare le relazioni tra diversi potenziali attori sulla superficie lunare, ma per funzionare tutti i paesi che hanno interesse all’esplorazione lunare devono essere d’accordo. Purtroppo siamo lontani dal trovare questo accordo, e la questione è abbastanza seria, considerando che il trattato sulla Luna, approvato dalla Assemblea Generale dell’Onu nel 1979, non è stato sottoscritto dai paesi che oggi sono i principali attori di questa rinnovata corsa alla Luna, vale a dire Cina, Russia e Usa. Dunque, non ci sono regole, e se ci sono, non sono riconosciute da tutti. È quindi necessaria una accelerazione nel processo di condivisione e di coordinamento dei programmi di esplorazione lunare, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un compito arduo, ma non impossibile”.

Mezzo secolo dopo ci sono di nuovo due fronti. Usa ed Europa, Cina e Russia. C'è il rischio che la Luna diventi un nuovo terreno di conflitto, proiettato dal fragile equilibrio geopolitico sulla Terra?
“Attività in questo ambito sono sempre rischiose. Ma non per questo vanno bloccate. Il polo sud lunare è scientificamente e commercialmente interessante, ma effettivamente si tratta di un’area limitata in termini di estensione. Potrebbero voler atterrare tutti nelle stesse zone, perché sono comunque un numero ristretto quelle papabili per un insediamento. Ci sono però delle attività che potrebbero vedere tutti gli attori principali in accordo, come il preservare i luoghi di atterraggio del passato. Sarebbe un interesse congiunto di Cina, Stati Uniti e Russia, che sono i tre paesi che hanno avuto più missioni sulla superficie lunare. Si potrebbe cominciare da questo a costruire un processo di condivisione tra i paesi principali?”.


Secondo lei chi vincerà questa nuova corsa alla Luna?
“La Cina è molto avanzata nei suoi programmi, e gli Stati Uniti sono intenzionati ad essere di nuovo i primi. Sarebbe auspicabile una collaborazione”.
C'è speranza che sulla Luna un giorno si collabori come sulla Iss?
“Lo spazio ha dimostrato varie volte in passato di fungere anche da piattaforma diplomatica e di pace. Il prossimo passo è forse il Summit del futuro che sarà convocato a settembre 2024 dal Segretario Generale delle Nazioni Unite e tra i temi portanti c’è appunto lo spazio. Il futuro passa dal concetto che lo spazio è un bene comune, che va usato rispettandolo, cercando di preservarlo per le future generazioni, che potranno vivere e lavorare oltre i confini della Terra. Ci vuole tanta diplomazia, soprattutto preventiva. L’ho fatto per otto anni, quando ero a capo dell’ufficio Onu che si occupa di affari spaziali, spero che si continui su questa strada”.

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