New York — Le 36 ore di fuoco che sull’isola hawaiana di Maui hanno divorato almeno 93 vite umane — ma la triste conta è ancora in atto — potrebbero aver innescato una catastrofe ambientale la cui portata scopriremo solo nei mesi a venire. Oltre ad aver raso al suolo i 2.000 edifici di Lahaina, antica capitale dell’arcipelago, le fiamme hanno infatti devastato il delicato ecosistema dell’isola: flora e fauna uniche perché evolutesi in secoli di isolamento e che ora, coi terreni carbonizzati e le acque inquinate — la combustione ha provocato una scia chimica e tossica che si sta già riversando nei torrenti e nel mare — potrebbero non riprendersi.
Certo, per ora l’attenzione è giustamente concentrata su vittime e dispersi. Gli amici hanno temuto per l’italiano Michele Di Bari e sua moglie Qiana, ristoratori nella città distrutta. Rimasti isolati in un’area senza campo e corrente, sono fortunatamente salvi: «A Lah…
New York — Le 36 ore di fuoco che sull’isola hawaiana di Maui hanno divorato almeno 93 vite umane — ma la triste conta è ancora in atto — potrebbero aver innescato una catastrofe ambientale la cui portata scopriremo solo nei mesi a venire. Oltre ad aver raso al suolo i 2.000 edifici di Lahaina, antica capitale dell’arcipelago, le fiamme hanno infatti devastato il delicato ecosistema dell’isola: flora e fauna uniche perché evolutesi in secoli di isolamento e che ora, coi terreni carbonizzati e le acque inquinate — la combustione ha provocato una scia chimica e tossica che si sta già riversando nei torrenti e nel mare — potrebbero non riprendersi.
Certo, per ora l’attenzione è giustamente concentrata su vittime e dispersi. Gli amici hanno temuto per l’italiano Michele Di Bari e sua moglie Qiana, ristoratori nella città distrutta. Rimasti isolati in un’area senza campo e corrente, sono fortunatamente salvi: «A Lahaina avevamo un ristorante, Sale e Pepe Pizzeria e Cucina. Distrutto», dice lui. «Abbiamo perso tutto ma siamo vivi. Ricominceremo». E vivi sono tutti i 60 italiani residenti, conferma la Farnesina. Ma già gli 80 cadaveri ritrovati finora sono un numero tragico. Quanto basta a fare di Maui il secondo incendio più letale degli ultimi 100 anni in America, settimo nella macabra Top Ten del Paese che parte da quello di Peshitigo, 1.152 vittime nel 1871.
Ma il passaparola dei locali teme una strage ben più grave: «Un’infermiera mi ha detto che sono almeno 300 i resti umani trovati. Ma in uno stato tale che è ancora difficile capire a quante vittime appartengono» dice Filippo Lippi, insegnante della Seabury Hall School di Makawao, evacuato martedì all’alba con la moglie e il figlioletto di 5 anni. «Abbiamo preso solo i documenti: il passaporto, i certificati di nascita, che teniamo sempre pronti in questa terra di uragani. Siamo stati i primi a scappare perché eravamo davvero vicini al fronte: ma i firefighters hanno fatto un lavoro davvero incredibile, hanno salvato la nostra area e siamo tornati a casa in 24 ore». I racconti più strazianti arrivano dai suoi alunni: «Uno di loro ha trovato i genitori carbonizzati in macchina. Erano morti abbracciati».
Si parla di 1.000 dispersi: «Ci sono cadaveri ovunque: fra le macerie degli edifici e nelle auto arse. E poi in mare dove tanti si sono gettati per salvarsi. Qualcuno ci è rimasto anche 5 ore prima di essere recuperato. I più fragili potrebbero non aver resistito» sospira la chef Rosa Mariotti, spiegando cosa non è andato. «Le autorità non hanno suonato le sirene. Gli alert di evacuazione sono arrivati sui cellulari e gli aggiornamenti arrivavano via social: hanno dato per scontato che tutti avessero un cellulare in mano. Ma in alcune aree già non c’erano luce e campo quando è arrivato l’ordine. Molti si sono trovati in auto, bloccati nel traffico senza sapere che fare e in che direzione andare, fra il fumo soffocante e le fiamme che avanzavano».
Il governatore Josh Green promette fra le polemiche più avanzati sistemi d’allarme per il futuro. Sotto accusa la Hawaiian Electric: la compagnia non ha disconnesso la corrente come va fatto in caso di forti venti lasciando che questi strappassero i fili della luce, provocando le scintille che quasi certamente hanno dato il via ai focolai.
Oltre agli uomini, dicono gli esperti, a patire saranno gli animali sopravvissuti costretti a muoversi in un ambiente ostile. E piante già messe in crisi da terreni inariditi da siccità ed erbe invasive, non autoctone e altamente infiammabili, cresciute nei campi agricoli abbandonati.
A rischio, per dire, il futuro dei fiori gialli di Ilima usati per le tradizionali collane di benvenuto: ad impollinarli e diffonderli sono le api che ora non ne trovano e rischiano di morire a loro volta. Cenere e detriti potrebbero soffocare anche coralli già stressati dal surriscaldamento del mare: «Non c’è mai stato un incendio così importante vicino a una barriera corallina. Le conseguenze sono inimmaginabili» dice Manuel Mejia, direttore locale della Coral Reef Alliance parlandone al Washington Post.
Fra tanta devastazione, una buona notizia: è salvo il Bird Conservation Center, “santuario” dei rari Honeycreeper dalle zampe rosse, uccelli tropicali in via d’estinzione. Aiutata da un vicino, la responsabile Jennifer Pribble ha tenuto a bada le fiamme per un’intera giornata, fino all’arrivo dei pompieri. «Maui» dice, «ricomincia da qui».